che simpatici i dem !

Scandalo Colosseo, così finisce l’era di Franceschini. E il Pd tace

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Susanna Novelli 09 aprile 2025

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Stupisce non poco lo stupore di molti nello scoprire che dietro il sistema di vendita dei biglietti del monumento più famoso al mondo ci sia un vero e proprio meccanismo di monopolio che arricchisce pochi e mette all’angolo i più. Eppure la sconcertante gestione della cooperativa, durata ben 27 anni a suon di proroghe, è salita più volte all’onore della cronaca (non solo cittadina). A nulla sono valse negli anni le proteste dei dipendenti, le interrogazioni in Campidoglio e persino in Parlamento. Un’omertà che pure ieri, nel silenzio assordante del Pd sulla maxi multa da 20 milioni di euro dell’Antitrust, ha confermato come il coperchio sulla dittatura di sinistra nella gestione della cultura capitolina si sia finalmente alzato. Presto per dire se sarà sufficiente. Certo è che la notizia conferma la fine di un ciclo iniziato, è vero nel 1997, ma che con Dario Franceschini alla guida del ministero dei Beni culturali ha avuto il suo picco più alto.

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Non a caso la riforma che ha portato alla nascita (e dunque all’autonomia) del Parco archeologico del Colosseo, non solo ha rivisto le percentuali degli incassi da dividere tra soprintendenza speciale, resto della città e fondo di solidarietà, ma ha dato ampia autonomia anche nella diversificazione dell’offerta dei servizi. La “valorizzazione” dell’Anfiteatro Flavio, Paladino e Domus Aurea era stata in qualche modo “concordata” con l’allora sindaco dem Ignazio Marino. Una presa di posizione del Campidoglio che tuttavia cambia radicalmente con l’arrivo di Virginia Raggi la quale, in qualità di primo cittadino, ricorre al Tar proprio contro la riforma Franceschini, che si vendica rendendo pubblico un colloquio nel merito che la sindaca aveva pur chiesto di mantenere privato. Siamo nel 2017, epoca in cui il ministro dem, dopo le epurazioni del Mondo di Mezzo, appariva come l’ultimo baluardo di un Pd in preda al panico. Anni in cui il sodalizio con Giovanna Melandri per dieci anni alla guida del Maxxi si è rinforzato a suon di finanziamenti per nuove strutture, mostre e giornate “a tema” nel tempio dell’arte moderna della Capitale. Anni in cui la cosiddetta «corrente Franceschini» dettava legge, anche in virtù della «pax» siglata con Nicola Zingaretti. E quale occasione migliore per sigillare il potere rendendo “autonoma” niente meno che la gestione dei biglietti del Colosseo.

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Un “affare” raddoppiato in pochi anni, da 10 a 14 milioni che ha raggiunto il culmine dell’arroganza mantenendo chiusa la biglietteria «causa Covid» fino al 2023. Ticket solo on line e solo con le piattaforme indicate. L’indagine dell’Antitrust si è conclusa. Nell’attesa dell’esito delle procedure aperte dalla Guardia di Finanza e della procura va riconosciuto il coraggio del sindaco dem Roberto Gualtieri di essere riuscito se non altro a interrompere la concessione del 1997. Il servizio, dal primo febbraio 2024 è stato affidato a CNS (con l’esclusione della vecchia cooperativa che pure ne fa parte) e Midaticket Srl. Durata dell’appalto quattro anni. Pd permettendo.

il letame ha superato ogni record

Mattarella e il premio della vergogna a Roberto Burioni: conferita un’onorificenza per aver raccontato palle per anni sul sacro siero

Aprile 7, 2025

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Roberto Burioni riceve la medaglia “al merito della sanità pubblica” dal presidente Mattarella

di Lorenzo Pastuglia per Il Resto del Carlino

Roma, 7 aprile 2025 — Si è svolta al Palazzo del Quirinale di Roma questa mattina, lunedì 7 aprile, la cerimonia di consegna delle medaglie al “Merito della Sanità Pubblica” e ai “Benemeriti della Salute Pubblica”, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Per l’occasione è stato premiato Roberto Burioni, con la medaglia di bronzo.

Chi è Roberto Burioni

Professore ordinario di Microbiologia e Virologia presso la Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università ‘Vita-Salute’ San Raffaele di Milano, ma noto a tutti per i suoi interventi fatti in tema di salute durante l’ondata Covid. Il riconoscimento per lui è arrivato con la seguente motivazione: “Per essersi distinto per il suo impegno costante a difesa della scienza e nella promozione delle vaccinazioni come indispensabili e fondamentali strumenti di prevenzione della Salute Pubblica”.

cosi’ è…anche se non vi pare

Zelensky ha distrutto la sua nazione: Alessandro Orsini spiega alla perfezione come il burattino si sia infilato per soldi in un vicolo cieco

Settembre 24, 2024

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NuovoAtlante

di Alessandro Orsini

Prospettive. Senza guerra Zelensky dovrebbe misurare il suo fallimento

Zelensky ha la certezza che la Russia distruggerà l’Ucraina sempre più copiosamente.
Con il 50% dell’infrastruttura energetica rasa al suolo, Zelensky è certo che tra 12 mesi l’Ucraina verserà in una condizione peggiore di quella attuale.

