Mario Giordano scatenato contro Jannik Sinner: “Tasse, un italiano vero”
di Roberto Tortoravenerdì 25 luglio 2025condividi
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Il tennis e le tasse, due pilastri inevitabili per il numero uno al mondo, Jannik Sinner. Anzi il secondo, se non del tutto è evitabile, è molto accomodabile con una scelta di vita precisa, cioè abitare nella ricca Monte Carlo, nel Principato di Monaco, dove il fisco è molto più morbido con chi contribuisce al prestigio della città. Allora Mario Giordano, giornalista e conduttore di Fuori dal Coro su Rete 4, dalle pagine del settimanale Panorama gli scrive una lettera, ironica e pungente, per convincerlo a contribuire all’erario del nostro Paese: “Wimbledon resterà negli annali dello sport. Ma se decidesse di pagare le tasse in Italia, lei farebbe la storia patria”.
Giordano lo elegge a simbolo italiano: “Da quando abbiamo capito che lei è un fenomeno l’abbiamo eletta a miglior rappresentante dell’italianità. Anche quando parla tedesco, che è la sua prima lingua. E anche se risiede a Montecarlo, per non dover sottostare all’insopportabile fisco nostrano. Perciò mi ripeto che sì, lei rappresenta davvero l’anima profonda dell’Italia. E infatti desidera anche pagare meno tasse. Ci pensi: dopo essere diventato Papa e Re del mondo, come potrà arrivare ancora più in alto? Solo in un modo: diventando il Principe dei Contribuenti. Solo dalla vittoria a Wimbledon – fa i conti il giornalista Mediaset – ha portato a casa 3,5 milioni di euro. Chi vince tanto come lei nel tennis guadagna assai bene. Poi ci sono gli sponsor: mentre guardavo la sua finale facevo caso che non c’era pubblicità in cui lei non fosse il testimonial. Pensi che bello se potesse dare l’esempio e aprire la strada a un’altra Italia anche nel fisco, oltre che nel tennis. Un’Italia dove elusione e evasione possono essere battute. O, per lo meno, smorzate. Come quei colpi che solo lei sa fare”.
Differenze tra Paesi: nel Regno Unito c’è una tassazione al 36,5% comprensiva degli introiti pubblicitari, perciò dei 3,5 milioni vinti il nostro Jannik ne ha portati a casa 2,7. In Italia, invece, rientrerebbe nello scaglione massimo dell’Irpef, cioè il 43% e gli resterebbero solo 1,2 milioni. Nel Principato di Monaco non esiste la tassa sulle persone fisiche, perciò Sinner intascherebbe la cifra intera.
Caro direttore, ho letto con un certo sgomento dell’intervento dell’europarlamentare Ilaria Salis al Festival Alta Felicità in Val di Susa. In quella sede ha espresso parole di affetto e sostegno al movimento No Tav, notoriamente protagonista negli anni di episodi di violenza, scontri con le forze dell’ordine, sabotaggi e illegalità assortite. Mi chiedo, e le chiedo: ma una rappresentante delle istituzioni europee, che dovrebbe dare il buon esempio e difendere lo Stato di diritto, può permettersi di schierarsi dalla parte dell’illegalità militante, magari in nome di un pacifismo finto e straccione? Non le pare, direttore, che la Salis sia l’ennesima bandiera rossa agitata contro la legalità?
