IL MARCHESE DEL GRULLO CONTINUA AD ATTACCARE IL GOVERNO SENZA PUDORE E SENZA VERGOGNA DOPO I BESTIALI FALLIMENTI SUOI E DEI DEM : SCIENTIFICA DIMOSTRAZIONE CHE GLI MANCA QUALCOSA….
M5s, “100mila in piazza”? Una farsa: il video li inchioda
Parlavano di 100mila persone in piazza “contro la guerra”. Ecco, non è proprio andata così…
sabato 5 aprile 2025condividi
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Ma quali 100mila? La piazza indetta dal Movimento 5 Stelle è un flop. Neppure l’arruolamento dell’influencer Rita De Crescenzo è riuscito nell’intento di portare alla manifestazione romana contro il riarmo 100mila persone. La riprova? Le immagini dalla Capitale. E pensare che solo qualche ora prima fonti pentastellate sono arrivate a dire: “Numeri inaspettati, oltre ogni più rosea aspettativa. Oltre 80.000 persone già in piazza, la coda del corteo si è mossa ora da piazza Vittorio. È possibile andare oltre i 100.000 all’arrivo al palco”, visto che “ai Fori imperiali si è già radunata una folle numerosa”.
Nel frattempo ha commentato anche Giuseppe Conte. “Questa è stata una piazza che abbiamo messo a disposizione di tutti e sono contento che le forze principali di opposizione siano qui rappresentate. Stiamo piantando un pilastro molto solido, fermo, per costruire una alternativa di governo”, ha detto il presidente dei Cinque Stelle parlando con i cronisti alla partenza della manifestazione contro il riarmo.
“Perché – ha spiegato – avere un governo che ha svenduto il paese ai bisogni della Germania, tra l’altro con un progetto che disgregherà l’Europa creando ancora più divari e diseguaglianze anziché rafforzare il progetto comune vuol dire che è un governo che ha ulteriormente fallito. Il governo ha addirittura dichiarato che va rivisto il patto di stabilità, lo abbiamo detto in tutti i modi che quel patto di stabilità ci costringeva a tagliare 13 miliardi e lei solo adesso si rende conto dell’errore. Un fallimento che Meloni si porterà dietro per tutta la sua vita politica”.
Ha lavorato appena 4 giorni, spillando delle birre in occasione dell’Adunata nazionale degli Alpini di Udine e incassando per i suoi servigi 180 euro netti: a causa di quella somma ora l’Inps chiede al pensionato protagonista della vicenda di restituire ben 29mila euro.
I fatti risalgono al 2023, quando il 66enne diede la propria disponibilità per ricoprire il ruolo di spillatore, non pensando neppure lontanamente che quella sua decisione gli si sarebbe ritorta contro in modo così pesante. L’uomo, un tempo dipendente di una birreria, era andato in pensione anticipata nel 2021 sfruttando l’allora in vigore “Quota 100“. Ed è proprio questo il motivo alla base della stangata ricevuta da parte dell’Inps: chiunque abbia sfruttato l’uscita dal mondo del lavoro anzitempo tramite quello scivolo non può in alcun modo svolgere nessun tipo di lavoro retribuito.
Il pensionato ha tentato di difendersi sostenendo di essersi informato presso gli uffici dell’Inps prima di accettare l’incarico e di aver ricevuto delle rassicurazioni direttamente dagli operatori a cui aveva chiesto delucidazioni. Tutto inutile: l’Istituto nazionale di previdenza sociale non è arretrato di un millimetro, e per quei 180 euro netti incassati in appena 4 giornate lavorative il 66enne dovrà ora pagare ben 29mila euro, vale a dire l’intero ammontare di una anno di pensione.
Sanzione che, peraltro, è stata convalidata anche dal Tribunale del lavoro: l’unico beneficio che l’uomo è riuscito a ottenere è la riduzione della trattenuta mensile per risarcire l’Inps, ovvero 430 euro anziché 650 euro in precedenza stabiliti. Ciò significa che il debito sarà estinto in circa 5 anni. L’Istituto nazionale di previdenza sociale ha difeso il proprio operato, seguendo concretamente quanto previsto dal decreto legge 4 del 2019, in cui si fa divieto di cumulare il reddito da pensione anticipata con quello da lavoro dipendente (unica eccezione resta il lavoro autonomo, ma entro specifiche soglie).”È ammessa solo la prestazione occasionale, comunque non superiore ai 5mila euro annui”
, ha dichiarato la responsabile dell’Ufficio relazioni con il pubblico della sede provinciale dell’Inps Anna Pontassuglia, “l’istituto deve applicare pedissequamente la normativa”.
