solo pavidi o proprio scemi ?

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I silenzi osceni di sinistra, sindaco e giornalisti

Qui ci sono dei ventenni che in Piazza Duomo hanno subito violenza sessuale e che tornati a casa hanno dovuto far ricorso al servizio psicologico dell’ospedale di Liegi

Giannino della Frattina 7 Gennaio 2025 – 08:30

I silenzi osceni di sinistra, sindaco e giornalisti

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Che fine ha fatto la guerra della sinistra all’odioso patriarcato? Perché in una situazione normale, si direbbe che le studentesse belghe sono state abusate due volte. La prima dai quaranta nordafricani infoiati che le hanno immobilizzate e oscenamente palpeggiate sopra e sotto i vestiti. La seconda dai troppi giornali e telegiornali che per giorni hanno nascosto la notizia, dal sindaco Beppe Sala che non ha trovato tempo e coraggio per dire qualcosa e dai politici progressisti colti da improvvisa afasia. E verrebbe da dire che la seconda è ancor più grave, perché il branco degli stupratori è l’ammucchiata di chi ha dubitato di sei ventenni belgi per parlare (ancor più oscenamente) di «presunte molestie». Che orrore aver aspettato la denuncia alla polizia per cominciare a prenderne timidamente atto. Perché qui di normale c’è ben poco. Compreso l’assessore alla Sicurezza (e per fortuna) Marco Granelli che ben sei giorni dopo se ne esce raccomandando di «non tirare la giacchetta alle forze dell’ordine per fare campagna elettorale». Ma come si permette. Qui ci sono dei ventenni che in Piazza Duomo hanno subito violenza sessuale e che tornati a casa hanno dovuto far ricorso al servizio psicologico dell’ospedale di Liegi, raccontando che a Milano avevano chiesto aiuto a una poliziotta che ha risposto confessando l’impotenza delle forze dell’ordine di fronte a queste orde.

Tutto normale? Ancora silenzio? E, visto che parliamo di silenzi, non ha nulla da dire l’arcivescovo Delpini sui musulmani che ancora una volta hanno occupato il sagrato del Duomo per gridare al mondo il loro «Allah akbar»? Non c’è bisogno di invocare Lepanto, ma magari una preghiera per noi poveri cristiani.

il card. Biffi ed Oriana Fallaci avevano 1000 ragioni !!

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Contrordine, compagni (e compagne): il dibattito sul patriarcato è sospeso per ferie. O forse è proprio chiuso. Potrà eventualmente riaprirsi solo se e quando la cronaca proporrà un altro episodio che però (ecco la conditio sine qua non) dovrà necessariamente vedere come mostro della situazione un uomo bianco, meglio se italiano. In quel caso la campagna potrà ripartire, e – se le circostanze saranno propizie – anche in modo spettacolare: fascistizzando il colpevole, mettendolo sul groppone delle “destre”, presentandolo come un sintomo di un problema generale, come orrido schizzo della pericolossima “onda nera”. Solo allora saremo tutti “convocati”.

Mobilitazione nelle piazze, gran ritorno dei cortei, fiumi di dichiarazioni politiche, interviste di intellettuali e artisti, raccolte di firme e appelli, programmazione tv sconvolta. L’indignazione sarà obbligatoria. Se invece (un esempio a caso: Milano, Piazza Duomo, notte di Capodanno) a molestare delle donne sono degli stranieri, e probabilmente anche islamici, allora no. La mobilitazione non può partire. Ma come? Ci sono quattro ragazze belghe che denunciano, per dieci interminabili minuti, di essere state offese e palpeggiate, trattate come oggetti sessuali? Niente, la cosa non interessa: i lanci di agenzia si contano su poche dita di una sola mano. Gran trionfo dell’aggettivo “presunto” (“presunta aggressione, presunta violenza”), in un improvviso sussulto di garantismo del giornalismo “ufficiale” italiano. Silenzio di tomba della politica. Niente comunicati, neanche da parte dei dichiaratori ossessivo-compulsivi, degli estensori seriali di tweet-post-video.

