molto democratici i sinistrati mentali…

Dai servizi ad Almasri, il piano contro l’Italia. E una giudice dell’Aja: “Corte incompetente”

Fausto Biloslavo 30 Gennaio 2025 – 05:00

Dai servizi ad Almasri, il piano contro l'Italia. E una giudice dell'Aja: "Corte incompetente"

Ascolta ora

Attacco all’Italia, al ruolo e agli interessi strategici in Libia con metodi «sporchi». E a Giorgia Meloni, troppo stabile, troppo influente, troppo forte in Europa e troppo vicina al nuovo presidente americano. «In prima battuta c’è un disegno, una strategia, per mettere in crisi le relazioni fra Roma e Tripoli, ma danno fastidio anche la stabilità del governo italiano e le iniziative in Africa e Medio Oriente» spiega una fonte qualificata. Il Giornale è in grado di ricostruire il piano contro l’Italia e il governo. La fase 1 è stata la trappola Almasri, che coinvolge la Germania e la Corte penale internazionale. La fase 2, è una campagna, in atto, via Telegram e social dove vengono postati da un attivista libico, che si trova in Svezia, documenti riservati della Procura generale di Tripoli su presunti contatti dei nostri servizi con i trafficanti di uomini dal 2017 (governo Gentiloni). E sono state pubblicate pure le fotocopie dei passaporti diplomatici con foto, nome e cognome di agenti italiani, compreso quello di Giovanni Caravelli, capo dell’Aise, l’intelligence estera. L’avviso di garanzia a mezzo governo è uno dei «danni collaterali» del piano per screditare l’Italia, che fa leva sulla «maionese impazzita» delle nostre beghe e conflitti interni. La terza fase, che potrebbe continuare a singhiozzo, sono i picchi di partenze dei barconi a gennaio dalla Tripolitania, favorite da alcune vecchie conoscenze dell’Italia, come il capo milizia di Sabrata e super trafficante di esseri umani Ahmad Dabbashi, detto «Al Ammu», lo zio. Una parte della posta in gioco riguarda le nuove esplorazioni di grandi giacimenti petroliferi che dovrebbero venire affidati ad un consorzio con l’Eni capofila a discapito della Total francese. Dietro le quinte del piano anti Italia si sospetta che ci siano interessi di paesi europei e non «difesi» dalle rispettive intelligence.

La trappola dell’arresto a Torino di Osama Najim Almasri registra inquietanti novità. Il generale libico, dopo aver girato una dozzina di giorni per mezza Europa (Inghilterra, Francia, Belgio e Germania) viene fermato il 15 gennaio per un controllo, di routine o no, lungo la strada verso Monaco. Un suo collaboratore ha noleggiato una macchina a Bonn dichiarando di volerla restituire a Fiumicino il 20 gennaio. Almasri era già stato inserito il 10 luglio 2024, 3 mesi prima della chiusura dell’inchiesta della Corte internazionale, nella cosiddetta «blue notice» dell’Interpol visibile solo alla polizia tedesca, che prevede di informare subito L’Aja su qualsiasi movimento dell’individuo segnalato. Dal 4 novembre 2024 i tedeschi hanno registrato il generale libico nella loro banca dati. Questo significa che al momento del fermo gli agenti vedono subito la «blue notice» e informano la Corte. Appena il 18 gennaio la nota blu viene estesa dalla Corte de L’Aja a Belgio, Regno Unito, Austria, Svizzera e Francia, ma non all’Italia dove i tedeschi sapevano che si era diretto Almasri. Solo alle 22.55 del 18 gennaio la Corte chiede all’Interpol di sostituire la blue notice con quella rossa, che arriva anche all’Italia. E alle tre del mattino del 19 gennaio, quando Almasri sta dormendo a Torino, l’Interpol conferma la richiesta di arresto della Corte. L’altro aspetto incredibile è che il mandato di cattura, pronto in ottobre, ma convalidato il 18 gennaio omette di specificare che la giudice messicana, Maria del Socorro Flores Liera, aveva votato contro l’arresto rispetto agli altri due magistrati. Un aspetto rilevante, per il meccanismo di approvazione o meno della consegna del ricercato a L’Aja, che viene aggiunto appena il 24 gennaio, quando Almasri è già stato rimandato a Tripoli. Nella nuova copia del mandato di cattura fornita all’Italia la giudice lo contesta in 17 punti e al quarto scrive: «Anche se i presunti crimini sono gravi e giustificano un’indagine e un processo da parte delle autorità competenti () non sono d’accordo con i miei colleghi nella misura in cui concludono che la Corte ha giurisdizione per giudicare questi crimini». E ancora: «Sembra che ci sia uno sforzo per forzare un collegamento con gli eventi che hanno attivato la giurisdizione della Corte (la rivolta in Libia contro Gheddafi del 2011 nda).

