Giovanni Donzelli, scontro con Malpezzi a Dritto e Rovescio: “Questi vanno messi in galera!”
Esplora:
10 gennaio 2025
Uno scontro acceso quello tra Giovanni Donzelli e Simona Malpezzi a Dritto e Rovescio, il talk show di Paolo Del Debbio su Rete 4. Nella puntata andata in onda ieri sera, giovedì 9 gennaio, arrivano in diretta le immagini dell’assalto a un commissariato di Torino da parte dei manifestanti scesi in piazza per Ramy, il ragazzo egiziano morto in un incidente a Milano mentre si trovava a bordo di uno scooter inseguito dai carabinieri dopo che il conducente non si era fermato all’alt. Alcune transenne sono state lanciate contro i carabinieri, schierati a protezione del commissariato preso d’assalto, che per allontanare gli antagonisti hanno usato i manganelli.
La tensione è durata alcuni minuti. Poi il corteo ha ripreso a sfilare dirigendosi prima in piazza Castello e poi in via Roma, nel salotto buono del capoluogo piemontese.
La piddina Malpezzi ha affermato: “Se tu provi a includere non scateni la violenza”. E Donzelli ha subito risposto per le rime: “Ma includere chi questi che fanno a botte con la polizia?! Questi vanno sbattuti in galera!!”. In studio si è subito innescata una standing ovation per donzelli che con poche parole ha zittito la retorica della dem. E proprio mentre la Malpezzi cercava di “includere” i facinorosi, a Torino i manifestanti hanno scagliato bombe carta contro gli agenti…
Una notizia bella, importante, tutt’altro che scontata. Che dovrebbe unire il Paese, almeno per una volta. Ed invece, incredibilmente, le forze di sinistra sono riusciti a trovare il modo di far polemica anche per la liberazione di Cecilia Sala. La rete ed i social, nel corso della mattinata di ieri, sono stati letteralmente presi d’assalto dai deputati e senatori. Non si contano i complimenti, gli attestati di stima e gratitudine a Giorgia Meloni, alla nostra intelligence, al lavoro delicato, tessuto in punti di piedi dalla diplomazia italiana. Una sequenza interminabile di elogi, dalla quale Avs ha voluto prendere le distanze. Per comprendere il livello assoluto di rosicamento della rive gauche della politica italianaè sufficiente leggere il post della magica coppia del gol, Nicola Fratoianni ed Angelo Bonelli: «Una buona notizia, finalmente!
Fin dal primo momento avevamo auspicato che la diplomazia e il governo del nostro Paese lavorassero per ottenere questo risultato. Grazie a tutti e a tutte coloro che hanno permesso laliberazione di Cecilia Sala dalle carceri del regime iraniano». Se si analizza il contenuto del messaggio, l’occhio cade al volo sulla quarta parola, «finalmente», un avverbio utilizzato per sminuire lo straordinario successo dei conservatori. Sia ben chiaro: trascorrere anche una sola ora in galera, da innocente, è inaccettabile. Ma in una situazione così delicata, che vedeva il coinvolgimento di Iran e Stati Uniti, in una partita molto complessa, aver riportato Cecilia a casa in venti giorni è un autentico trionfo. Surreale l’uscita di Ilaria Salis. Già nei giorni scorsi, la donna che considera l’occupazione di case altrui una forma di lotta politica e suo padre Roberto avevano scritto autentici sermoni sull’inviata in Iran. Nel bieco tentativo di riaccendere i riflettori su loro stessi. Ieri l’europarlamentare di Avs ha però superato il ridicolo. E sui social ha pubblicato un post davvero grottesco: «Una bellissima notizia: Cecilia Sala è stata finalmente liberata e sta tornando in Italia. Purtroppo, però, molte altre persone restano ingiustamente imprigionate nelle carceri di mezzo mondo, dall’Iran alla Palestina, fino al nostro paese. Libere tutte! Donna, vita, libertà».