Francesco Conti
Caro Francesco, mi scrivi indignato e io, stavolta, sono più indignato di te. Perché il caso Salis non è una banale provocazione politica, ma un paradosso vivente. Un cortocircuito istituzionale. Un insulto al buonsenso. Parliamoci chiaro: Ilaria Salis non è soltanto un’europarlamentare eletta all’ultimo respiro con il salvagente dell’immunità. È il simbolo tragico e farsesco di un’ideologia che ha fatto dell’illegalità una virtù e della delinquenza una bandiera. Non dimentichiamo, perché tu e io abbiamo memoria, che questa signora è riuscita ad arrivare a Bruxelles nonostante pendesse su di lei un’accusa per aggressione in Ungheria. Invece di affrontare il processo come ogni cittadino civile, ha preferito rifugiarsi nel Parlamento europeo, facendo della propria incriminazione una narrazione eroica, da Che Guevara da discount. Poi però eccola qui, fresca di poltrona, non per lavorare per i cittadini, ma per andare a battere le mani a chi lancia pietre contro i carabinieri. Perché la Salis applaude il movimento No Tav, non il dissenso civile, ma quello violento, urlato, insultante. Quello delle molotov nei boschi. Della guerriglia urbana. Eppure ha il coraggio di presentarsi come «portavoce degli oppressi», quando in realtà è la testimonial dell’abuso. Sponsor ufficiale dell’intolleranza, di un’ideologia minoritaria, ma urlata, incapace di costruire ma bravissima a distruggere.
Non una parola sulle forze dell’ordine aggredite, sulle caserme assaltate, sulle case occupate abusivamente (che per lei sembrano il minimo sindacale di giustizia sociale). In compenso, ci racconta che il carcere andrebbe superato. Certo. Perché l’unico modello di civiltà per certa sinistra è la giungla. Dove tutto è permesso tranne difendere lo Stato. Salis non vuole migliorare la giustizia. Vuole cancellarla. Non propone diritti, propone anarchia. Il suo curriculum politico è un collage di slogan da centro sociale. E lo stile con cui si presenta, cappucci, bandiere arcobaleno e palestinese, pugni chiusi, è degno di chi crede che la rivoluzione sia un’occupazione abusiva, e la legalità una forma di oppressione borghese.
Il problema non è solo che Salis sta dalla parte sbagliata. Il problema è che non sa neppure dove sia quella giusta.
E la cosa più inquietante è che tutto questo lo fa da dentro un’istituzione, pagata dai contribuenti, che ha usato come scudo per evitare un processo, per poi correre a benedire i soliti antagonisti dei centri sociali. In definitiva, Salis è l’incarnazione perfetta di una sinistra che odia lo Stato ma si fa stipendiare da esso, che disprezza le regole ma le usa per proteggersi, che chiede giustizia ma applaude chi la calpesta.
Ti dico la verità, caro Francesco: Salis non dovrebbe sedere in un parlamento, piuttosto dovrebbe essere interrogata
sulle sue idee fuori dalla realtà. O magari portata in gita tra le famiglie delle forze dell’ordine ferite dai compagni che lei tanto osanna.
E allora vedrebbe che anche il suo Alta Felicità le sembrerebbe una triste farsa.
“Con la potestà legislativa Roma torna a correre”. In una nota congiunta i consiglieri capitolini della Lega, Fabrizio Santori e Maurizio Politi, insieme ad Angelo Valeriani e Marco Penna, rispettivamente segretario provinciale della Lega a Roma e capo dipartimento della Lega per l’autonomia di Roma Capitale intervengono sui “poteri speciali per Roma” che risultano “coerenti con il progetto autonomista della Lega, che mira a valorizzare i territori e ad aumentare poteri e responsabilità agli amministratori”.
Con la modifica dell’articolo 114, scrivono i leghisti, “si potrà legiferare su trasporto pubblico locale, polizia amministrativa locale, governo del territorio, commercio, valorizzazione dei beni culturali e ambientali, promozione e organizzazione di attività culturali, turismo, artigianato, servizi e politiche sociali, edilizia residenziale pubblica, organizzazione amministrativa di ROMA CAPITALE. Mentre il Sindaco Gualtieri si diverte a staccare i nostri manifesti dai cartelloni della città ed inaugurare opere progettate, realizzate e finanziate dal Ministero delle infrastrutture, il Governo approva finalmente un passo decisivo per Roma e i suoi cittadini”.