Ora il pensionato, che firmò un contratto a chiamata esclusivamente per beneficiare della copertura dei costi assicurativi, può solo tentare di ricorrere in appello.
«Sono qui come mamma, donna e per lo stop alle armi». Così Rita De Crescenzo, tiktoker napoletana, arrivando alla manifestazione per la pace organizzata a Roma dal Movimento 5 Stelle, per la quale aveva spinto i suoi follower a partecipare. «Quante persone ho mobilitato? Non lo so, non ho mobilitato nulla, siamo tutti qui per dire stop alle armi», aggiunge De Crescenzo, che afferma di non aver «suscitato nessuna polemica», ma di aver «dato un messaggio di positività come sempre sui social, perché do il buon esempio». «Vicinanza particolare con il Movimento 5 Stelle? Con nessuno», dice la tiktoker, che si augura però di incontrare il presidente Giuseppe Conte.
Rita De Crescenzo scende in campo: “Mi candido al Senato”
L’influencer napoletana domani nella Capitale: “Io in politica come Moana e Cicciolina. Maria Rosaria Boccia mi aiuterà”
venerdì 4 aprile 2025condividi
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Da capopopolo a parlamentare, dopo il caso-Roccaraso meglio non escludere nulla quando si parla di Rita De Crescenzo. Vero e proprio fenomeno social “trash”, content creator capace di tenere incollati ai telefonini 500mila followers su Instagram e addirittura 2 milioni su TikTok davanti ai suoi video, la star napoletana sembra sempre più lanciata.
La capacità di trascinare fisicamente le persone l’ha già dimostrando provocando nel giro di poche ore la vera e propria invasione della piccola località sciistica abruzzese, obbligando il sindaco a implorare l’intervento dell’esercito, chiudere strade, limitare gli accessi. Poi qualche giorno dopo la De Crescenzo ha inaugurato un podcast “Pasta” con niente meno che Maria Rosaria Boccia.
Una manciata di ore dopo e arriva l’annuncio di una nuova mobilitazione: sabato sarà a Roma, nella stessa piazza “pacifista” di Giuseppe Conte e del Movimento 5 Stelle. Nella sua chiamata alle armi, furbescamente, non li ha mai citati ma luogo e orario del raduno coincidono.
Al Corriere della Sera ha candidamente ammesso il suo obiettivo: “Voglio andare al Senato, entrerò come sono entrate tante influencer, Cicciolina e Moana Pozzi. Grazie a Maria Rosaria, che mi sta dando tanti buoni consigli, ci andrò”.
Se qualcuno le chiedesse di candidarsi, “lo farei subito”. E si gioca subito la partita dell’a-partitica (e forse pure anti-politica): “Non ho mai votato in vita mia. Non capisco né destra né sinistra, nemmeno i 5 Stelle. Sono viva da sei anni, mi sto purificando e sono diventata un esempio, perché si può cambiare”.
Dazi, Giulio Tremonti: “È finita la globalizzazione”
Ecco come cambia il mondo con i dazi imposti da Donald Trump: scenari spaventosi
giovedì 3 aprile 2025condividi
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Giulio Tremonti commenta con parole dure i dazi varati dall’amministrazione Trump alle ore 22.00 italiane di ieri sera. Come è noto Trump ha imposto il 25% sull’importazione di auto straniere e del 20% contro i prodotti dell’Unione Europea. In un’intervista al Tempo, l’ex ministro del Tesoro, spiega come siano “Al di là dei numeri è una cifra molto aggressiva e molto ideologica”.
