OGNUNO HA IL SINDACO CHE HA VOTATO E SI MERITA !!


Leoncavallo, Sala trova una nuova casa ma in migliaia sono senza per i cantieri bloccati

di Giorgia Petanisabato 23 agosto 2025condividi

Leoncavallo, Sala trova una nuova casa ma in migliaia sono senza per i cantieri bloccati

4′ di lettura

In una città paralizzata dalla maxi inchiesta sull’urbanistica, che vede coinvolte oltre 4.500 famiglie in attesa di risposte e 150 cantieri bloccati, il sindaco Sala sembra avere una sola preoccupazione: trovare un nuovo spazio per i leoncavallini, rimasti da giovedì senza casa.

Il sindaco Sala, che ha lamentato di essere stato avvisato solo in un secondo momento, ribadisce la necessità di trovare una soluzione, in quanto il centro sociale – come ha spiegato più volte rappresenta un «valore storico della città». «A mio parere, questo centro sociale deve continuare a emettere cultura, chiaramente in un contesto di legalità. Da anni e anni è un luogo pacifico di impegno. Confermo la volontà di mantenere aperta l’interlocuzione con i responsabili delle attività del centro sociale», aveva detto a poche ore dalla notizia di sfratto.

A rincarare la dose ci ha pensato anche la numero due di Palazzo Marino, la vicesindaca Anna Scavuzzo, che ieri ha definito il ripristino della legalità una «prova di forza».
La Dem ha inoltre confermato che nella prossima seduta di Giunta, il 28 agosto, sarà votata la delibera con le linee guida per le manifestazioni di interesse sull’area comunale di via San Dionigi: primo step per una eventuale nuova casa del Leonka.

«Come amministrazione ci siamo chiesti cosa sia successo. Ieri c’è stata una prova muscolare che ci siamo chiesti a cosa servisse: di certo non è andata in scena una soluzione», osserva la vicesindaca, che – convinta di essere dalla parte della ragione – auspica persino un aiuto anche da parte dell’esecutivo di Giorgia Meloni.

«Vedremo se il governo è disponibile a cercare soluzioni» ma quel che è certo, secondo Scavuzzo, è che «non è risolta la questione Leoncavallo: non so se al ministro Piantedosi è chiaro». Parole cariche di enfasi, quelle pronunciate dalla numero due del Comune. Parole che rivelano chiaramente quali siano le priorità di questa amministrazione, che non sembra mostrare la stessa urgenza nel trovare una sistemazione per i 4.500 nuclei familiari rimasti senza casa a causa del “terremoto urbanistico”.

Un terremoto che avrebbe dovuto spingere Palazzo Marino a rivedere le proprie priorità, alla luce del disagio vissuto da migliaia di cittadini che da oltre un anno attendono risposte. Ma il cuore della Scavuzzo appartiene ai leoncavallini e un po’ stizzita continua la sua difesa spiegando che «se ci sono degli spazi occupati, se si vuole fare emergere il sommerso, ci si siede a un tavolo e si media, come è successo ad esempio in via Oglio alcuni anni fa» e sul Leoncavallo «il tavolo in prefettura in teoria c’era già» osserva Scavuzzo, che ricordiamo ha le deleghe all’Urbanistica. «Avevamo capito che fossero disponibili a trovare una soluzione e invece c’è stata questa specie di finto sgombero». La delibera per arrivare a dare in concessione l’area di via San Dionigi «è aperta a tutti – ricorda la dem – e non costruita appositamente per il Leoncavallo» anche se con la consapevolezza che «può dare una risposta all’esperienza del Leoncavallo».

E proprio su quell’area lo scorso marzo l’associazione Mamme antifasciste del Leoncavallo aveva inviato già una manifestazione informale d’interesse. «Capisco l’auspicio di vedersi assegnare uno spazio chiavi in mano ma non si può», evidenzia rammaricata la vicesindaca. Ed è proprio tutto questo pathos e sensazionalismo a non andare giù a molti. In primis alle vere vittime: il Comitato Famiglie Sospese – Vite in attesa. «Se dovessero trovare una soluzione in tempi rapidi mentre noi siamo ancora qui ad aspettare solo un tavolo (nemmeno una soluzione) è chiaro che la nostra frustrazione cresce. Sia a livello locale (con tutta questa mobilità) sia a livello nazionale (vorremmo godere anche noi di questa attenzione sia da sinistra che da destra)», spiega a Libero il portavoce Filippo Borsellino.