Due osservazioni: non vi è nemmeno un accenno al sorprendente risultato dell’esecutivo di centrodestra e vengono confusi due tipi di detenzione, lontani anni luce tra loro. La giornalista italiana era in galera solo perché «colpevole» di aver svolto il proprio mestiere. Non si trovava in un istituto di pena perché pizzicata mentre picchiava degli estremisti di destra in Ungheria. Voler mettere tutte le donne incarcerate nello stesso calderone minimizza la drammatica condizione nella quale versava Cecilia Sala. Discutibile, e molto, anche la scelta del Pd. Sulla propria pagina Facebook, i dem hanno pubblicato una bella foto della reporter appena liberata, nella quale appare il logo del partito. A voler pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, come diceva Giulio Andreotti. Non serve un genio della deduzione logica per comprendere come quel simbolo sia inserito col subdolo (ma preciso) intento di intestarsi il trionfo diplomatico conseguito, al contrario, dal centrodestra.
Non va inoltre dimenticato come la mossa che ha reso possibile lo scacco matto finale sia stato indiscutibilmente il viaggio di Giorgia Meloni negli Stati Uniti. Il colloquio con Trump, nei giorni scorsi, è stata bistrattato da politici e intellettuali sinistri. Renzi in primis, che aveva sottolineato come il leader di Fdi fosse «volato in America da Trump invece che riferire in Parlamento». Il Manifesto, quotidiano da sempre vicino ai nipotini di Carlo Marx, in riferimento al viaggio a Mar-a-Lago, aveva sentenziato che «l’azione di Meloni scavalca a piedi pari gli sforzi che stanno portando avanti la Farnesina, i diplomatici e i servizi d’intelligence per riportare a casa Sala».
E che dire di Michele Santoro? Ospite da Giovanni Floris a Dimartedì, il nativo di Salerno ha sbraitato contro il Primo Ministro: «Sono indignato. La premier? Sembrava un cagnolino alla corte di Trump». Dulcis in fundo, Corrado Augias: «È stata una serata utile? Credo di no». E se c’è chi dice che la liberazione è da imputare agli Usa c’è Romano Prodi che accusa Meloni di non voler condividere i meriti. «Oggi è sembrato un evento molto solitario, solo della Meloni. Certamente c’è stato da Trump una specie di permesso o di tacito consenso». Della serie, non azzeccarne una. Mai. Manco per sbaglio.
Caso Ramy, ora i pm valutano anche l’accusa di omicidio con dolo eventuale per i carabinieri
Le immagini nuove della dashcam e del Comune di Milano hanno riacceso la discussione sulla morte di Ramy Elgaml. Il papà: “Ho fiducia nei giudici e nella giustizia italiana”
NON SI FERMANO, HANNO CON SE’ ROBA RUBATA , SCAPPANO E S’INCHIODANO , CON O SENZA ESSERE SPERONATI NON FA NESSUNISSSIMA DIFFERENZA – LE CONSEGUENZE SONO TUTTE A CARICO DEI DELINQUENTI : PUNTO E BASTA.
LE FORZE DELL’ORDINE NON POSSONO SPARARE , NON POSSONO BASTONARE , SONO DERISE E SBEFFEGGIATE DA DELINQUENTI D’OGNI GENERE ,SE NON POSSONO NEMMENO FERMARE CHI DELINQUE CHE LI PAGHIAMO A FARE ?
INIZIAMO A TOGLIERE LE SCORTE A TUTTI I GIUDICI E POLITICI…INTANTO…
Eniente, anche nel giorno della liberazione di Cecilia Sala contro le fosche previsione dei soliti gufi, c’è la corsa ai distinguo a fronte di un indiscutibile successo di Giorgia Meloni e del governo. Tanto che Romano Prodi accusa la premier di non voler condividere i meriti. “Esprimo la mia felicità vera per il ritorno di Cecilia Sala, la stessa che ho provato quando liberammo il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo in condizioni analoghe”, afferma l’ex premier e nume tutelare dei dem a Otto e mezzo, su La7. “Queste contrattazioni sono sempre molto complesse. Certamente c’è stato da Trump una specie di permesso o di tacito consenso”, afferma sul viaggio di Meloni in Florida.
