SCHIFOSI & DISABILI :

Alitalia: “Niente prima fila, c’è un disabile”. Ma i posti sono per la Boldrini e il suo staff

Un imprenditore piemontese viene spostato nonostante avesse pagato l’extra. Tutte le poltrone occupate dall’ex presidente della Camera (che vola gratis)
Paolo Bracalini –

Aeroporto di Fiumicino, domenica scorsa, tardo pomeriggio. Duilio Paolino, imprenditore piemontese presidente della Cosmo Srl e già vicepresidente di Confindustria Cuneo, si presenta al check-in del volo 1391 Alitalia da Roma a Genova.

Oltre al biglietto, ha la prenotazione di un posto nella prima fila dell’aereo, pagato come extra. Al bancone però l’addetto informa Paolino che non potrà accomodarsi nel posto prescelto, bensì 19 file più indietro, al 20 C. Il motivo però è di quelli per cui nessuno protesterebbe mai: «A bordo c’è una persona con handicap, dobbiamo farla sedere nella prima fila». L’imprenditore accetta senza obiezioni il cambio di posto, anche senza il minimo accenno di rimborso da parte degli addetti al check-in, ma si tratta di un piccolo sacrificio, che sarà mai di fronte ai problemi di un disabile in viaggio? Peccato però che una volta salito a bordo, diretto verso il nuovo posto 20 C, Paolino trovi in prima fila, nel posto che aveva prenotato lui, non un disabile, ma Laura Boldrini, ex presidente della Camera e ora deputata di Leu. Con lei, occupando tutta la prima fila, l’imprenditore nota una serie di accompagnatori che identifica come il fidanzato, lo staff e quelle che gli sembrano delle guardie del corpo. A quel punto l’imprenditore chiama lo steward e chiede spiegazioni, che non arrivano. Quindi, rientrato a casa, scrive ad Alitalia per lamentare la scorrettezza subita. Spiega l’accaduto («Con grande stupore e arrabbiatura salendo a bordo constato che il mio posto era stato assegnato ad un politico e ai suoi accompagnatori») e lamenta il trattamento da parte di Alitalia «che di fronte a clienti come il sottoscritto – scrive nella lettera – che paga regolarmente il biglietto ed è in viaggio per lavoro, usa questi sistemi per persone che, come ho fatto io, potrebbero sedersi nei posti dove si siedono tutti, visto anche che non pagano» (i parlamentari viaggiano gratis su aerei e treni, ndr).

Concludendo amaramente: «Magari per cominciare a girare quel film Ritorno alla normalità». La compagnia ha poi risposto alla lamentela, scusandosi per l’episodio, impegnandosi ad indagare e a rimborsare l’importo del biglietto. Senza però spiegare cosa sia successo. Perché un passeggero pagante, e probabilmente un’intera fila di passeggeri, viene fatta spostare (adducendo una scusa, peraltro) per far posto all’onorevole Laura Boldrini e al suo seguito personale? È forse un privilegio che spetta agli ex presidenti della Camera, quello di poter disporre a piacimento delle file di poltrone negli aerei Alitalia? Paolino si dà una risposta diversa: «Guardi, so come funziona – racconta al telefono -. La segreteria dell’onorevole chiama l’ufficio della Camera preposto per le prenotazioni aeree dei parlamentari, prendono i posti che vogliono anche se sono occupati e fanno spostare la gente. Dico solo una cosa: sarebbe ora che la Boldrini e gli altri iniziassero a viaggiare anche loro nei sedili di dietro, magari capirebbero di più il Paese». La Boldrini era diretta in Liguria per una delle sue tante battaglie per un mondo più giusto e i diritti delle donne, stavolta al Tribunale di Savona, contro un sindaco leghista che l’aveva offesa con un post su Facebook (si era augurato che agli stupratori africani di Rimini fossero dati domiciliari a casa della Boldrini). «Ho voluto essere presente per stigmatizzare questo modo di fare politica. È fondamentale che una donna offesa possa chiedere giustizia». Un impegno quindi della massima priorità per la democrazia. Far sloggiare perciò i passeggeri delle prime file sul volo, era il minimo.

PIU’ CHE GIUSTO…..
PIU’ DISABILE CHI C’E’ ????