HANNO DEVASTATO LA CITTA’ SENZA POTERI SPECIALI….. FIGURIAMOCI ORA !!
PRIMA SOTENGONO LA VON DER KRUKKEN ED ORA DENIGRANO MELONI CON IDIOZIE SENZA SENSO….. VINCONO IL PREMIO DEL CAZZONE D’ORO BONELLI, SOCIO ED IL MARCHESE DEL GRULLO
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Rieccoli, quelli dell’app anti-Trump. Era il 3 aprile quando Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, dopo il primo annuncio di Donald Trump sui dazi – quello con la tabellina con le percentuali per ciascun Paese diffuso dal giardino della Casa Bianca – organizzarono un flash mob in piazza Montecitorio per presentare la loro risposta al presidente americano. Un’app, appunto. Per permettere al consumatore, in tempo reale, di individuare l’origine del prodotto da acquistare così, eventualmente, da boicottarlo in caso di provenienza americana. È allora che nasce ufficialmente la “Trump tax”. «Rifiutata da Apple», mise le mani avanti Bonelli, ma disponibile (buon per lui) per il sistema Android.
Adesso, dopo l’accordo scozzese tra l’amministrazione Usa e l’Unione europea, Bonelli&Fratoianni ci riprovano. E in nome dell’applicazione anti-Donald invitano gli italiani a boicottare tutte le merci americane. «Giorgia Meloni ha preso in giro gli italiani con la sua presunta special relationship con Trump. Per questo invitiamo i cittadini a non comprare prodotti made in Usa. Li aiuteremo con la nostra applicazione TrumpTax.eu, che consente di identificare con il telefonino il luogo di produzione dei beni che si intendono acquistare». E magari presto arriverà l’aggiornamento promesso ad aprile: la presenza di un’app con «la possibilità di dirci non solo dove è stato prodotto quello che compriamo, ma anche con quali garanzie per chi lavora».
Insomma, lotta dura senza paura in nome dell’autarchia europea. Chissà se i leader di Avs hanno dato un’occhiata alla lista dei principali prodotti a stelle e strisce venduti in Italia che pubblichiamo qui sopra. Se i nostri connazionali prendessero sul serio Bonelli e soci, dovrebbero prepararsi a fare a meno dei sistemi operativi di Microsoft ed Apple, dei processori Intel, delle piattaforme di streaming come Netflix e Spotify, di marchi come Levi’s, Nike e auto come Ford e Jeep. Per non parlare dei farmaci più usati, come l’ansiolitico Xanax (e il Viagra), o dei beni di prima necessità come i dentifrici di Colgate o i prodotti per neonati di Johnson&Johnson. E che dire dei social network gestiti da Meta Platforms, dai quali Bonelli e Fratoianni pontificano?
Tant’è. Il “campo largo” fin dalla serata di domenica l’ha giurata a Ursula von der Leyen (ma il Pd non ha votato a favore del bis della presidente della Commissione? E la maggior parte dei parlamentari Ue dem non ha votato contro la mozione di sfiducia contro Ursula?) e, di conseguenza, alla premier Meloni, accusata di aver piegato la testa di fronte a Trump. L’accordo sui dazi al 15%, attacca Elly Schlein, «ha i tratti di una resa alle imposizioni americane, dovuta al fatto che il governo italiano insieme ad altri governi nazionalisti totalmente subalterni a Trump, hanno spinto per una linea morbida e accondiscendente». Omettendo che senza l’intesa da sabato prossimo, 1° agosto, Washington avrebbe applicato una tariffa del 30% sulle importazioni europee.