«Tra molti di noi c’è la sensazione che, se avessimo occupato un immobile illegalmente invece di procedere per vie legali, oggi saremmo stati più tutelati», aggiunge. A pensarla allo stesso modo anche uno degli acquirenti di un immobile in via Savona 105, Diego Locatelli: «Penso che oggi per avere visibilità e attenzione dalle istituzioni devi essere una minoranza rumorosa in modo che il politicamente corretto si allinea al pensiero unico dominante. Le persone normali non spaccano vetrine per mandare messaggi per cui non sono interessati…».

E in merito a quanto avvenuto nelle ultime ore, il comitato sta anche valutando un’iniziativa. A intervenire sulla questione è il deputato di Fratelli d’Italia, Riccardo De Corato, che nel corso degli anni ha sempre seguito la vicenda con attenzione. «Se il Comune di Milano dovesse concedere abusivamente uno spazio pubblico o in violazione delle norme, procederò immediatamente con un esposto alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti, investendo anche l’Anac e il Prefetto per i profili di trasparenza e ordine pubblico. Chiederò inoltre accesso agli atti su ogni passaggio istruttorio».

i centri asociali che occupano immobili vanno sgombrati: TUTTI !

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i parassiti non amano la legalita’ ed i delinquenti li difendono


Leoncavallo, la sinistra è in lutto e cerca una nuova sede

di Alessandro Gonzatovenerdì 22 agosto 2025condividi

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Nessuno metta fretta ai dem! Tocca al sindaco, Giuseppe Sala: «L’intervento sul Leoncavallo era sì previsto, ma per il 9 settembre. In considerazione di questa timeline ufficiale, come Comune avevamo continuato, coi responsabili del centro, un confronto che portasse alla piena legalità tutta l’iniziativa del centro. Sono convinto, e l’ho già dichiarato in precedenza, che il Leoncavallo rivesta un valore storico e sociale nella nostra città. È la mia opinione, so che le mie parole non troveranno d’accordo tutti», va avanti Sala. «A mio parere questo centro sociale deve continuare ad emettere cultura, chiaramente in un contesto di legalità. Da anni e anni è un luogo pacifico di impegno. Confermo la volontà di mantenere aperta l’interlocuzione con i responsabili delle attività del centro sociale».

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Non poteva mancare al lagnoso coro Ilaria Salis. La donna che occupava le case (altrui), sul proprio profilo Facebook, ha difeso «l’esperienza» del Leonka. «Nessun rispetto per 50 annidi storia dei movimenti, contro-cultura, aggregazione giovanile, politica dal basso. Avanza la Milano della speculazione edilizia e della gentrificazione, la città della rendita e delle week: una Milano senz’anima, esclusiva ed escludente, contro i poveri, contro chi vive del proprio lavoro, contro i giovani». Come da programma, l’europarlamentare ha voluto ribadire la propria delirante posizione anticapitalista. «Una Milano che appare più ricca e patinata, ma che in realtà è molto più povera e brutta. Spero che il Leoncavallo possa presto riprendersi lo spazio che merita. E che mille nuovi spazi sociali vengano conquistati e restituiti alle comunità che nonostante tutto resistono, in una città sempre più ostile e meno accogliente, una città espropriata ai suoi abitanti. Una città da rovesciare. Giù le mani dagli spazi sociali. Giù le mani dalla città. Milano è di chi la vive, non di chi ci specula». Avs era talmente contigua al Leoncavallo che, proprio all’interno della struttura occupata abusivamente nel 1994, aveva organizzato la propria festa per l’inizio di settembre. Una sorta di legittimazione politica dell’illegalità. Grottesca la posizione del sindaco meneghino Giuseppe Sala, che ha manifestato il suo disappunto per non essere stato avvertito dello sgombero e ha affermato che il Leoncavallo «deve continuare a emettere cultura, chiaramente in un contesto di legalità».

