forti dubbi sulla cultura ed intelligenza dei giovani….

terni

“Follia social: puoi scrivere Adolf e Stalin ma non Hitler”

Il giornalista Bruno Vespa, parlando del suo nuovo libro che smonta i totalitarismi, è stato bloccato dall’algoritmo

Matteo Sacchi 19 Dicembre 2024 – 05:00

"Follia social: puoi scrivere Adolf e Stalin ma non Hitler"

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Chi sia Bruno Vespa non c’è bisogno di spiegarlo al lettore, Porta a Porta è da decenni il salotto buono della politica italiana. Anche il suo ruolo nella divulgazione storica, passione che condivide con altre grandi firme giornalistiche italiane, non ha bisogno di essere spiegato. Se molti italiani leggono solo un libro all’anno è molto facile che quel libro porti la sua firma. Quello arrivato da poco in libreria è Hitler e Mussolini. L’idillio fatale che sconvolse il mondo (e il ruolo centrale dell’Italia nella nuova Europa) edito da Mondadori Rai Libri. Un libro, che dal titolo stesso, fa capire che nel raccontare i regimi dittatoriali italiano e tedesco, e i loro leader, il giornalista non ha fatto sconti. Eppure parlare del libro su social come Facebook e Instagram, a Vespa è risultato tutt’altro che semplice. Lo ha spiegato lui stesso con una sintesi efficace in questo tweet di ieri: «Per promuovere il libro su Hitler e Mussolini su Instagram e Facebook ho dovuto chiamarli Adolf e Benito perché l’algoritmo rifiuta i cognomi come rifiuta fascismo e nazismo. Ma accetta Stalin e comunismo. Politicamente corretto?». Un caso di censura tutt’altro che irrilevante. Ne abbiamo parlato direttamente con lui.

Bruno Vespa, uno dei più noti giornalisti italiani per parlare di un suo libro deve fare auto censura, e chiamare Mussolini per nome. Sembra una barzelletta. No?

«Io sono rimasto senza parole. Non pensavo si arrivasse a tanto. Non pensavo si potesse arrivare a tanta stupidità. La situazione è molto semplice: mi sono messo a fare la promozione del libro sui social. E l’algoritmo blocca tutto ogni volta che intercetta il cognome Mussolini o il cognome Hitler. Accade lo stesso con la parola nazismo o con la parola fascismo. Ridicolo un sistema che impedisce di usare delle parole. Per altro l’algoritmo è becero, se invece si usa il plurale o l’aggettivo non si accorge di nulla. Nazismo no, nazista si. Fascisti sì, fascismo no. Un sistema del genere rischia di impedire di fare sui social qualunque discussione sulla storia. Cancella la storia. Per come la vedo io è una assurda negazione della libertà. È andata così sia su Facebook che su Instagram, nessun problema su TikTok, forse perché è cinese…».

Il che non dà alcuna garanzia rispetto a eventuali apologie dei totalitarismi…

«Ma le pare? Io nel libro a Hitler e Mussolini non ne risparmio nessuna e nemmeno ai loro regimi. Solo che se ne parlo sui social li devo chiamare Benito e Adolfo. Ovviamente gli algoritmi funzionano sulla base delle istruzioni che sono state inserite al loro interno. In questo caso, il più antifascista degli storici dovrebbe presentare il suo lavoro senza nominare Mussolini. È inaccettabile».

In aggiunta, rispetto ai vari totalitarismi questi algoritmi, a quanto lei ha scritto ieri, sembrano avere due pesi e due misure.

«Si può scrivere Stalin tranquillamente. Lo stesso vale per la parola comunismo. Evidentemente i milioni di morti nei gulag risultano meno problematici. Mi sembra più che legittimo chiedersi se siamo difronte ad una delle storture provocate dall’ideologia woke. Si è iniziato a cancellare la Storia, a riscriverla ideologicamente, con Cristoforo Colombo e siamo arrivati qui. E non sto dicendo che vada bloccato anche il nome Stalin, sto dicendo che vadano levati questi filtri folli. Del resto sui social circola qualsiasi tipo di odiatore. Quello è il problema, non il parlare di Storia».