Zelensky sa anche che la Russia diventerà più forte.
Putin ha appena firmato un decreto che porterà i militari attivi alla cifra impressionante di 1 milione e mezzo. La Nato ha terminato i missili per Zelensky; Putin ha appena iniziato a comprarli da Iran e Corea del Nord. Zelensky ha problemi enormi con l’arruolamento e Putin nessuno.
L’economia russa cresce e quella ucraina è in bancarotta.
Il primo ministro ucraino, Denis Shmygal, ha annunciato per il prossimo anno un deficit di 38,6 miliardi di dollari circa. Le entrate dovrebbero essere di 48 miliardi di dollari mentre le spese di bilancio sono previste a 87 miliardi di dollari.
La domanda sorge spontanea: perché Zelensky continua a investire nella guerra anziché sforzarsi di arrestarla? Secondo Papa Francesco, Zelensky prosegue “per orgoglio”. Da parte mia, distinguerò tra ragioni di politica interna e di politica internazionale.

Per quanto riguarda la politica interna, Zelensky non può fermare la guerra altrimenti gli ucraini farebbero un bilancio.
Gli ucraini confronterebbero la situazione dell’Ucraina nel marzo 2022, quando Zelensky respinse gli accordi con Putin, con quella attuale.
Siccome l’Ucraina sta infinitamente peggio di allora, la comparazione renderebbe evidente che Zelensky ha sbagliato tutto.
La seconda ragione di politica interna riguarda i movimenti nazionalisti che dominano la politica ucraina.
Se Zelensky fermasse la guerra, i nazionalisti dovrebbero accettare che le mutilazioni territoriali sono definitive. Fermando la guerra, Zelensky avrebbe contro chi ha fatto la guerra, i nazionalisti, e chi l’ha subita, il popolo.
Per quanto riguarda le ragioni di politica internazionale, senza guerra, Zelensky perderebbe i miliardi che riceve da Stati Uniti e Unione europea. Biden e Ursula von der Leyen sono disposti a ricoprire gli ucraini di miliardi soltanto se sparano contro Putin e accettano di morire. Senza guerra, l’urgenza di finanziare l’Ucraina cesserebbe.
Ursula potrebbe dire soltanto che gli ucraini hanno bisogno di un pasto e di una casa: troppo poco per ricevere centinaia di miliardi di euro così velocemente.
Senza guerra, l’Ucraina è soltanto uno dei tanti Paesi poveri del mondo.
Se poi l’Ucraina non entrasse nella Nato, il disastro sarebbe completo.
Senza guerra e senza Nato, gli ucraini diventerebbero simili ai palestinesi: utili a nessuno.
Senza sbocco al mare e senza il Donbass, gli ucraini sarebbero soltanto un peso per i governi ferini dell’Unione Europea. Infine, Zelensky non ferma la guerra perché il suo prolungamento accresce le probabilità che la Nato entri in guerra diretta con la Russia. Zelensky pensa che lo scoppio della Terza guerra mondiale arresterebbe l’avanzata russa in Donbass.

Gli analisti valutano i governi in politica internazionale e in politica interna con lo stesso criterio: i governi prendono alcune decisioni che producono alcuni risultati che diventano la base del giudizio. La decisione di espandere la Nato a est ha causato una guerra con la Russia che ha smembrato e spopolato l’Ucraina, privandola quasi interamente dello sbocco al mare e delle sue regioni più ricche. I principali quotidiani dicono che è un buon risultato: “Gli ucraini hanno dimostrato di essere valorosi”. Ma le guerre non si fanno per fare sfoggio di ardimento; si fanno per migliorare la propria posizione geopolitica.

DC NEWS

il vuoto pneumatico esiste: nel cervello di qs poveretto

Angelo Bonelli, sfuriata contro i dazi: ” Dai tortellni e dal Parmigiano?”

domenica 6 aprile 2025condividi

Angelo Bonelli, sfuriata contro i dazi: " Dai tortellni e dal Parmigiano?"

2′ di lettura

Angelo Bonelli non ci sta. Il portavoce di Europa Verde di fronte ai dazi perde le staffe. Accade a 4 Di Sera dove contesta le mosse del presidente americano: “Trump ha detto che il 2 aprile è stato il giorno della liberazione degli Usa, ma da cosa? Dai tortellni e dal Parmigiano Reggiano?”. Sempre Bonelli, qualche ora prima, ha partecipato alla piazza bolognese per un’Europa unita.