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Di tutt’altro tenore le dichiarazioni dei rappresentanti del centrodestra. «Occupare uno spazio altrui è illegale. Significa violare il diritto di proprietà, significa violare la libertà altrui- ha ricordato il Vicepremier Antonio Tajani – Lo sgombero di un centro sociale a Milano, che per tanti anni ha rappresentato abusivismo e degrado, significa riportare legalità e rispetto delle regole. Per noi non è un operazione politica, ma di giustizia. Non c’è differenza tra occupazioni di sinistra o destra, entrambe configurano un reato». Una posizione condivisa anche dal sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro: «La solita canea ululante della sinistra si straccia le vesti per lo storico sgombero del Leoncavallo. Si arrendano: il governo Meloni continuerà a mantenere fede agli impegni contratti con il popolo italiano, senza chiedere permesso alla sinistra».

CHI DELINQUE DEVE TORNARE DA DOVE E’ VENUTO NON FARSI MANTENERE QUI DA CHI LAVORA …


Pd, l’immigrato che voleva sgozzare la Cisint? “Va processato qui”

di Michele Zaccardigiovedì 21 agosto 2025condividi

Anna Maria Cisint

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«Le voglio tagliare la gola» le aveva gridato pochi giorni fa. Ma l’ex sindaco leghista di Monfalcone Anna Maria Cisint non si era fatta intimidire dalle minacce del bengalese e ha sporto denuncia. Poi, ieri, l’espulsione dell’immigrato. «Il cittadino bengalese espulso aveva preso di mira la mia persona per la chiusura delle moschee abusive e per il regolamento che vieta l’ingresso negli edifici comunali con il volto integralmente coperto. Ebbene, sappiano tutti che sto lavorando insieme al mio partito, la Lega, affinché si definiscano tutte quelle regole, che oggi sembrano ancora insufficienti, a tutela del futuro del nostro Paese. Perché la nostra civiltà, la nostra Nazione, non si può sottomettere all’islamizzazione più becera» ha scritto in una nota l’europarlamentare della Lega e delegata alla Sicurezza di Monfalcone.

«Un pericoloso radicalizzato in meno nel nostro Paese. Questa è l’Italia che vogliamo. Espulso e rimandato in Bangladesh, lì dove resterà» continua la nota. «Oggi l’Italia è più sicura. E la nostra lotta per difenderne l’identità, i valori e le libertà è ancora più forte. Non possiamo accettare che il fondamentalismo islamico si imponga prepotentemente nelle nostre città e, da lì, in tutta Europa» ha concluso Cisint.

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Noto alle forze dell’ordine per alcuni precedenti episodi di danneggiamento e disturbo della quiete pubblica, dopo le minacce a Cisint al bengalese, residente a Monfalcone, è stata rigettata la domanda di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro da parte del Questore di Gorizia ed è stato attuato un provvedimento di espulsione emesso dal Prefetto di Gorizia. La Polizia di Gorizia, con la collaborazione della Polizia di Frontiera dell’Aeroporto Marco Polo di Venezia, ha notificato nel tardo pomeriggio di martedì i due provvedimenti all’uomo che ha dunque lasciato l’Italia con un volo per Doha.

Successivamente è stato precisato che il provvedimento d’espulsione del cittadino bengalese è stato adottato in quanto lo straniero era privo di titolo autorizzatorio a permanere sul territorio nazionale. Soltanto per un «mero errore materiale» è stata indicata la pericolosità sociale come motivazione del provvedimento. Ma il Pd non ci sta. Secondo i dem, infatti, il bengalese doveva restare in Italia. L’assurda tesi è stata sostenuta dalla deputata dem e responsabile Giustizia del partito, Debora Serracchiani. «Se qualcuno mi minaccia di morte e sporgo formale denuncia spero che le autorità fermino subito il responsabile, che sia indagato per un reato molto grave e auspicabilmente condannato, non che sia mandato libero sull’aereo che avrebbe già prenotato» ha dichiarato Serracchiani.

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«Ciò a prescindere dalla documentazione autorizzativa per il soggiorno. Chi commette reati in Italia deve essere perseguito e pagare qui il prezzo delle sue azioni. Lo chiediamo proprio perché giudichiamo inaccettabili questi comportamenti, se sussistono ovviamente» ha aggiunto. Poi la conclusione: «Sull’episodio di questa espulsione si sono accavallate versioni diverse e “coincidenze” temporali che lasciano quantomeno perplessi».