Il rischio è che i giovani, che sui social si informano, ricevano una narrazione della Storia

parziale.

SVEGLIA BEOPOPOLO !!!

Open Arms, meno tre alla sentenza su Salvini: quelle strane “amnesie” in aula per condannare il leghista

Fabio Rubini 17 dicembre 2024

Venerdì il collegio giudicante del tribunale di Palermo potrebbe emettere la sentenza del processo Open Arms, quello che vede imputato il vicepremier Matteo Salvini, che rischia fino a sei anni di galera per il reato di sequestro di persona. I fatti risalgono all’agosto 2019, quando era in atto un vero e proprio braccio di ferro tra il governo gialloverde e le Ong che scaricavano senza sosta nei porti italiani immigrati per la maggior parte irregolari. In particolare la spagnola Open Arms restò ferma al largo di Lampedusa per 20 giorni, durante i quali il capitano rifiutò prima di attraccare in un porto di Malta e poi in quello di Barcellona. Durante quei giorni Salvini, che all’epoca era ministro dell’Interno, fece sbarcare donne, bambini e le persone che i medici della Guardia Costiera avevano indicato come bisognosi di cure. Tutti gli altri 83 migranti restano sulla nave.

IL PROCESSO
A quel braccio di ferro seguirono denunce, un’autorizzazione a procedere del parlamento e poi il rinvio a giudizio per Matteo Salvini. Anzi, sarebbe meglio dire “solo” per Matteo Salvini. Eppure all’epoca erano in molti tra i Cinquestelle che teorizzavano la linea dura. Tutti però se ne sono dimenticati, sia i parlamentari quando è stato ora di votare l’autorizzazione a procedere contro Salvini (pochi mesi prima, a governo gialloverde ancora in piedi avevano votato contro…); sia i ministri del governo gialloverde che – chi più chi meno – vennero colti da amnesie sospette quando, anche durante il processo, tutti si dimenticarono di aver appoggiato quelle scelte, anche votandole in Consiglio dei ministri.

Giusto per rinfrescarci la memoria, in quei giorni il prode Danilo Toninelli, ministro dei Trasporti e Infrastrutture, festeggiava così la stretta che grazie ai decreti sicurezza voluti da Salvini si era avuta proprio sull’immigrazione irregolare. Sentitelo: «Non Salvini, ma lui insieme al sottoscritto e al presidente Conte abbiamo diminuito con una cifra veramente enorme il numero degli sbarchi. Significa – leggete bene che stiamo facendo un buon lavoro di squadra. L’Italia torna ad andare avanti a testa alta su un problema epocale come quello dell’immigrazione in cui, con i governi di centrosinistra, era stata abbandonata. E in cosa consisteva, di grazia, questo lavoro di squadra? Nel non dare un porto sicuro in Italia alle Ong straniere, costringendole a sbarcare i migranti irregolari in altri paesi della Ue. Cioè esattamente quello che è stato fatto con la nave di Open Arms e altre ancora. Allora Toninelli era d’accordo con la Lega e con Salvini. Al processo, però, infarcì la sua testimonianza di imbarazzanti «non ricordo».

Anche il premier Conte – che allora appoggiava i decreti sicurezza, gli stessi che poi ritirò, rinnegandoli, una volta rinominato premier, ma col Pd in maggioranza- sul tema immigrazione non ci andava giù leggero. Alla Rackete che entrò in collisione con una motovedetta della Guardia di Finanza, disse: «Quello della Sea Watch è stato un ricatto politico sulla pelle di 40 persone». E quando Malta si rifiutava di concedere l’attracco alle navi delle Ong, spiegò al premier Muscat: «Si conferma l’ennesima indisponibilità di Malta, e dunque dell’Europa, a intervenire e farsi carico dell’emergenza». Evaporato il governo gialloverde, però, pure lui si dimenticò delle battaglie condotte con l’allora alleato Salvini e in parlamento diede ordine di votare a favore del rinvio a giudizio».