Poi Tremonti di fatto spiega che quanto accaduto in queste settimane segna la “fine della globalizzazione”. E lui è stato tra i primi a criticarne l’esplosione commerciale già nella prima metà degli anni Novanta: “Nel 1994 a Marrakesh si stava stipulando il WTO, che interviene il 1° gennaio 1995. Nel 1994 ho scritto un libro in cui dicevo che i capitali sarebbero andati in Asia e che l’Occidente avrebbe importato povertà. Dicevo che la working class in America e in Europa avrebbe perso posti Economista di lavoro o visto salari ridotti, livellati dalla competizione salariale internazionale. Questo effetto era già evidente quando nel 2006 hanno inventa è stato ministro dell’Economia to i subprime, strumento per dare via finanza un sollievo rispetto a chi stavano perdendo il lavoro. Il subprime però salta ed è con Berlusconi l’origine della crisi del 2008. C’è un altro libro attuale, quello di Vance, che parla della disperazione che si crea nella working class americana, nella fascia dell’America post-industriale, quando va via la manifattura. Una delle ragioni per cui i repubblicani hanno vinto è questa, e la ragione dei dazi in questi termini è un “vi risarcisco per il danno che avete subito”. Quindi rimpatrio le fabbriche e la manifattura”.
A questo punto l’ex titolare del dicastero del Tesoro spiega quale sia la strategia più adeguata per l’Unione Europea: “Per ora è meglio non dire nulla. L’UE sulla materia del commercio internazionale ha una competenza esclusiva. Quello che l’Europa deve fare è un bilancio del dare e dell’avere con l’America contando non solo le partite commerciali ma anche quelle sulle merci ma anche quelle sui servizi e sulla finanza”. E sulla Commissione Ue aggiunge: “In questo momento è necessario averla ma, se legge la gazzetta ufficiale, vede che continua imperterrita la regolamentazione da ultimo sulle radioline portatili, sui trita ghiaccio nelle gelaterie e così via. Se l’Europa la sfanga sui dazi, non sopravvive con il barocco dei rapporti sulla “competitività”, ma solo, soprattutto, con più libertà”. Infine torna sulla globalizzazione: “La scelta della deglobalizzazione: la globalizzazione ha fatto migrare e ha esportato le fabbriche e adesso il tentativo con i dazi è spostare le ragioni di convenienza in America. Una reazione ai vent’anni di globalizzazione sfrenato”.
– Dazi all’Europa al 20%, alla GranBretagna al 10%. Alla fine quindi la Brexit a qualcosa è servita.
– C’è gente che lavora in fabbrica e fa turni notturni, spacca pietre e tira su matasse di cavi pesanti tonnellate, eppure io leggo solo di star, attori, influencer&co con migliaia di problemi, depressione, dolore, sofferenza e terapie improbabili. Mi sa che è più sicuro fare il minatore.
– La Borsa di Milano al -3,6%. Poteva pure andare peggio.
– Ma davvero volete stare lì a chiedervi come ha calcolato i dati di quella tabella, DonaldTrump? Già che abbia scelto un criterio uguale per tutti mi pare un miracolo. Il punto è che The Donald vuole riportare negli Stati Uniti la produzione, o parte di essa, e ha scelto il modo più rapido possibile (ma non indolore): spaventare i produttori e spingerli, se vogliono restare competitivi in quel grande mercato, ad aprire fabbriche negli Usa. Stellantis si sta muovendo. Lavazza lo stesso. Altre big seguiranno. Non sarà semplice (non si spostano fabbriche come le caramelle) e non è così scontato che la cosa porti ad un buon risultato, anzi: in linea generale lasciar circolare liberamente le merci sarebbe meglio. Però i dazi non li ha inventati lui, ecco. Voglio dire: vi ricordo che da qualche mese a questa parte anche l’Europa ha imposto dazi sui veicoli elettrici cinesi sulla base di presunte sovvenzioni statali di Pechino alle sue aziende, allo scopo di impedire che il mercato europeo venga inondato di macchine a batteria prodotte in Cina. Sintesi brutale: facciamo poco la morale che il più sano qui ha la scabbia.
– Perché Trump può permettersi di fare come gli pare? Semplice: perché gli Usa sono una potenza mondiale. Perché hanno le armi. Perché sono ricchi. Perché politicamente nessuno può fare a meno di loro (immaginate se domani Donald dicesse: beh allora lascio la Nato, ciaone). E soprattutto perché Trump ha veramente il potere di decidere senza dover indire riunioni, approvare mozioni, calibrare interventi. Fa e disfa. Infatti, esattamente come ha introdotto i dazi, domani potrebbe toglierli con un tratto di penna. Sta a noi fare in modo che, il prima possibile, si decida ad alleggerire le tariffe contro l’Europa.