E gli intellettuali? Non pervenuti. Gli artisti? Hanno finito i giga. Le femministe? Impegnate con il corso di pilates. Confesso che la voglia di sorridere e fare ironia è già svanita. A sinistra si viene da mesi, anzi da anni di rumorose campagne contro il “patriarcato” e a difesa del “corpo delle donne”. Ecco: se però il patriarcato è immigrato e probabilmente pure musulmano, scatta l’amnistia; e se la storia di cronaca non è politicamente “funzionale”, subentra l’amnesia. Inutile girarci intorno: questo doppio standard dei nostri progressisti (e delle nostre femministe), i loro silenzi, il loro parlar d’altro, il loro far finta di non vedere e di non capire, sono semplicemente rivoltanti. Qui a Libero non molleremo un solo giorno. Da Capodanno in poi, in troppi si sono girati dall’altra parte: prima non hanno visto gli insulti contro l’Italia, poi si sono distratti rispetto alle offese contro le forze dell’ordine. Ma che adesso, come le proverbiali tre scimmiette, non vedano-non sentano-non parlino neanche davanti a una clamorosa vicenda di violenza contro le donne, dice tutto. È un epitaffio non solo sul mediocre opportunismo politico, ma pure sulla fibra morale infiacchita di chi ci ha inflitto comizi per mesi su questi temi e ora improvvisamente non è in grado di emettere una parola, una sillaba, un sospiro. Attenzione, però, perché – su tutt’altro piano, ovviamente – la sfida non risparmia nemmeno la destra, in tutte le sue componenti, che da anni pronuncia quasi sempre le parole giuste, e ripete di non essere disposta ad alcun tipo di “sottomissione”. Benissimo, sacrosanto. Va da sé che i fatti di Milano, coinvolgendo anche alcuni immigrati di seconda generazione, chiudano definitivamente il dibattito estivo sullo ius scholae: tra coloro che inveivano a Piazza Duomo c’è anche chi ha svolto cicli scolastici in Italia. E non c’è alcuna ragione per ritenere che ciò li abbia integrati, come abbiamo constatato fin troppo chiaramente. Quindi, nessuna cittadinanza facile, per favore. Semmai, ora le parole dovrebbero essere accompagnate dalle azioni: misurate ma decise, e massimamente attese dai cittadini, sul mix tossico tra immigrazione illegale, insicurezza nelle città, offensiva dell’Islam integralista. Non c’è tempo da perdere.

questa non ha la scusa dell’analfabetismo tipico dei suoi compagni….

Alessandra Todde decaduta: “Vado avanti”. Quali sono gli illeciti contestati

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“Vado avanti, sono legittimata a farlo e continuerò a lavorare finché non ci saranno atti certi”. Alessandra Todde, dopo lo tsunami politico che rischia di travolgere tutto, spazzando via la prima e unica amministrazione regionale italiana guidata da un esponente dei 5 stelle, ci mette faccia e ottimismo. Prima con un super vertice blindato in consiglio regionale con i capigruppo di maggioranza, poi con una conferenza stampa per spiegare la sua posizione e le sue convinzioni, ovvero che non ci sono state irregolarità nelle spese elettorali durante la campagna elettorale. Quelle irregolarità che invece il collegio di garanzia elettorale della corte d’appello di Cagliari le contesta tanto da dichiararla decaduta dalla carica di consigliere regionale e, di conseguenza, da quella di presidente. Non era mai successo prima: ora la strada da seguire sarà doppia, da un lato politica, con il consiglio regionale chiamato a ratificare la decisione del collegio, potrebbe anche decidere di non ratificarla aprendo però scenari impossibili da ipotizzare, dall’altro giudiziaria, con il ricorso già presentato dai legali della Todde al tribunale ordinario.

“Sono assolutamente certa della legittimità del mio operato”, dice Todde in conferenza stampa, “e continuerò a lavorare per i sardi con piena motivazione fino a che non ci saranno atti definitivi”. Ribadendo fiducia nella magistratura, Todde sottolinea che “il ricorso è assolutamente normale. I miei avvocati non condividono le osservazioni della Corte d’Appello, ma siamo pronti a difenderci nelle sedi appropriate”. Todde precisa poi di aver sentito i leader dei 5 stelle Giuseppe Conte e del Pd Elly Schlein e di avere “il supporto della mia maggioranza”, mentre dalle opposizioni arrivano le prime richieste di dimissioni alla luce di una vicenda eclatante che non ha precedenti.

lo schifo dello schifo nello schifo

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tempo perso …il soggetto è protetto da Dio

Gasparri fa esplodere il caso: “Ho chiesto una interrogazione a carico del giudice Patronaggio”

03 gennaio 2025

“Ho appena inoltrato al ministro della Giustizia una interrogazione per chiedere un’ispezione a carico del magistrato Luigi Patronaggio. Mi sono rivolto anche al Csm perché valuti eventuali provvedimenti dopo un incredibile articolo scritto da quel magistrato, Patronaggio contesta le politiche dell’immigrazione del governo e con un editoriale pubblicato da un noto quotidiano si è abbandonato ad affermazioni incredibili, sorprendenti e non fondate sulla verità. Il comportamento di Patronaggio, che abbiamo visto all’opera in Sicilia in anni recenti, si configura proprio come una condotta ostile rispetto ai principi fondamentali dell’ordinamento. Con la mia interrogazione chiedo una ispezione, ma sono certo che il Ministero della Giustizia, occupato da magistrati in ogni ufficio, non muoverà un dito. Meno ancora confido sulle iniziative del Csm prigioniero di correnti colonizzate dalla sinistra», dichiara in una nota il capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri.