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SEMPRE PIU’ GIU’ :

 
Reggio Emilia, ladro seriale ma ha l’epatite. Il giudice: “Non può essere espulso”
 
La dura replica del ministro Matteo Salvini che su Twitter attacca il giudice: “E la chiamano giustizia…”
di DANIELE PETRONE
 
Reggio Emilia, 16 settembre 2018 – «Non può essere espulso perché deve curarsi. Il diritto alla salute viene prima di tutto». Una sentenza che farà discutere, in un senso e nell’altro, quella del giudice di pace di Reggio, Silvia Tanzi. E che potrebbe essere un precedente storico e anche politico.
 
Una decisione che straccia il decreto di espulsione firmato da questura e prefettura nei confronti di un georgiano di 35 anni, clandestino, che si è reso colpevole di alcuni crimini; ma avendo seri problemi di salute potrà essere rimpatriato solo quando sarà guarito.
 
L’uomo ha diversi precedenti. Il 28 febbraio scorso era stato identificato all’interno di un negozio dove aveva rubato un tablet. Un mese prima aveva invece portato via una bicicletta in zona stazione. Così, dopo aver collezionato numerose denunce, arriva il provvedemento di espulsione. Il suo avvocato Ernesto D’Andrea però decide di impugnarlo. E di fare ricorso davanti al giudice di pace. Perché il 35enne – essendo un ex tossicodipendente – ha contratto l’epatite C, patologia per cui si trova attualmente in cura presso l’Ausl di Reggio.
 
Chiede dunque l’annullamento, appellandosi a una sentenza della Corte Costituzionale (la numero 252 del 2001) che sancisce il diritto alla salute come «diritto strettamente inerente alla persona umana che compete a tutti, anche agli stranieri qualunque sia la loro posizione rispetto alle norme che regolano l’ingresso e il soggiorno nello Stato». Oltre all’articolo 32 della Costituzione Italiana che vede la tutela salute come diritto fondamentale. L’avvocato D’Andrea inoltre chiama a testimoniare un medico dell’Ausl che sta curando il trattamento del paziente georgiano che in aula conferma come «l’interruzione delle terapie comporterebbe aggravamenti e complicazione. E non vi è la prova che nel paese d’origine potrebbe ricevere adeguati supporti».
 
Inizia però il braccio di ferro processuale. Prefettura e questura si oppongono, presentando ricorso affinché non venga accettata la richiesta di annullamento del decreto di espulsione. «Le sue condizioni – si legge nell’atto – non gli impediscono di commettere reati. Inoltre, la patologia di cui è sofferente non è considerata ostativa a un rimpatrio presso il paese d’origine in quanto la Georgia è un paese avanzato dal punto di vista medico».
 
L’uomo però – nonostante abbia moglie e figli in Georgia – non ci vuole tornare. Il parere del medico dell’Ausl ha precisato, controbattendo al ricorso prefettizio, che «quel tipo di cure sì esistono, ma non sono facilmente accessibili nella nazione caucasica», portando il legale ad affermare la tesi che l’uomo rischia la salute.
 
E il giudice ha così dato ragione al georgiano, accogliendo il suo ricorso e annullando l’espulsione a suo carico: «Ha il diritto riconosciutogli dalla Costituzione Italiana di potersi curare prima di fare rientro in patria».
 
NON CONDIVIDO PUR SAPENDO CHE I GIUDICI SONO INFALLIBILI, SANTI , GIUSTI , INTELLIGENTI ED IMPARZIALI…..
IL DELINQUENTE VA MANDATO A CURARSI A CASA SUA NON QUI A SPESE MIE CAZZO !!

 

idiozia allo stato purissimo:

LO CHIAMANO POPULISMO….