– Da quale presupposto parte la guerra dei dazi di Trump? Da un lunghissimo documento in cui si elencano tutte le tariffe, barriere, leggi e leggine che l’Europa impone ai prodotti americani (ce ne sono a bizzeffe, alcune provocate dalle regole green). “Ad esempio – dice Donald – gli Stati Uniti impongono una tariffa del 2,5 per cento sulle importazioni di veicoli passeggeri (con motori a combustione interna), mentre l’Unione Europea (10 percento). Le mele entrano negli Stati Uniti esenti da dazi, ma non così in Turchia (60,3 per cento) e India (50 per cento)”. Significa questo che fa bene a provocare il caos? No. I dazi danneggeranno tutti. Ma forse comprendere le ragioni alla base delle mosse Usa ci permetterà di sederci al tavolo per negoziare un accordo logico, per tutti. Come dice Tronchetti Provera, noi europei non abbiamo la forza per rispondere ai dazi con le ritorsioni.
– Eh, no però. Donald cavolo. Non puoi anche tu usare il termine “resiliente” nel tuo comunicato sui dazi dai. Cribbio.
– Nel lungo comunicato di Trump, c’è una frase molto importante che occorre considerare. E su cui lavorare, in sede di trattativa. Questa: “I dazi ad valorem aggiuntivi (il 20% extra imposto all’Ue, ndr) si applicheranno fino a quando non determinerò che le condizioni di base sopra descritte sono soddisfatte, risolte o mitigate”. Tradotto: vediamo cosa si può fare per convincere The Donald a toglierle. La porta è semi aperta.
– Il Corriere non ha ben capito la questione dell’Iva sollevata da Trump. The Donald non vorrebbe che noi togliessimo l’Imposta sul valore aggiunto ai beni americani, o che la riducessimo. L’ha calcolata come una barriera perché, sostiene, una tassa così elevata riduce i consumi interni dell’Europa e spinge i prodotti europei verso il mercato americano che ha un’Iva più bassa. Eppure nel suo comunicato la Casa Bianca lo spiega chiaramente: “Le barriere non tariffarie includono le politiche e le pratiche economiche interne dei nostri partner commerciali, tra cui le pratiche valutarie e le imposte sul valore aggiunto, e le relative distorsioni di mercato, che sopprimono i consumi interni e aumentano le esportazioni verso gli Stati Uniti. Questa mancanza di reciprocità è evidente nel fatto che la quota di consumi sul Prodotto interno lordo (PIL) negli Stati Uniti è di circa il 68 percento, ma è molto più bassa in altri come Irlanda (27 percento), Singapore (31 percento), Cina (39 percento), Corea del Sud (49 percento) e Germania (50 percento)”. Ripeto: non sto dicendo che abbia fatto bene. Ma titolare sull’errore di calcolo degli Usa è una mezza bufaletta.
– Fino ad oggi avevamo parlato di una spesa per la difesa della Nato al 2% del Pil, dove già facciamo fatica ad arrivare. Ieri Rutte, segretario dell’Alleanza, aveva chiesto il 3%. E adesso MarcoRubio tira fuori il 5%. Chi offre di più?
– C’è un interessante analisi sui dazi da considerare. Soprattutto per quanto riguarda il nostro settore agro-alimentare, che rischia serie ripercussioni. “Fatto cento coloro che consumano prodotti grocery made in Italy, il 47% asserisce che in caso di aumento dei dazi manterrebbe la quantità di prodotti italiani acquistati, mentre il 30% la ridurrebbe”. E questo nell’immediato, ma non è detto che – alla lunga – stanchi del Parmesan, anche quel 30% non torni ad acquistare il caro vecchio Parmigiano Reggiano. Insomma: se poi fai prodotti di alta qualità e insostituibili, non è detto che tu non possa vincere la folle guerra delle tariffe.
– “Vedo dell’isteria in giro per il mondo e anche negli Stati Uniti: gli Usa sono attivi nella Nato come non mai”. Lo ha detto il segretario di Stato Usa Marco Rubio al quartier generale della Nato. “Il presidente Trump ha chiarito che sostiene la Nato. Rimarremo nella Nato. Ma vogliamo che la Nato sia più forte.
Vogliamo che la Nato sia più vitale. E l’unico modo in cui la Nato può diventare più forte e vitale è se i nostri partner, gli Stati nazionali che compongono questa importante alleanza, hanno più capacità”. E i retroscenisti muti.