A ruota, dopo poco meno di 24 ore di riflessione, arriva la reazione di Giuseppe Conte: «Le condizioni dettate da Trump si riveleranno disastrose per l’economia europea e quella italiana. Crolla il castello di carte di Giorgia Meloni: una premier che, pur di compiacere la Casa Bianca, ha deciso di sacrificare il presente e il futuro di milioni di italiani». Il M5S, con i capigruppo di Camera e Senato, Riccardo Ricciardi e Stefano Patuanelli, chiede alla premier di «venire immediatamente in Aula per spiegare la resa, sua e di von der Leyen, davanti a Trump». A Strasburgo, gli europarlamentari grillini si accodano- inedito- al leader di Azione, Carlo Calenda, che a caldo aveva auspicato la cacciata della presidente della Commissione Ue: «Von der Leyen e tutta la sua Commissione prima vanno a casa meglio è».
A proposito di Calenda: la notte non ha portato consiglio. E ieri ha bollato von der Leyen come un’«incapace, non ha la statura, l’autorevolezza e la forza per rappresentare l’Unione europea». Eppure a Montecitorio il gruppo dell’ex ministro si chiama «Azione Popolari europeisti riformatori Renew Europe». Renew Europe che fa parte, neanche a dirlo, della maggioranza che sostiene la presidente della Commissione.
FdI, Kelany contro Silvia Albano: “Popolo sotto tutela? Ecco il vero volto delle toghe”
mercoledì 30 luglio 2025condividi
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Una politica “sotto tutela” della magistratura. A Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia e responsabile del Dipartimento immigrazione del partito della premier Giorgia Meloni, non vanno giù le parole durissime del magistrato Silvia Albano contro la riforma della giustizia appena varata dalla maggioranza e in un intervento sul Secolo d’Italia risponde punto su punto alla toga, presidente di Magistratura democratica.
La Albano, sul Foglio, aveva definito le misure del governo (decreto sicurezza, autonomia differenziata, separazione delle carriere) pericolose e volte a “distruggere l’architrave dei principi costituzionali”. Accuse che secondo Kelany “dimostrerebbero come il ruolo della magistratura sia proprio quello che vediamo esercitato ormai da decenni: numi tutelari dei diritti anche a dispetto di ciò che la Legge impone. Legge che, ricordiamo, è frutto dell’esercizio del potere da parte del Parlamento, espressione del popolo sovrano”.
Secondo la toga, protagonista di una lunga battaglia a suon di sentenze contro le politiche migratorie messe in atto dal governo di centrodestra (patto con l’Albania in testa) il fatto che la separazione delle carriere fosse una esplicita richiesta del corpo elettorale non basterebbe “a renderla adeguata al sistema democratico”. L’ultima parola, insomma, non spetterebbe né al governo né al parlamento: “L’unico vero e saggio interprete della Costituzione? Chiaramente la magistratura”, ironizza l’onorevole di FdI.
“In buona sostanza la sovranità popolare, non possedendo la maturità per fare consapevolmente e in maniera costituzionalmente orientata le proprie scelte, deve essere messa sotto tutela dalla magistratura – riflette la Kelany -. Un manifesto ideologico che trasuda arroganza in ogni sostantivo, in ogni aggettivo e financo in ogni avverbio che viene utilizzato”.
Riflessioni che “fanno emergere il vero volto di una magistratura che pur di rimanere abbarbicata ai retaggi che per troppi decenni le hanno consentito di esondare oltre l’esercizio della funzione giudiziaria, arriva a menomare il principio consustanziale della democrazia: la volontà del Demos. Il sottotesto dell’intervista è chiaro: il popolo non ha facoltà di decidere, chiedere, scegliere se queste decisioni, istanze e scelte non si conformano al modello che il ristretto circolo degli oligarchi del pensiero ritengono conforme al proprio modello sociale e politico”.