MA E’ IDIOZIA PURISSIMA:
 
Rapinare i pensionati che hanno versato i contributi richiesti per tutta la vita per foraggiare fancazzisti di professione..E’ IDIOZIA e delinquenza
 
Non imparare dagli stati che tolgono i sussidi a chi rifiuta il lavoro per due volte E’ IDIOZIA
 
Mantenere oves et boves senza lavorare ( favorendo nel migliore dei casi il lavoro nero) E’ IDIOZIA
 
Chiudere i negozi alla domenica per un capriccio di chi MAI ha lavorato E ‘ IDIOZIA
 
Non limitare al minimo le costose inutili e folli scorte a soggetti tipo saviano.. E’ IDIOZIA
 
Non riformare una non-.giustizia che fa e disfa a piacimento dirigendo il parlamento E’ IDIOZIA
 
Non ridurre le spese d’uno stato in disfacimento (il bibitaro sta assumendo amici di merende a strafottere distribuendoli i tutti i ministeri !!) E’ IDIOZIA
 
mantenere i piedi in due staffe facendosi favori a vicenda per tenere la sedia E’ IDIOZIA
 
potrei continuare sino a sera ad elencare quello che il buonsenso suggerisce di fare ed i POPULISTI finti ma lobotomizzati veri invece non fanno !
 
VOTATI PER AVERE UN SUSSIDIO PERENNE SENZA FARE UN CAZZO OVVIAMENTE DA FANCAZZISTI DI PROFESSIONE E GENTE CHE HA IL CERVELLO TALMENTE AVARIATO DA NON CAPIRE IL RICATTO CHE STA ALLA RADICE E DEL DISFACIMENTO UMANO E MORALE CHE NE DERIVA.
 

LI AVETE VOTATI….. CHE VI VADANO DI TRAVERSO !!

 
Un plauso solo a Salvini che contro tutti ( anche i finti alleati) FA CONCRETAMENTE QUELLO CHE HA PROMESSO , il resto è FUFFA !!!

 

DIMOSTRATE IL CONTRARIO SE POTETE:

 
il venditore di bibite sino ad oggi s’è SOLO inventato stronzate sulle spalle altrui (INPS) NULLA di costruttivo, NULLA di produttivo.
Solo Minkiate tipo la chiusura dei negozi alla domenica & similia
 
Ora straparla di “pensione” di cittadinanza… sempre sui maroni di chi lavora…oltre al reddito del fancazzista che gli ha fatto avere tanti voti al sud.
 
A PARTE LO SFOLTIMENTO DRASTICO DEI CLANDESTINI QUESTO IMBELLE, MOLLE, INCAPACE ,SUBDOLO GOVERNICCHIO CAMPA SULLE PUTTANATE CHE S’INVENTA E SUL TENTATIVO DI STARE IN PIEDI A TUTTI I COSTI PER NON PERDERE LA SEDIA…
 
NESSUN TAGLIO SE NON ALLE TV DEL BERLUSCA (!!) SPESE STATALI IN AUMENTO COSTANTE, UNICA RIDUZIONE SALARIALE QUELLA AI PENSIONATI CHE SI SONO PAGATI LA PENSIONE !!!! siamo oltre il bestiale
 

RIMPIANGO I DEM….. enti e i DEM ..ocristiani: PEGGIO DI QUESTI MAI APPARVERO SUL PALCO simili ATTORI DA STRAPAZZO.

basterebbe studiare un po’…

 

Il significato del lavoro, quando c’è e quando non c’è

Leggo che per ben 6 italiani su 10 la vera emergenza nazionale non sono le tasse, ma il lavoro.

Il dato non stupisce, visto che il lavoro è alla base di una molteplicità di cose: consente la sussistenza primaria, permette decenti condizioni di vita, soddisfa il desiderio di acquistare beni voluttuari, o di concedersi piaceri vari e svaghi… Perché no, il denaro permette anche di pagare le tasse, per avere intorno a sé un sistema di protezione sociale che si interessa dei cittadini e che li soccorre nei momenti di difficoltà, migliorando la qualità della loro vita.

Il lavoro, a livello personale, rappresenta comunque qualcosa di ancor più importante di tutto ciò. Per l’essere umano il lavoro è un istinto, una pulsione, un bisogno, quasi come il mangiare, il bere, il fare l’amore. Vivendo in gruppo, ciascuno è portato ad esercitare le proprie capacità, le proprie competenze, al fine di raggiungere qualcosa di apprezzabile, a livello personale, ma soprattutto sociale.