Per Prodi quella di oggi è una festa solitaria. “A differenza della mia esperienza, noi gioimmo tutti insieme, col ministro degli Esteri, il governo e anche i servizi. C’era anche la dottoressa Belloni, che aveva organizzato la liberazione; oggi è sembrato un evento molto solitario, solo della Meloni”, ha aggiunto Prodi. Sala, atterrata a Ciampino, è stata accolta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e dal sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. “Su Belloni, posso dire che è proprio brava, una servitrice dello Stato leale nei confronti del Paese e con capacità personali. Non ho la minima idea se verrà eventualmente coinvolta nelle istituzioni europee. Lei ha detto di no, ma queste cose devono maturare nel tempo. Ha le energie e le capacità, vedremo”, ha detto Prodi riferendosi alla direttrice generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza che il 15 gennaio lascerà l’incarico.
Un accordo tra Italia e Space X per l’utilizzo del sistema di telecomunicazioni satellitari Starlink è un’opportunità, non una minaccia. A rassicurare gli italiani rispetto all’indiscrezione, diffusa dall’agenzia americana Bloomberg, è lo stesso Musk. Il patron di Tesla, rispondendo a un post del vicepremier Matteo Salvini, spiega come l’accordo tra la sua azienda e Palazzo Chigi è qualcosa di «fantastico» e che «altri paesi chiederanno di adottarlo». Probabilmente anche la Germania di Olaf Scholz e la Francia di Emmanuel Macron. Non è da escludere, quindi, che quel Emmanuel che accusa Elon di sostenere una nuova «internazionale reazionaria», alla fine, possa accodarsi. Non è finita qui. A parlare di operazione virtuosa per l’Italia e l’Europa è la stessa Commissione Ue, che ritiene quanto trattato da Palazzo Chigi in linea con Iris2, il programma europeo per la rete satellitare ed è dunque «applicabile» in tutto il territorio continentale. Un portavoce di Bruxelles, inoltre, sottolinea come, essendo il nostro uno Stato sovrano, l’esecutivo Meloni ha il potere discrezionale di procedere o meglio fare ciò che ritiene più utile.
Rispetto a tale aspetto vale più di mille parole quanto riferito da Andrea Stroppa, il referente italiano del numero uno di X. In un post in cui ha simulato una sessione di Q&A (domanda e risposta) sulla situazione dei satelliti rivela come gli investimenti nel consorzio Ariane6, la precedente sinergia, sponsorizzata da quella sinistra che ha governato prima di Giorgia, sia stata tutt’altro che vantaggiosa. «L’unica cosa che saliva alle stelle con quel progetto – ribadisce – erano i soldi pubblici degli Stati europei». Si tratta, infatti, di un investimento da 4 miliardi, di cui 500 milioni italiani. «E con mezzo miliardo – ribadisce il fedelissimo di Elon – non siamo terzi, ma abbiamo il 3%». Il 74%, invece, appartiene a un gruppo a maggioranza francese con una compagine minoritaria tedesca (8,3%). La restante parte è suddivisa fra le imprese degli altri paesi. Evidenzia, poi, come rispetto a tutto ciò non ci sia mai stato un connazionale a decidere, così come non sia stato lanciato nulla dalle nostre basi. «Abbiamo messo tutti quei soldi e non contiamo niente» per un qualcosa, che tra l’altro ancora non funziona come dovrebbe. «Dopo 10 anni dall’annuncio e 4 anni di ritardo dalla tabella di marcia, Ariane6 è nato già vecchio e ironia della sorte si sono dovuti fermare di nuovo prima di lanciarlo perché ha problemi tecnici».