“Scandaloso”. Meno sei alla sentenza, Salvini sfida i pm: spunta anche Elon Musk | Video

CONTRO GLI SBARCHI
La galleria delle dichiarazioni grilline in tema immigrazione, però, non si limita al periodo di governo. Anche prima il movimento che doveva «aprire il parlamento come una scatola di tonno», non ci andava giù leggero. Luigi Di Maio – che da vicepremier durante il caso Open Arms non proferì verbo per distinguersi da Salvini – raccontava così la strategia delle Ong: «Hanno trovato il loro palcoscenico. Vanno nelle acque Sar libiche, caricano persone che potrebbero essere salvate dalla marina libica, se le mettono in barca, vengono in Italia e iniziano lo show…».

Tra pochi giorni Salvini rischierà sei anni di galera e un milione di euro di risarcimento. Solo Salvini, non quelli che con lui approvavano le sue scelte. L’unica consolazione è che molti di questi hanno subito il processo della storia. Quello che porta all’oblio politico.

peggio del covid

Magistratura

Ricordatevi di De Pasquale

Alessandro Sallusti 16 Dicembre 2024 – 10:00

Ricordatevi di De Pasquale

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La magistratura si mobilita ufficialmente, sono previsti anche scioperi, contro il governo per impedirgli di riformare la giustizia. È una decisione legittima ma grave, brutto vedere un potere dello Stato che dichiara guerra a un altro potere quando quest’ultimo sta per altro facendo quello che aveva promesso agli elettori che anche per questo l’hanno votato. La differenza tra i due poteri è che quello politico si muove in ambito democratico, sempre soggetto al volere del popolo che in qualsiasi momento può revocargli la fiducia mentre quello giudiziario è una autarchia tendente alla dittatura. Purtroppo non è possibile l’inverso, intendo scioperare contro la magistratura. Non è possibile perché lo scopo di uno sciopero è provocare un danno alla controparte e a lasciare vuote le aule di giustizia si farebbe solo un piacere ai magistrati. Peccato, perché i motivi non mancherebbero. Tra questi ce ne è uno che dal punto di vista simbolico li raggruppa tutti in quanto smaschera l’ipocrisia di chi sostiene che i magistrati sanno badare a sé stessi. Mi riferisco al caso del discusso procuratore di Milano Fabio De Pasquale, condannato a otto mesi di carcere per aver provato a truccare un processo in cui lui era l’accusatore, quello a presunte tangenti pagate da Eni per delle trivellazioni in Nigeria, processo che si è concluso con una sentenza di assoluzione piena per tutti gli imputati. Bene, la magistratura pretende che un politico, un amministratore, se raggiunto da un avviso di garanzia debba dimettersi perché potrebbe reiterare il reato, e se non lo fa di solito scatta la carcerazione preventiva, come di recente è successo a Giovanni Toti governatore della Liguria. In base a questo principio uno si aspetterebbe che a Fabio De Pasquale, indagato, rinviato a giudizio e condannato per reati gravi inerenti il suo mandato venisse impedito di continuare a esercitare la professione. Sapete cosa fa ora De Pasquale? Il procuratore, come prima più di prima.

buffoni, pagliacci & giullari

Antonio Scurati, la frase ‘rubata’ che spiega tutto: “No, non dire la parola soldi!”

17 dicembre 2024

Pecunia non olet, dicevano i latini. A quanto pare per Antonio Scurati, autore di M. è vero il contrario. Mai parlare di soldi, nemmeno quando si parla del suo cachet previsto e poi andato in fumo a “Che sarà” di Serena Bortone qualche tempo fa e nemmeno bisogna parlare di “piccioli” quando ad accompagnarlo nei tour promozionali c’è Luca Marinelli, l’attore che interpreterà il Duce nella seria in onda nel 2025 su Sky che ripercorre proprio le fatiche letterarie di Scurati. Insomma, il messaggio che deve passare non quello banale che “Scurati fa soldi usando la storia di Mussolini”, no, il messaggio è quello dell’impegno civico , dello scrittore prestato alla società civile che ripercorre in una quadrilogia l’epopea del Ventennio, dall’ascesa del Duce al potere fino alla caduta del 1945 dopo la Repubblica di Salò.