“Ma la mia responsabilità di parlamentare e di rappresentante dei cittadini – prosegue Gasparri – mi induce lo stesso a fare queste segnalazioni contro l’ineffabile Patronaggio. Sono personaggi del genere che rendono lo Stato più incerto nel contrasto a fenomeni che, invece, vanno gestiti e affrontati con determinazione. La recente assoluzione ottenuta da Salvini a Palermo conferma le valutazioni che avevo fatto in sede parlamentare come presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari. Avevo affermato che Salvini aveva agito nel rispetto delle norme. Ma una decisione politica, basata su valutazioni errate, ha aperto la strada a un processo che lo stesso Patronaggio nei fatti auspicava. Patronaggio andrebbe allontanato dall’ordinamento giudiziario. Invece continuerà a fare una brillante carriera tra gli applausi del Csm politicizzato dalle correnti rosse della magistratura. Ma io – conclude – di fronte a certe vicende rivendico il diritto di parlare pubblicamente e lo farò anche nell’aula del Senato nelle prossime ore, denunciando ulteriormente le parole e le affermazioni incredibili di Patronaggio”.

semplicemente demenziale !!!

Pepe the frog, quando una ranocchia manda in tilt i compagni

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Giovanni Sallusti 04 gennaio 2025

Neanche chi scrive, che si annovera senza riserve tra i più accaniti fans del Cabaret Mussolini (leggi il crescendo surrealista con cui il mainstream alimenta quotidianamente la propria ossessione “antifascista” 5.0), poteva immaginare la vetta toccata ieri da Repubblica. La quale è passata dall’allarme-Duce all’allarme-Ranocchio. Non sappiamo se sia l’esito di un Capodanno più goliardico della media vissuto dal corrispondente negli Usa Antonello Guerrera, in ogni caso il punto di partenza della sua novella (chiamarlo articolo farebbe oggettivamente un torto all’inventiva artistica) sta nella preoccupazione principale di ogni antifascista contemporaneo: un’azione di Elon Musk.

Nella fattispecie: «L’uomo più ricco del mondo, re di Twitter e principe dell’imminente amministrazione Trump, s’è fatto ranocchio. In uniforme da gladiatore e con una console di videogiochi. Ma oltre all’immagine del profilo, per 24 ore su X Elon Musk ha cambiato pure il suo nome, ora Kekius Maximus». Avete inteso bene, il patron di Tesla ha temporaneamente cambiato foto e nome del suo profilo, siamo di fronte a un indizio di autoritarismo come non si vedeva dai tempi dell’omicidio Matteotti. Il corpo del reato è, appunto, di tipo anfibio, e consiste nelle fattezze di Pepe the Frog: rana-umanoide creata da Matt Furie come protagonista del fumetto Boy’s Club, poi diventata virale come meme online e, ci informa il segugio-partigiano di Rep, «negli ultimi anni icona dei suprematisti di destra in America», della «Alt Right forgiata da Steve Bannon» e del movimento “Maga”. Qui l’emozione della pugna contro il Ranocchio in Capo (anzi, Kapò) tradisce il cronista: Steve Bannon non ha “forgiato” l’Alt Right (movimento pulviscolare ormai estraneo alla sistematizzazione del popolo Maga, tra l’altro), al massimo l’ha cavalcata durante le origini del trumpismo.

Gli stessi esperti di politica americana, peraltro, ci assicuravano fino all’altro ieri che l’anima tecno-libertaria di Musk stesse entrando in rotta di collisione proprio col più duro nazionalismo bannoniano, mentre ora il problema sarebbe che la prima adotta linguaggi e simboli del secondo. Ma non perdete tempo con la realtà, è la sua rappresentazione che conta, nel grande Zelig progressista. Ad esempio, l’icona anfibia è stata sfoggiata anche dai manifestanti che ad Hong Kong protestavano contro la stretta liberticida della Cina comunista, ma quello è un autoritarismo che non tira, nella Redazione Unica anti-muskiana, e viene prontamente omesso.

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Ride pure, questo inveterato suprematista, questo sudafricano bianco non a caso «cresciuto nel regime di apartheid», come da annotazione pertinente e per nulla maliziosa del cronista. Infine, è chiaramente “un indizio” (come di cosa? Ma di neonazismo dell’Illinois, sveglia!) anche “la tenuta da gladiatore del ranocchio”. “Perché”, e qui siamo al giornalismo investigativo più spinto, “Maximus, a sua volta, rimanda a Maximus Decimus Meridius, il leggendario Massimo alias Russell Crowe nel film Il gladiatore”. Ehm, non vorremmo deludere le attese republicones, ma che Musk sia un cultore della storia romana, e che teorizzi un nesso tra il ruolo civilizzatore di quell’Impero e l’America che torna grande, era noto anche prima dello scoop sulle squadracce anfibio-gladiatorie di X. Il resto del pezzo è un complottismo su Kekius Maximus come “memecoin” associato a una “criptovaluta” in cui “non è chiaro se il padrone di Tesla abbia investito personalmente” ma ci siamo persi.