Nonostante Palazzo Chigi abbia smentito qualsiasi accordo commerciale per Starlink, i nostri compagni, pur di andare contro la maggioranza, continuano a bacchettare il governo e definire Elon Musk «cattivo» e Giorgia Meloni «venduta». L’ultimo, in ordine, è Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva, pur sostenendo come l’imprenditore della Silicon valley sia un genio e possa contare sulla tecnologia migliore, denuncia come il miliardo e mezzo di cui si parla non sia «della sora Giorgia o della sorella, ma degli italiani». Sulla medesima posizione la segretaria del Pd Elly Schlein: «È sempre più urgente che Meloni venga in Parlamento a riferire su questa vicenda paradossale, perché è preoccupante la disinvoltura con cui la destra promette agli uomini più ricchi del mondo contratti di miliardi di euro, pagati dai contribuenti, quando in Italia taglia sulla sanità e sulla qualità della vita». Per la prima donna del Nazareno, Salvini e Meloni «sono talmente appassionati a Space X da essere diventati loro stessi satelliti di Musk». Più duro ancora Carlo Calenda che definisce il paperone statunitense «un pazzo che sta alimentando fake news».
L’opposizione straparla contro Musk, il nuovo “uomo nero”. Ed è guerra alla Meloni: “Faremo le barricate”
La sinistra contro ogni accordo con Starlink anche se era pronta all’intesa con i cinesi di Huawei: “La premier riferisca in Parlamento”. Calenda scatenato: “Nessun patto col pazzo”. Pure i tedeschi attaccano il tycoon americano
No pasaran: il «campo largo» dichiara guerra a Starlink e al possibile accordo del governo italiano con SpaceX, e chiede alla premier di venire a chiarire la faccenda in Parlamento. «Faremo le barricate», promette battagliero Carlo Calenda. E già oggi la questione sarà oggetto di un primo round nell’aula di Montecitorio, durante il question time con il ministro della Difesa Guido Crosetto, chiamato a rispondere ad un’interrogazione di Avs.
L’ombra dell’ingombrante uomo nero Elon Musk riesce per una volta a mettere d’accordo l’intera opposizione, tanto più dopo il tweet del leghista Matteo Salvini che plaude alla «grande opportunità», con immediata e entusiastica risposta del magnate Usa («L’accordo dell’Italia con SpaceX sarà fantastico»), che è sembrato a molti una smentita della smentita di Palazzo Chigi. Così Elly Schlein irride la «corsa della destra italiana al bacio della pantofola dell’uomo più ricco del mondo», e parla di «governo nel caos» con «il vicepresidente del consiglio che smentisce la stessa premier, mentre Fratelli d’Italia bollava come fake news quanto Salvini stava confermando». Il capogruppo dem a Palazzo Madama, Francesco Boccia, formalizza – con tanto di lettera al presidente del Senato Ignazio La Russa – la richiesta di comunicazioni del governo al Parlamento: «Assistiamo attoniti al dibattito social tra la presidenza del Consiglio dei ministri e Elon Musk in merito ad una trattativa tra il nostro governo e la società SpaceX circa la fornitura di servizi di telecomunicazione per le nostre sedi diplomatiche, forze armate, istituzioni strategiche e Pubblica amministrazione. Tutto ciò è di palese gravità».
Matteo Renzi chiede «un percorso trasparente e un dibattito pubblico» su scelte così strategiche e su investimenti di «un miliardo e mezzo degli italiani: Meloni deve venire a metterci la faccia». Per Calenda Musk è il vero pericolo: «Un pazzo che, alimentando fake news, sta sostenendo l’extradestra in tutt’Europa, con l’obiettivo di distruggerla».
Anche M5s, con Giuseppe Conte, denuncia il «possibile accordo per consegnare pezzi della nostra sicurezza nazionale a Musk». L’ex premier tuona: «Un governo che vuole tutelare l’interesse nazionale e la trasparenza dei processi democratici non affida asset strategici con trattative riservate. Viene piuttosto in Parlamento a chiarire a tutti gli italiani». Ironia della storia (o della più ordinaria cronaca): il medesimo Conte, pochi anni fa, fu – a parti invertite – protagonista di una analoga polemica, che oggi il capo pentastellato assai opportunamente rimuove. Fu il suo secondo gabinetto, infatti, ad emanare nell’agosto del 2020 un dpcm (stranamente secretato), firmato dall’allora ministro Patuanelli, che autorizzava Tim ad utilizzare per le reti del 5G la tecnologia cinese Huawei. E all’epoca furono Lega e Forza Italia ad insorgere, chiedendo che il governo M5s-Pd spiegasse lo strano accordo: «Se esiste un patto segreto con la Cina per svendere i nostri dati e la nostra sicurezza il governo deve chiarire in Parlamento».