L’apprezzamento sociale è infatti fondamentale, perché è in gran parte attraverso di esso che la persona costruisce la sua autostima (se non tenesse conto del giudizio degli altri, ma solo delle sue autovalutazioni, saremmo infatti di fronte ad una sorta di delirio). Cosa è, se non il lavoro, ciò che ci lega alla realtà, che ci dà il senso dell’ identità personale (“sono un insegnante, un fabbro, un medico”, ecc.), che conferisce valore alle nostre capacità, alla nostra appartenenza sociale? E’ per questo che, in una parola, il lavoro dà la dignità. Sentirsi capaci di fare qualcosa che gli altri apprezzano riempe di significato la propria vita, permette alla persona di avere considerazione di sé e induce a mettere in atto dei comportamenti responsabili, misurati, equilibrati.

Il lavoratore, in forza della sua appartenenza sociale e del reddito che gli procura il lavoro, può fare progetti, programmi per il futuro, che gli permettono perfino di superare il peso delle eventuali contingenze sfavorevoli che talvolta si trova ad attraversare, perché attraverso il lavoro può sperare di migliorare le proprie competenze, approfondire e allargare la sua rete di supporto sociale e magari aspirare ad un cambiamento del lavoro stesso (ad esempio mettendosi in proprio, trovando un lavoro meglio retribuito, ottenendo un avanzamento di carriera, o un miglioramento della vita, per il fatto di poter lavorare più vicino alla propria abitazione, o di potersi dedicare, lavorando, ai propri interessi).

E’ il lavoro dunque che ci permette di diventare chi siamo, che contribuisce a migliorare la nostra vita e, quando il lavoro che svolgiamo ci piace, il che accade molto più frequentemente di quanto non si pensi, esso diventa anche una delle componenti più importanti della nostra felicità. Ricordo lo psicologo umanista Maslow, quando diceva:

“Un musicista deve fare musica, un artista deve dipingere, un poeta deve scrivere, se vuole essere in pace con sé stesso. Ciò che un uomo può essere, deve essere. Deve essere fedele alla propria natura. Questa necessità si può chiamare l’auto-realizzazione”.

Erich Fromm (I cosiddetti sani, Mondadori, 1996) diceva che il lavoro è il grande emancipatore dell’uomo. Secondo lo psicoanalista e sociologo tedesco, la storia dell’umanità inizia solo nel momento in cui l’uomo comincia a lavorare, poiché è solo allora che egli si separa dall’originaria unità con la natura. In questo processo di separazione e di manipolazione della natura, l’uomo modifica anche sé stesso: anziché essere parte della natura, egli ne diventa sempre più il creatore, sviluppando facoltà intellettuali e artistiche, e cominciando ad esercitare il proprio potere sulla natura. In questo processo l’essere umano si trasforma in un individuo.

Per tutto questo, secondo Fromm, l’evoluzione umana deve considerarsi fondata sul lavoro, in quanto forza liberatrice, emancipatrice, di incentivo allo sviluppo. Il successo nel lavoro consente infatti uno stato di grazia e sancisce la propria appartenenza alla schiera degli “eletti”.

Certamente Fromm, con queste parole, si riferisce al lavoro di soggetti appartenenti ai ceti più elevati, in quanto chi svolge lavori umili e scarsamente qualificati, in tutte le epoche della storia, ha sempre sentito il lavoro soprattutto come un dovere, una inevitabile fatica, per consentire la sopravvivenza a sé stesso e ai propri cari.

Il lavoro ha perso questa connotazione di schiavitù quando si sono fatte, all’inizio del secolo scorso, le prime fondamentali riforme: a partire dal principio secondo il quale deve esistere un tempo di lavoro e un tempo di riposo per il lavoratore, in modo che egli/ella possa ricaricare le sue energie (lavoro di massimo 8 ore al giorno, riposi settimanali, ferie).

Tutto questo ha contribuito a far superare l’idea che il lavoro fosse solo una fonte di privazione (sebbene in alcune parti di Italia, come ad esempio nella zona dove vivo, nelle Marche, sia ancora diffusa l’espressione “vado a faticare”, anziché “a lavorare”, sottolineando il legame fra lavoro e sforzo; il lavoro che procura stanchezza, spossatezza, calo delle capacità psicofisiche di resistenza). Eppure il lavoro non è solo sforzo fisico o intellettuale: è anche un modo per sviluppare le proprie capacità cognitive, è un modo per diventare una persona migliore, per conoscere sé stessi, per sviluppare i propri punti di forza.