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ANPI

La “liberazione” del Leoncavallo manda in tilt la sinistraMeloni: “No alle zone franche”

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Associazioni filo Hamas, moschee e politici di sinistra: ecco come funziona la rete

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Giulia Sorrentino 21 agosto 2025

Cosa c’è dietro a legami tra una certa politica e il mondo ritenuto vicino a un’organizzazione terroristica come Hamas? Perché certe frequentazioni mascherate da amore verso la causa pro-Palestina? Al di là dell’inchiesta che stiamo conducendo, analizzare il modo in cui il fondamentalismo islamico agisce è centrale per comprendere quanto la penetrazione di questi soggetti nella nostra società sia radicata. A far luce su tutto ciò è stato un recente report degli 007 francesi che hanno lanciato l’allarme sulla Fratellanza musulmana che sta innervando non solo la Francia ma anche l’Italia, spiegando che loro agiscono insediandosi tramite diversi meccanismi: fondi provenienti dal Qatar, l’uso della politica per raggiungere i loro obiettivi come la costruzione di nuove moschee, l’ingresso nelle scuole con la scusa del dialogo interreligioso. Così come cercano di plasmare i ragazzi fin da piccoli, facendo loro leggere libri di testo piuttosto opinabili, usano i social per diffondere il pensiero di Allah con lo scopo di sovvertire l’ordine democratico vigente in ogni paese, facendo prevalere dettami religiosi in un’ottica antioccidentale.

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Ed è per questo che abbiamo fatto emergere che il Pd e il Movimento 5 Stelle è da anni che fanno campagna elettorale nella Casa della Cultura Musulmana di Milano, la moschea abusiva di Viale Padova 144, che fa capo all’architetto e imam Mahmoud Asfa, suocero di Sulaiman Hijazi: è con loro che hanno partecipato a comizi il Sindaco di Milano Beppe Sala, l’europarlamentare Cecilia Strada, la viceindaca di Milano Anna Scavuzzo e Antonio Misiani, oggi responsabile economico del Pd, poi gli allora candidati dei 5 Stelle Sara Montrasio e Daniele Tromboni. Non si tratta solo di una causa comune, bensì di convenienza, di consapevolezza che lì c’è un bacino divoti importante. Ed è proprio nell’interesse delle comunità ospitare futuri (o attuali) esponenti politici anche per realizzare i propri progetti. Ma ci siamo chiesti fin dall’inizio anche come facesse una relatrice speciale dell’Onu, Francesca Albanese, a non sapere chi fosse Sulaiman Hijazi. È stata lei stessa a dire che non chiede la carta d’identità a tutti quelli che le chiedono un selfie. Ma poi abbiamo scoperto che sempre la Albanese il 5 luglio ha condiviso il palco con Mohammad Hannoun, a Lenno, a un evento promosso proprio da una delle sue associazioni, l’Api. Ancora non sono arrivate delle risposte da parte sua in merito a queste frequentazioni. Così come regna il silenzio da parte della segretaria dem Elly Schlein e del leader pentastellato Giuseppe Conte nonostante esponenti (o ex) dei loro partiti siano stati visti vicino a Suleiman Hijazi (Paolo Gentiloni, Nicola Zingaretti, Roberto Fico, Giuseppe Conte, ma anche Stefania Ascari e Alessandro Di Battista). Ascari e Di Battista sono anche partiti con Hannoun, accanto al quale abbiamo visto, anche Marco Furfaro, Laura Boldrini, Nicola Fratoianni, Gaetano Pedullà.

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Ma nessuno si discosta, pur essendo Hannoun, come leggiamo in un rapporto stilato da Elnet nell’ottobre del 2024, una delle principali ONG impegnate nel rafforzamento delle relazioni tra Europa e Israele «il principale esponente affiliato ad Hamas in Italia. Da oltre vent’anni ha fondato e guidato numerose organizzazioni in tutto il Paese, tra cui la ABSPP, l’API, Europeans for Al-Quds, e quello che sembra essere il suo braccio mediatico, InfoPal. Altri attori principali per le loro attività pro-Hamas sono i collaboratori di Hannoun» e tra loro è citato Sulaiman Hijazi. E si sottolinea come «tutti ricoprono ruoli rilevanti all’interno delle organizzazioni legate a Hannoun e manifestano un deciso sostegno ad Hamas e alle sue attività terroristiche». E il 7 ottobre 2024 l’OFAC, Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri statunitense ha definito l’ABSPP una «falsa organizzazione caritatevole» che contribuisce a «finanziare l’ala militare di Hamas» e nel 2023 diversi enti finanziari americani hanno vietato le attività di raccolta fondi online dell’associazione per legami con il terrorismo.