Non posso essere d’accordo con un approccio del genere, che non trova fondamento nel particolare deferimento del Consiglio di Sicurezza, nel quadro giuridico della Corte o nel diritto internazionale più in generale.

TUTTO NORMALE QUANDO HAI MEZZO NEURONE IN TESTA

Giuseppe Conte? Prima toglie i decreti Sicurezza e poi li celebra: “Con noi meno sbarchi”

Alessandro Gonzato 28 gennaio 2025

Prima, ai tempi del mitologico Toninelli, i 5Stelle si vantavano di aver arginato l’immigrazione clandestina. Due anni dopo, siamo al 2020 – oplà – hanno rinnegato i provvedimenti che glielo avevano permesso, i “decreti sicurezza” voluti da Salvini. Il tempo di passare dalla Lega al Pd: Franza o Spagna purché se magna. E amen se Conte in conferenza stampa accanto a Matteo brandiva esultante il cartello con la scritta “#DecretoSalvini sicurezza e immigrazione”. Ma il colpo da maestro, passati al governo coi dem, è stato quello di mandare a processo Salvini per la vicenda Open Arms, disconosciuta da chi come Toninelli sosteneva che senza di lui col piffero che Salvini fermava gli irregolari. Di meglio non si può fare, direte. E invece vi sbagliate, perché quando meno te lo aspetti i miracolati da Grillo e dalla Casaleggio Associati – rinnegati pure loro – calano l’asso, che in questo caso è una grafica sparata sui social. Da una parte c’è la faccia di Conte, a colori e sorridente, col numero – molto basso – di arrivi irregolari durante il governo gialloverde. Dall’altra c’è la Meloni, in bianco e nero e con un’espressione perplessa, con numeri decisamente maggiori. Non entriamo nel merito degli stravolgimenti subiti nel frattempo dal mondo (ma i contiani ne saranno di certo al corrente): il Covid che ha distrutto intere economie in Africa, la crisi del grano dovuta al conflitto russo-ucraino, l’opposizione di una parte dei giudici. Limitiamoci alla rivendicazione degli ex grillini.

Beppe Grillo si fa rinnovare per 10 anni la concessione della spiaggia: scandalo a Bibbona

Adesso – invero anche prima – c’è da aspettarsi di tutto dai Kissinger pentastellati. Magari rinnegheranno di aver abolito la povertà, oppure diranno che l’avevano debellata come la Peste manzoniana e che poi sono stati i fascio-leghisti a distruggere gli stipendi, prima schizzati alle stelle. È possibile che in parlamento s’alzi qualcuno esclamando che il tunnel del Brennero esisteva davvero, che Toninelli aveva ragione, anche se l’ex ministro dei Trasporti si è schierato con Grillo e dunque è dubbio che qualcuno gli riconosca simili allori. Attenzione: vuoi vedere che sono stati i banchi a rotelle a sconfiggere la pandemia? Il massimo sarebbe scoprire che «il superbonus è gra-tu-i-ta-men-te» non lo era. Che non ci vengano a dire che sono serviti 150 miliardi e che serviranno 24 anni di tasse e risparmi energetici per rientrare dei costi. Sarebbe davvero una beffa.