“Il popolo italiano – conclude la deputata – vive una democrazia matura, nonostante l’intellighenzia di sinistra sia lì a guardarlo ancora con mille puzze sotto il naso, nonostante i megafoni del globalismo e del wokismoormai siano arrivati a dire che chi vota a destra ha problemi cerebrali, nonostante il mainstream disegni una narrazione per cui il nazismo sarebbe alle porte e nel fascismo siamo già totalmente immersi, nonostante l’élite dei magistrati in servizio effettivo e permanente contro il governo scelto dal popolo si candidino a esserne gli amministratori di sostegno“. Tuttavia le toghe “dovranno ineluttabilmente arrendersi all’infausto destino di essere scelti con sorteggio per sedere in quell’organo di autogoverno che sino a oggi, funestato e incancrenito da inaccettabili logiche di potere… infiniti lutti addusse agli Achei”.
– Ho letto questo passaggio indegno in un articolo del Corsera che sostiene, senza poterlo provare, che dietro la mancata realizzazione della seconda serie di M-Il figlio del secolo di AntonioScurati ci sia la censura dei destri. Fatto assolutamente folle, visto che la serie non era stata prodotta dalla Rai, unico canale su cui effettivamente la politica ha ancora qualche potere. Scrive il fu serio giornale italiano: “Di certo, alla destra non dispiace la sparizione di «M». Anche perché è impegnata a valorizzare i suoi autori e i suoi eroi. Come il Giulio Base di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi (con il film sul giornalistafascista Almerigo Grilz)”. Siamo seri? Cioè: Almerigo diventa “giornalista fascista” solo perché si era iscritto al Fronte della Gioventù? Cambia questo qualcosa sul fatto che sia stato ucciso al fronte mentre faceva ciò che l’intrepido cronista che oggi lo definisce “fascista” non avrebbe forse il coraggio di fare? Che pena.
– Il dibattito sulle modelle create con l’Intelligenza Artificiale lo chiuderei così: a forza di influencer tutte uguali, tutte con lo stesso seno rifatto, le stesse labbra a canotto, le stesse unghie lunghe quattro metri, alla fine di “autentico” era già rimasto ben poco. Dunque è più economica l’Ai.
– Prima Renzi e ora anche ClaudioCerasa sostengono che GiorgiaMeloni starebbe pensando di candidarsi per la corsa al Quirinale quando Re Sergio finalmente, si spera, mollerà la poltrona sancendo (ma per davvero) la sua indisponibilità ad un terzo giro. Difficile dire se sia vero oppure no. In ogni caso il 2029 è troppo lontano per pensarci: in mezzo ci saranno guerre, elezioni, crisi economiche, pestilenze, scandali eccetera eccetera eccetera. Troppa acqua deve passare sotto i ponti.
– Ma soprattutto la vera domanda è: le conviene? Per carità: il presidente del Consiglio in Italia conta pochino, vista la struttura eccessivamente parlamentarizzata del nostro sistema; ma il Presidente della Repubblica ancora meno. Può disfare alcune cosette, non incidere seriamente come Meloni vorrebbe fare. Mi sembra troppo giovane, Giorgia, per pensare di pensionarsi al Quirinale così presto.
– ThomasCeccon dovrebbe evitare di presentarsi di fronte alle telecamere. Più parla, o rilascia interviste, maggiormente si dipinge come un antipatico che non riesce ad accettare le sconfitte. Lascia perdere, dai…
– Ho grande stima di CarloCalenda, persona intelligente nonostante le tendenze politiche. E sono d’accordo che quella di Ursula von der Leyen sia stata, da un punto di vista politico e comunicativo, una Caporetto. Ma se fosse andata da Trump e non avesse siglato alcun accordo, imponendo contro-dazi e facendo scattare il 30% di tariffe, esattamente, cosa ci avremmo guadagnato? Nulla. Avremmo perso. Perché non siamo la Cina. Perché abbiamo un bisogno innaturale del mercato Usa. E perché i contro-dazi sarebbero stati una tassa sui consumatori europei. Ovvero la più classica delle zappe sui piedi.