Ebbene, l’ultimo inno all’impegno civile, Scurati l’ha declamato nel salottino rosso di Propaganda Live. Gran cerimoniere per l’occasione il solito Zoro, Dego Bianchi, che conversando prima con lo scrittore e poi con Marinelli ha di fatto steso il tappeto rosso alla serie in uscita. Si sa, sono queste le regole dello spettacolo, si fa un prodotto e lo si lancia in tv in diversi contesti con ospitate e interviste. Che male c’è? Per noi nessuno, ma per Scurati sì. Infatti per comprendere bene lo Scurati-pensiero, è necessario ascoltare bene l’aneddoto raccontato da Luca Marinelli dopo una precisa domanda di Zoro: “Scusa Luca, ma come è andata? T’hanno chiamato e ti hanno detto ‘c’è un ruolo storico per te’ e tu avrai pensato boh, che mi faranno fare? E poi, ecco Mussolini. Come l’hai presa?”. Marinelli la prende da lontano: “Allora, io faccio parte di una famiglia antifascista”. Boom, parte subito l’applausone. Pausa, Marinelli dice che è emozionato perché ha davanti “gente che segue da anni e che stima tantissimo”. Insomma, gli ingredienti del circoletto rosso ci sono tutti. Ma non finisce qui. Ecco che Marinelli entra nel vivo dell’aneddoto: “Ho chiamato mia nonna, è stata la prima persona a cui l’ho detto. Le ho detto ‘fanno una serie su Mussolini’. Lei mi ha guardato e mi ha chiesto ‘tu chi fai?'”. La risposta di Marinelli è lapidaria: “Lui”.

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Guarda questo deficiente: Diego Bianchi oltre il limite, insulti contro Salvini in tv | Guarda

“Guarda questo deficiente”: Diego Bianchi oltre il limite, insulti contro Salvini in tv | Guarda

megalomane mononeurale

La dittatura di Saviano: criticare Meloni e impedirle di rispondere

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17 dicembre 2024

non ce la fanno a capire ….sono in malafede dalla nascita

erno

Prodi, Saviano e gli “ipse dixit”. Il pantheon al contrario di Giorgia

Politici e intellettuali, la premier smaschera i falsi profeti dell’isolamento italiano. Nel mirino pure Schlein e Landini: “Scioperi politici, non per aiutare i lavoratori”

Fabrizio De Feo 16 Dicembre 2024 – 05:00

Prodi, Saviano e gli "ipse dixit". Il pantheon al contrario di Giorgia

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Nessuno sconto. Giorgia Meloni, nell’intervento che chiude la Festa di Atreju al Circo Massimo, si toglie alcuni sassolini dalle scarpe, affila le armi dialettiche e risponde colpo su colpo a una serie di attacchi ricevuti nelle ultime settimane.

Nel mirino entrano leader presenti, passati e (forse) futuri del centrosinistra. Il primo pensiero – senza citarla – va alla segretaria del Partito democratico Elly Schlein e alla sua difficoltà di fare di conto. «Con questo governo c’è lo stanziamento per la sanità più alto di sempre – ricorda la premier -. Il calcolo non è difficile, si fa perfino senza ricorrere all’uso della calcolatrice. L’aumento è di dieci miliardi negli ultimi due anni. Prima dell’arrivo di questo governo, quando c’erano quelli che ora dicono che non spendiamo abbastanza, negli ultimi quattro anni il fondo sanitario era aumentato di otto miliardi. Con quale faccia dicono che non abbiamo fatto bene? La calcolatrice serve a voi. Che poi a essere esatti non sono nemmeno dieci miliardi bensì dodici, dal momento che vanno aggiunti quelli degli accordi di coesione e 750 milioni di euro dalla revisione del Pnrr».