QUESTI DELINQUENTI NEI PAESI CIVILI SONO IN GALERA !!

Il racconto choc del carabiniere: “Io sequestrato, denudato e finito a sprangate dai No Tav”

L’intervista esclusiva di Quarta Repubblica a Luigi De Matteo, militare che finì per 30 minuti nelle mani degli antagonisti

Bartolo Dall’Orto 28 Gennaio 2025 – 07:47

Il racconto choc del carabiniere: "Io sequestrato, denudato e finito a sprangate dai No Tav"

Ascolta ora

Questa è la storia di un vicebrigadiere. Aveva un lavoro. Era un carabiniere. Lo avevano inviato in Val di Susa a difendere la Tav e si è trovato a fronteggiare gli antagonisti: finito nelle mani di un manipolo di violenti, è stato torturato, malmenato, ha subito 400 giorni di prognosi, ha rischiato la vita e infine ci ha rimesso la carriera: congedato dall’Arma, non può più svolgere il lavoro che amava. “La mia carriera si è fermata quel giorno – racconta Luigi De Matteo in un incredibile documento mandato in onda da Quarta Repubblica – Mi arruolai nell’82 fiero di indossare quella divisa che sin da piccolo mi apriva il cuore. L’ho portata sempre con orgoglio”. Finché i No Tav non gli hanno rovinato la vita.

I fatti risalgono al 3 luglio del 2011. Durante uno degli attacchi più feroci alla Tav, Luigi si ritrova in prima linea. “Ci buttavano addosso di tutto – racconta – acido, pietre e bombe carta. Non ho sentito che mi dicevano di tornare indietro, di solito si dà una pacca sulla spalla. A un certo punto ho visto che si avvicinavano troppo, ma quando mi sono girato mi sono reso conto che ero rimasto solo”. A quel punto inizia l’inferno. “Sono stato raggiunto da una pietra e sono caduto. Mi arrivavano sprangate, calci. Mi hanno trascinato nel bosco dietro ad una roccia e lì mi hanno finito a sprangate: mi hanno denudato, mi hanno tolto tutto, anche la pistola. Sono rimasto con i pantaloni e forse con uno solo degli anfibi. Si sono presi tutto, anche oggetti personali incluso un ricordo di mio padre”.

Il sequestro dura qualcosa come 30 minuti. Il vicebrigadiere viene “rilasciato” solo dopo una sorta di trattativa tra forze dell’ordine e militanti. Lo scambio si conclude con uno degli aggressori che urla: “Il prossimo non torna indietro”. “Erano tutti incappucciati – ricorda oggi De Matteo – Mentre mi menavano io cercavo di coprirmi, sentivo urlare che dovevo fare la fine di Giuliani. Era impossibile capire quanti fossero. Mi picchiavano con spranghe, calci, pietrate. Mi colpivano ovunque”. In mezzo a quel parapiglia qualcuno prende il suo casco e ci urina dentro.

Il ricordo di quel giorno è per l’ex carabiniere un segno indelebile. Fisico, innanzitutto, ma anche psicologico. “Ho i denti spaccati, un timpano rotto, da un occhio ci vedo abbagliato, continui mal di testa, si vedono ancora le brucature di acido, in testa e sulle gambe – spiega – Ho pensato al peggio. Pensavo fosse arrivata la mia ora. Ero convinto che avrebbero vendicato la morte di Giuliani”. Oltre le ferite, la paura. Quella di chi oggi fatica a dormire. Quella di chi oggi convive con gli incubi. Quella di chi oggi è costretto ad andare in cura da uno psichiatra, nonostante siano passati 13 anni. “Io con quella storia ho perso tutto – conclude – compreso il mio lavoro che amavo. Ho perso la stima in me stesso, la fiducia. Oggi, a 63 anni, ho paura di tutto. Mi hanno cambiato la vita”.