Un altra cosa cui non si pensa spesso è che il lavoro è ciò che occupa, più di ogni altra cosa, le nostre giornate, i nostri pensieri, la nostra creatività ed è dunque un impegno che ci tiene lontani dai pensieri più distruttivi, dalle paure, dalle angosce: esso, dimostrandoci la nostra esistenza, la nostra capacità e utilità sociale, ci permette di essere più forti e di superare molte delle nostre paure, fra cui quella della morte. Che cosa infatti, oltre il lavoro, è capace di trascendere la propria morte e lasciare tracce della propria esistenza in vita?

Recentemente, un parroco mi chiedeva cosa dire di una persona di cui si apprestava a pronunciare l’orazione funebre, ma di cui non sapeva nulla, in quanto era ateo e non frequentava la chiesa. La prima cosa che mi è venuta in mente di suggerirgli, da collegare al suo discorso religioso, è stato proprio questo: ricordare quello che quella persona lasciava di sé stesso (che sarebbe scomparso anche fisicamente, visto che voleva essere cremato): il suo lavoro. Faceva infatti il fabbro ed aveva iniziato a lavorare giovanissimo. La nostra città era piena dei suoi lavori: le sue cancellate, le sue inferriate, i corrimani, le grondaie, tutti oggetti che gli sarebbero sopravvissuti a testimonianza del suo ingegno, delle sue capacità. Fu bello sentire poi in chiesa quelle parole e riconoscere che furono utili ad alleviare il dolore di quella “scomparsa”.

Dopo tutto quello che si è detto, è facile capire come possa sentirsi una persona che il lavoro non riesce a trovarlo, così come i vissuti di chi l’ha perduto, oltre tutto in un contesto, come in questa lunghissima crisi internazionale, in cui non sembrano esserci prospettive e ci si sente nel buio asfissiante di un tunnel senza uscita.

Questa mancanza di possibilità anche solo di concepire la speranza fece teorizzare qualche tempo fa a due studiosi (Abramson, Lyn Y.; Metalsky, Gerald I.; Alloy, Lauren B., 1989) l’esistenza di una particolare sindrome, la Hopelessness Depression, una depressione profonda di chi ritiene di non essere in grado di far nulla per modificare la sua situazione, non pensa che gli eventi desiderati possano verificarsi, mentre è certo che gli eventi considerati più negativi si presenteranno e che non vi sarà alcun modo per evitarli.

Il termine hopeless in inglese significa proprio questo: “mancanza di speranza”. Non stupiscono i sintomi osservati: aspettative negative riguardo al futuro, mancanza di energie, apatia, rallentamento psicomotorio, mancanza di motivazione ad agire, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, bassa autostima, tendenza alla dipendenza, ideazione suicidaria e tentativi di suicidio.

Ecco allora perché è importante, in questo periodo di crisi, che non solo si creino tutti i posti di lavoro possibili, ma anche che si riesca ad accendere delle speranze, che si percepisca l’impegno comune, dei ricchi e dei meno ricchi, dei potenti e dei meno potenti, dei lavoratori del braccio e di quelli che lavorano con la mente, per uscire da questo oscuro e soffocante tunnel. Più l’impegno sarà profondo e collettivo, più si potrà fare in fretta, perché sappiamo che nulla è eterno, su questo pianeta: non lo è l’aria, non lo è l’acqua, non lo è la vita degli organismi… Sicuramente non lo sarà una crisi economica.

Questo periodo dunque, prima o poi, passerà: tutto quello che possono fare le persone, oltre che cercare in tutti i modi di sopravvivere, è quello di stare bene attente a non perdere le proprie abilità ed il proprio ingegno. In questo periodo di forzato riposo, occorre non stare fermi: impegnarsi per continuare a migliorarsi, acquisendo nuove capacità e competenze, approfondendo quelle che già si possiedono, curandole al meglio, per mantenerle salde e vive. Ciò è importante non solo perché, dopo la crisi, grazie al lavoro e a tutte le sue varie implicazioni, il tempo e la qualità della vita tornino ad essere accettabili, ma anche perché il presente non perda di significati, visto che questa, crisi o non crisi, è l’unica vita abbiamo da vivere.

 

LE CAPRE ANALFABETE INVECE PREFERISCONO MANTENERE FANCAZZISTI DI PROFESSIONE, COL DENARO DI CHI LAVORA, PER POTERLI RICATTARE E SMONTARE COME UOMINI…