“Nelle immagini della celebrazione per la fine del Ramadan a Carrara, l’unica donna visibile è la sindaca Serena Arrighi. Non ci sono fedeli musulmane in piazza. Un ‘dettaglio’ a quanto pare sfuggito sia alla Sindaca stessa sia ad Alessandra Nardini -che ha invece scritto di ‘musulmani e musulmane’ – Assessore alle pari opportunità della Regione Toscana”. Elena Meini, capogruppo della Lega in Consiglio regionale della Toscana e candidata Presidente alle prossime elezioni regionali, punta il dito sull’ennesimo esempio di doppia morale a sinistra.
Dazi, Parigi fuori controllo: “Sarà guerra commerciale”
Parigi: “Bruxelles, risposta in due fasi agli Usa”. Ursula: “Conseguenze terribili”
giovedì 3 aprile 2025condividi
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E ora sarà “guerra commerciale” contro gli Stati Uniti. Una manciata di ore dopo l’annuncio dei dazi al 20% sull’Unione europea, arrivano le prime scomposte reazioni contro Donald Trump dalle segreterie europee.
Secondo Sophie Primas, portavoce del governo francese intervistata da Rtl, l’Ue sarebbe “pronta per una guerra commerciale” con gli Usa e ha in programma di “attaccare i servizi online” in risposta alla manovra della Casa Bianca contro le esportazioni oltre oceano. “Siamo abbastanza certi che avremo effettivamente un effetto negativo sulla produzione”, ha aggiunto la Primas, esprimendo particolare preoccupazione per l’impatto delle misure di Washington su vino e liquori.
Secondo le fonti di Parigi, Bruxelles starebbe preparando una risposta in due fasi: “una prima risposta che sarà effettiva verso metà aprile e che corrisponderà al primo attacco all’alluminio e all’acciaio“, prosegue la portavoce del governo francese continuando a utilizzare una terminologia in tutto e per tutto bellica. “E poi c’è una seconda tornata di risposte che sarà probabilmente pronta entro la fine di aprile per tutti i prodotti e servizi“.
Per il momento, questa seconda risposta è “in fase di negoziazione tra i paesi membri dell’Unione Europea”. “Ma attaccheremo anche i servizi. Ad esempio, i servizi digitali, che al momento non sono tassati e potrebbero esserlo”, ha insistito la portavoce francese. La risposta potrebbe riguardare anche “l’accesso ai nostri mercati pubblici”, ha indicato. “Ora disponiamo di tutta una serie di strumenti e siamo pronti per questa guerra commerciale”, ha assicurato. Mercoledì mattina, la premier italiana Giorgia Meloni aveva invitato tutte la parti in causa a scongiurare “una guerra commerciale”. Subito dopo l’annuncio di Trump, ha giudicato “sbagliata” la decisione del presidente americano.
La Germania, invece, ha dichiarato di sostenere l’Unione Europea nella ricerca di una “soluzione negoziata” con Washington, ribadendo al contempo che l’Europa è pronta a reagire. “È positivo che la Commissione europea continui a puntare a una soluzione negoziata con gli Stati Uniti”, ha affermato il vicecancelliere tedesco Robert Habeck. Se il voto fallisce, “l’Ue darà una risposta equilibrata, chiara e determinata. Siamo preparati a questo”, ha aggiunto, esprimendo preoccupazione per il fatto che questa valanga di tariffe americane “trascinerà i paesi in recessione e causerà danni considerevoli in tutto il mondo”. Di “conseguenze terribili” ha parlato la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen mercoledì sera, rimandando però qualsiasi commento più esaustivo a questa mattina.
A differenza dei paesi membri dell’Ue, il Regno Unito è uscito quasi indenne dalla mannaia di Washington, con dazi del 10%: “Siamo in una posizione migliore rispetto a molti altri Paesi, ma sono comunque rimasto deluso”, sono le parole del ministro del Commercio britannico, Jonathan Reynolds,secondo cui “è una delusione qualsiasi barriera al commercio, in particolare tra il Regno Unito e il nostro principale partner commerciale, ovvero gli Stati Uniti. E’ una sfida”, ha sottolineato il ministro a Times Radio. Londra dovrebbe ignorare le richieste di scatenare una guerra commerciale più ampia adottando rappresaglie, ha aggiunto Reynolds, sostenendo che il governo manterrà la calma e parlerà con Washington, continuando a lavorare per raggiungere un accordo economico.