Meloni dirige poi i suoi strali in maniera più diretta verso la leader dem, facendo riferimento al caso Stellantis. «Il Partito democratico non l’abbiamo visto arrivare. A Elly Schlein si inceppa la lingua quando deve dire la parola Stellantis, ma forse è impegnata nell’antifascismo, nei balli sul carro del gay pride o a rappare».

Il secondo affondo è diretto al segretario della Cgil Maurizio Landini. «Gli argomenti di Landini sono deboli e cerca di coprirli alzando i toni – spiega la premier -, gli scioperi non li fa per aiutare i lavoratori bensì la sinistra. Soltanto che, da molto tempo ormai, chi aiuta la sinistra non aiuta i lavoratori», anche perché «in Italia adesso è solo la destra a difendere i lavoratori».

Nel mirino della leader di Fratelli d’Italia c’è anche lo scrittore Roberto Saviano. Anche per l’autore di Gomorra la Meloni non risparmia frecciatine. «Abbiamo buttato fuori la camorra dalla gestione delle domande per i nulla osta dei migranti regolari così come abbiamo buttato fuori i camorristi che occupavano le case popolari a Caivano e anche qui i complimenti dei guru dell’antimafia alla Roberto Saviano li aspettiamo domani. Fosse mai che non ci sia più nulla su cui fare una serie televisiva milionaria».

Uno strale puntuto viene indirizzato agli artisti schierati a sinistra, ricordando il precedente statunitense. Contro il decreto sicurezza vedo «tanta mobilitazione di cantanti e attori. Una mobilitazione che più o meno avrà gli stessi risultati di quella fatta dagli attori di Hollywood contro Donald Trump», dice con un pizzico di sarcasmo. La premier ricorda poi alcune «frasi celebri» pronunciate contro di lei. «Ipse dixit Elly Schlein: Con Meloni l’Italia è isolata in Europa. Ipse dixit Giuseppe Conte: Il fallimento della Meloni significa relegare l’Italia in panchina. Ma soprattutto ipse dixit Romano Prodi che ha detto: «L’estabilishment adora Meloni perché obbedisce».

«Voglio dire a Prodi che diverse cose che ha fatto nella sua vita, dalla svendita dell’Iri a come l’Italia entrò nell’Euro, passando per il ruolo determinante nell’ingresso della Cina nel Wto, dimostrano che di obbedienza se ne intende parecchio».

I DEM-ENTI SONO PER LO SFASCIO TOTALE : CHI LI APPOGGIA E’ COMPLICE !

Il Pd aderisce alla piattaforma “A pieno regime”: così si accoda agli antagonisti contro la polizia

Tommaso Montesano 15 dicembre 2024

Il Pd ha aderito alla manifestazione, e alla piattaforma, della rete nazionale A pieno regime contro il disegno di legge sicurezza l’11 dicembre. Tre giorni prima del corteo andato in scena ieri a Roma, il partito di Elly Schlein si è aggiunto alla lista delle sigle che si sono mobilitate contro il provvedimento approvato alla Camera e adesso all’esame del Senato. Una legge chiesta a gran voce dai sindacati delle Forze dell’ordine per la sua capacità di «rafforzare la tutela degli agenti» (così Domenico Pianese, segretario generale del Coisp, dopo l’ennesima giornata di violenza a Torino il giorno dello sciopero generale dell’Usb), ma osteggiato da una galassia che va dalla sinistra parlamentare (tutti i partiti del “campo largo” avevano rappresentanti al corteo) ai centri sociali, passando per la rete Antifa, i gretini di Friday’s for future Italia, gli studenti pro Pal, le Ong (Mediterranea Saving Humans), l’Anpi, la Cgil, gli eco-vandali di Ultima generazione, le femministe romane di Lucha Y Siesta, e le solite associazioni vicine all’opposizione (Associazione nazionale giuristi democratici, Articolo 21, Libera, Legambiente, Arci).