Congedato a causa delle ferite e del trauma psicologico, oggi non può più indossare quella divisa che tanto amava.

“La mia carriera si è fermata quel giorno”. Nessuno dei violenti, neppure quelli a cui sono stati trovati in casa oggetti di proprietà del vicebrigadiere, è stato condannato. Oltre il danno, la beffa. “Ti senti tradito”.

elementare Watson:

“Ricordare le vittime”. Nazismo e comunismo per l’Europa pari sono. Crisi d’identità nel Pd

Simboli vietati e memoriale sui totalitarismi? È un problema solo per la sinistra italiana

Domenico Di Sanzo 27 Gennaio 2025 – 05:00

"Ricordare le vittime". Nazismo e comunismo per l'Europa pari sono. Crisi d'identità nel Pd

Ascolta ora

Nuovo testacoda del Pd e della sinistra italiana sulla condanna del comunismo. Con conseguente crisi d’identità all’interno dei dem, che già sono alle prese con un dibattito interno in cui si intravedono le prime faglie di divisione tra la linea più progressista della segretaria Elly Schlein e le manovre di centristi, liberal e riformisti alla ricerca di un federatore, che possa allargare la coalizione. Lo psicodramma va di nuovo in scena al Parlamento europeo. Il groviglio, stavolta, nasce da una risoluzione approvata dall’Eurocamera contro la disinformazione della Russia e i tentativi di falsificazione storica, da parte del regime di Vladimir Putin, per giustificare l’invasione di Mosca ai danni dell’Ucraina. Il testo dove, tra le altre cose, si chiede di vietare l’utilizzo – negli spazi pubblici – dei simboli del nazismo così come del comunismo sovietico e l’iniziativa della costruzione di un memoriale, a Bruxelles, per ricordare tutte le vittime dei totalitarismi del Novecento. Un testo che è passato, nel voto finale di giovedì, con la non partecipazione degli europarlamentari del Pd e i voti contrari del M5s e di Ilaria Salis, di Alleanza Verdi e Sinistra. Tra le delegazioni italiane, astensione anche per la Lega, che ha stigmatizzato l’idea di vietare l’uso di qualsiasi simbologia. Diversa, appunto, è la radice della scelta della delegazione dem, che ha deciso di andare controcorrente rispetto alla linea del gruppo dei Socialisti e Democratici europei, formazione di stampo socialdemocratico cui pure il Pd è affiliato. Il testacoda si manifesta sul quattordicesimo paragrafo, dove si chiede di «vietare, all’interno dell’Unione, l’uso dei simboli nazisti e comunisti sovietici, così come dei simboli dell’attuale aggressione russa contro l’Ucraina». Ed è proprio qui che è scattato il distinguo, all’interno della delegazione di un partito che comunque si proclama ancora erede della tradizione comunista, seppure nella sua versione italiana, considerata dal Nazareno distante da quelli che nella risoluzione vengono definiti più volte come «crimini sovietici». Ed ecco la non partecipazione al voto di giovedì. Giustificata, dai dem, parlando di «un’iniziativa strumentale». Come in un riflesso automatico, per un partito in cui convivono post-democristiani e post-comunisti. Infatti, mentre continuano i mugugni a taccuini chiusi, è arrivato il distinguo della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, ariete del correntone dei riformisti dem. «Purtroppo per motivi di salute sono stata assente in questa plenaria, ma il mio voto sarebbe stato ovviamente in linea con quello del gruppo dei socialisti e dei democratici europei», ci ha tenuto a precisare Picierno.

Un copione molto simile era andato in scena nel 2019. Quando il Parlamento europeo votò una risoluzione che equiparava di fatto gli orrori del nazismo e del comunismo. A testimonianza di una linea europea agganciata anche alla sensibilità dei paesi baltici, dell’est europeo e scandinavi, che hanno vissuto sulla propria pelle la tragedia di entrambi i totalitarismi del Novecento. Allora, la situazione tra i dem era capovolta. Ma comunque con corollario di tensioni e divisioni. In quella circostanza a votare a favore fu la maggioranza della delegazione, con i distinguo di alcuni europarlamentari come Massimiliano Smeriglio e Pierfrancesco Majorino che scelsero di non votare il documento e presero le distanze dal testo.