Per il portavoce della Commissione Ue «gli Stati membri dell’Unione possono partecipare a Iris 2 (il programma di comunicazioni satellitare europeo, ndr) e siglare contratti aggiuntivi a livello nazionale. Rimane una competenza nazionale». Ma l’allarme sulle «ingerenze» politiche del tycoon padrone di Twitter si estende ben oltre i confini della sinistra nazionale. Il gruppo liberale di Renew chiede «un dibattito urgente» nel Parlamento europeo «L’Ue non può essere ingenua o cieca di fronte alla determinazione di Musk di intromettersi negli affari democratici degli Stati membri, sostenendo cause estremiste».
E contro il tycoon si uniscono persino i due competitor per la guida del governo tedesco, il Cancelliere uscente socialista Olaf Scholz e il suo sfidante di destra, il candidato dei Popolari Friedrich Merz, che denuncia Elon Musk per la sua sponsorizzazione dei neonazisti di Afd: una «inedita intromissione nella campagna elettorale di un paese amico».
CALENDA, CONTE, IL NULLA ASSOLUTO PER CAPACITA’ E COMPRENSIONE , che contano meno di nulla, STRAPARLANO PER PARTITO PRESO, SENZA AVER CAPITO UN BEATO DIMAIO !!
Forza Italia in Regione Lombardia cresce di numero, con l’ingresso dell’ex renziano Giuseppe Licata, e mette nel mirino la composizione della giunta Fontana. Lo fa alla maniera dei forzisti, cioè: «Noi non chiediamo nulla, prendiamo atto che il gruppo cresce. Faremo nei tempi opportuni delle valutazioni col presidente Fontana e coi nostri alleati». Tradotto: entro l’estate, quando in Regione si tireranno le somme di metà mandato, Forza Italia chiederà un riequilibrio dei pesi nell’esecutivo regionale. Per allora non è affatto escluso che uno o due consiglieri possano andare a rafforzare ulteriormente la pattuglia azzurra al Pirellone, passata in due anni da sei a nove consiglieri.
UN PARTITO PER GENTE SENZA BANDIERA,. SENZA IDEE MA ALLA DISPERATA RICERCA D’UNA SEDIA REDDITIZIA …. GLI INCROCI SONO SEMPRE BASTARDI ….
Alessandra Todde: “Non ho sostenuto nessuna spesa”. Ma da Formigli diceva altro
06 gennaio 2025
“Sulle spese elettorali non entro nel merito – ha dichiarato Alessandra Todde al Tg1 -. Lo faranno ovviamente gli avvocati. Vedremo nel merito quello che è stato contestato. Posso dire personalmente che secondo me le mie spese sono state gestite da un comitato elettorale e io personalmente non ho sostenuto nessuna spesa. Sono forte di questo”. Stando alle anticipazioni fornite dall’Unione Sarda, il collegio regionale di garanzia elettorale ha fatto una dichiarazione di decadenza da consigliere regionale per la governatrice della Sardegna, che così perderebbe anche la carica di presidente della Regione.
Lei, com’era prevedibile, ha negato tutto. “La notifica della Corte d’appello è un atto amministrativo che impugnerò nelle sedi opportune – ha dichiarato la Todde poco dopo lo scoop dell’Unione Sarda -. Ho piena fiducia nella magistratura e non essendo un provvedimento definitivo – ha poi aggiunto – continuerò serenamente a fare il mio lavoro nell’interesse del popolo sardo”.
Eppure la versione di Alessandra Todde stride con quella da lei stessa enunciata a Piazzapulita. “Io potrei vivere di altro – aveva spiegato la governatrice della Sardegna intervistata da Corrado Formigli su La7 lo scorso 10 marzo -. Ho comunque la mia professione, mi piace lavorare e mi piace l’impresa. Mi sono pagata anche gran parte della campagna elettorale per esempio. E questa – aveva concluso – è una grande libertà”.