– Occorre concordare con l’analisi di FerruccioDeBortoli sui dazi: non sono nati oggi, sono una sciagura, ma non sono come il Covid. Per questo la storia dei “ristori” chiesti da Confindustria e altre filiere produttive sono una follia. “I dazi fanno parte del rischio di impresa”. Sta all’imprenditore capire come affrontare certe situazioni del mercato. Altrimenti hai voglia a chiedere allo Stato di ridurre le tasse se poi, appena si presenta una nuova banale tariffa alle esportazioni, le imprese vanno a reclamare la tetta statale nella speranza di non dover faticare. Hai voglia anche a criticare la logica degli extraprofitti, che infatti sono un mostro giuridico.
Lo Stato non deve prendere “extra” se le aziende volano grazie a guerre e crisi internazionali, tipo l’aumento del costo del gas all’inizio della guerra in Ucraina. Ma allo stesso modo non deve intervenire a sovvenzionare quando le situazioni geopolitiche si mettono male per le imprese, come nel caso dei dazi. L’unica risposta è pedalare. E che vinca il migliore.
«Il buco da 590mila euro nei conti dell’Anm e i 50mila euro impiegati per un comizio contro il governo rappresentano un ulteriore colpo alla credibilità dell’Associazione Nazionale Magistrati. Sebbene le numerose polemiche e gli scandali sul “correntismo”, non mi sembra che qualcuno sia corso ai ripari». A dirlo Antonio Ingroia, ex procuratore, noto per aver lavorato a stretto contatto con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Non sarebbe stato opportuno avvertire gli iscritti dell’associazione su come vengono impiegati i loro soldi? «Bisognerebbe certamente informarli. Ogni base sindacale dovrebbe chiedere a chi rappresenta come impiegare le risorse messe da parte. Questa, d’altronde, è una delle ragioni della famosa crisi della rappresentanza, che non risparmia neanche questa categoria».
L’Anm, intanto, continua a fare politica con i risparmi accumulati. Condivide la decisione di schierarsi contro il governo? «In senso sindacale, l’Anm deve adoperarsi in difesa dei propri iscritti. È una funzione che le appartiene. Se, però, questa si trasforma nel solito intervento lobbistico a tutela delle nomine si commette un errore».
Che idea si è fatto rispetto alla riforma della giustizia voluta dal ministro Nordio? «Sono critico rispetto a questo cambiamento per lo stesso motivo per cui lo sono stato con tutte quelle riforme effettuate nell’ultimo ventennio. Non si interviene sul vero problema, ovvero i tempi della giustizia. Questa doveva essere la priorità delle priorità».
C’è qualcosa che salvaguarderebbe del lavoro del Guardasigilli? «La selezione, tramite sorteggio, dei componenti del Csm mi sembra una cosa buona o meglio l’unica strada possibile, seppur drastica, per risolvere il problema delle correnti. Così si ferma la loro eccessiva influenza. Non c’è altro sistema. Sono contrario ad altre operazioni o all’ipotesi assurda del doppio Csm».
Più di qualcuno sostiene che i progressisti vogliano utilizzare il referendum sulla separazione delle carriere per rilanciarsi. Crede in questa operazione elettorale? «Parliamo di una battaglia che non riguarda una sola parte politica, ma tutti. Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di imporre il cosiddetto primato della politica. Un potere agisce, nei fatti, con prepotenza. È inevitabile che il referendum alimenti un dibattito. Se non si fosse modificata la Costituzione, a mio parere, sarebbe stato meglio. La maggioranza del centrodestra, però, è orientata in questo modo e, pertanto, sono sicuro che questo sarà il percorso intrapreso».
Franceschini, intanto, sostiene che i giudici fanno le inchieste ai dem perché non si impegnano abbastanza sulla riforma. Esiste davvero quest’intromissione? «È un’assurdità priva di ogni fondamento. Mi risulta che la magistratura agisca in modo equo. Il problema, piuttosto, è un altro, ovvero che la politica, da destra a sinistra, intende ricompattarsi per indebolire chi deve giudicare. Attaccando la magistratura, in ogni caso, si commette un torto verso i cittadini e la stessa Costituzione».