A fare chiarezza – ricordando i drammi dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia – toccò all’allora presidente del Parlamento europeo David Sassoli. Che ricordò la repressione sovietica in Cecoslovacchia: «Quarant’anni fa, a Praga, che è casa nostra, arrivavano i carri armati».

INFALLIBILI….

I paladini della Costituzione? Anche il pm del “caso Esposito”

Il procuratore Colace ha intercettato 500 volte il senatore dem senza permesso. Alla fine aveva torto

Anna Maria Greco 27 Gennaio 2025 – 05:00

I paladini della Costituzione? Anche il pm del "caso Esposito"

Ascolta ora

Tra i magistrati in protesta con coccarda sulla toga e Costituzione in mano, qualcuno ha fotografato il pm torinese Gianfranco Colace, lasciando ai social i commenti sull’immagine.

Alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario in cui, ligi alle direttive dell’Anm, i colleghi hanno voltato le spalle ai rappresentanti del ministro della Giustizia Carlo Nordio, anche lui ha fatto la sua parte contro la separazione delle carriere. D’altronde, il cartello delle correnti di sinistra Area cui il pm appartiene è stato tra i più decisi nel pretendere forme accese di contestazione, a incominciare dallo sciopero del 27 febbraio.

Tutto regolare, se non fosse che questo pm Colace che brandisce la Carta per difenderla dalla riforma della giustizia, secondo la Corte costituzionale ha fatto strame dei suoi principi.

È infatti lo stesso che ha intercettato dal 2015 al 2018 e per 500 volte il senatore dem Stefano Esposito senza autorizzazione del parlamento, come previsto appunto dalla Costituzione. Quando è stato sollevato il conflitto d’attribuzione, la Consulta ha severamente censurato il comportamento di Colace e della collega gup Giulia Minutella che lo ha autorizzato senza fare alcuna osservazione e ha dichiarato le intercettazioni nei confronti di Esposito inutilizzabili perché realizzate in violazione della legge.

Per 7 anni il pm ha indagato l’esponente del Pd nell’ambito nell’indagine «Bigliettopoli», con l’accusa di aver messo a disposizione la sua funzione di senatore in cambio di utilità da parte di Giulio Muttoni, noto imprenditore dello spettacolo. Alla fine, il teorema è crollato, c’è stata l’archiviazione e i due magistrati sono finiti sotto procedimento disciplinare al Csm, su input dell’ex magistrato Pietro Grasso che ha spinto il Senato a segnalare i due ai titolari dell’azione disciplinare, facendo sì che la procura generale della Cassazione investisse del caso l’organo di autogoverno della magistratura.

Ma non è il solo «incidente» che caratterizza la figura di Colace, nella sua storia c’è una lunga serie di flop. Sempre lui ha firmato l’inchiesta per lo smog a Torino contro l’ex governatore del Piemonte Sergio Chiamparino, gli ex sindaci Chiara Appendino e Piero Fassino e gli assessori competenti tra il 2015 e il 2019. Tutti accusati di inquinamento ambientale colposo per non aver adottato misure adeguate per ridurre il livello di sostanze nocive nell’aria, tutti prosciolti senza neanche arrivare a processo. È stato prosciolto anche l’ex assessore Enzo Lavolta, accusato per 7 anni da Colace di corruzione elettorale.

Finita nel nulla pure l’inchiesta per presunte irregolarità nella gestione del Salone del libro, contro Fassino e l’ex assessore Antonella Parigi. Non basta. Colace ha accusato di falso elettorale Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, che ha ottenuto una piena assoluzione. Insomma, quel che si dice un paladino della Costituzione.