E anche da qua non sono mancati attacchi alle misure imposte dal tycoon: “Dobbiamo dire no ai dazi avviati da Trump, – ha tuonato – che rappresentano una vera e propria estorsione economica contro il pianeta e contro l’Europa. Di fronte a questa minaccia, l’Europa deve rispondere in modo unito, costruendo un’Europa della pace, capace di rafforzare la transizione ecologica ed energetica”.

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Dazi, Bonelli e Fratoianni lanciano Trump Tax: l’app per boicottare i prodotti Usa

Un’app “contro i dazi americani: si chiama Trump Tax”. È stata elaborata dal gruppo Alleanza Verdi …

E ancora: “Trump vuole che compriamo armi e gas da lui, ma noi dobbiamo reagire rendendo l’Europa autonoma dal punto di vista energetico, fondata sulle rinnovabili e impegnata nella transizione ecologica. È necessario dare una risposta alle due piazze, che possono unire popoli che sembravano distanti tra loro, ma che in realtà chiedono la stessa cosa. Ed è per questo che oggi è fondamentale lavorare per costruire un’alternativa. Ci sono le condizioni per farlo, per mandare la destra di Giorgia Meloni all’opposizione e costruire un’Italia diversa

marasmi mentali spaventosi

La mano Prodi alla manifestazione di Bologna? È subito figuraccia su Ventotene

domenica 6 aprile 2025condividi

Romano Prodi alla manifestazione di Bologna? È subito figuraccia su Ventotene

1′ di lettura

E ancora: “Adesso però dobbiamo aver fretta perché il mondo cambia così velocemente e noi andiamo adagio. Noi abbiamo quasi il senso della stanchezza”. Non può poi mancare il riferimento al manifesto che tanto ha fatto discutere e sui cui è incappato in uno scivolone non da poco: “Lo spirito di Ventotene – aggiunge – non è quello della stanchezza, ma quello di capire il futuro, andare avanti anche nei momenti difficilissimi. Pensate nel ’41 cos’era l’Italia e quali novità c’erano nella testa di chi ha scritto il manifesto. Ecco, oggi cerchiamo anche noi di capire il futuro e correre verso il futuro, perché c’è fretta e non c’è più tempo”. 

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Lavinia Orefici, lezione a Prodi: “Cosa mi hanno insegnato a casa mia”

A Quarta repubblica, su Rete 4, si parla ancora inevitabilmente del caso di Romano Prodi e della sua aggressione verbale…

Prodi torna dunque sul documento per la promozione dell’unità politica europea, dopo che sull’argomento aveva preferito sottrarsi a una domanda rivoltagli da una giornalista di Rete 4. Con tanto di tirata di capelli ormai celebre. Insomma, in piazza sì, su Rete 4 no.

capita quando i cervelli sono putrefatti

La sinistra per tornare in gioco spera nel disastro

Dazi, i progressisti di tutto il mondo sperano nella catastrofe ma sbagliano i conti

di Daniele Capezzonelunedì 7 aprile 2025condividi

La sinistra per tornare in gioco spera nel disastro

3′ di lettura

Lo abbiamo scritto più volte e a chiare lettere: la scommessa politica di Donald Trump appare simile a una complicata equazione a più incognite. Diciamolo chiaramente: si sta giocando l’osso del collo. O comunque: la scorsa settimana (vedremo cosa accadrà oggi alla riapertura dei mercati) non ha avuto esitazioni nell’affrontare giornate tempestose in Borsa. Diranno gli ottimisti che i mercati erano “in bolla” dal 6 novembre scorso, e che dunque, prima o poi, una discesa e un riequilibrio dovessero essere attesi. Vero, anzi verissimo. Ma resta il fatto che nei giorni scorsi la burrasca è stata fortissima dopo l’annuncio sui dazi (e di tutta evidenza a causa di quella sua decisione). Dunque, per realizzare un obiettivo politico, il presidente Usa non ha avuto timore di assumersi un rischio elevatissimo.

E tuttavia fa una certa impressione, al di là e al di qua dell’Atlantico, la spensieratezza irresponsabile con cui le sinistre di mezzo mondo si sono istantaneamente messe a giocare al “tanto peggio, tanto meglio”. Diciamolo: dal 6 novembre, giorno della vittoria elettorale trumpiana in America, i partiti progressisti – paese per paese – erano frastornati e alle corde. Di più: sembravano immobilizzati e perfino afoni. Travolti non solo da una sconfitta (quella può succedere), ma dal collasso dei pilastri su cui avevano fondato la loro costruzione politica e culturale negli ultimi trent’anni. Negli Usa, la dottrina politically correct; più vicino a noi, l’ossessione green mescolata al feticismo del vincolo esterno e del “ci vuole più Europa”. E soprattutto, sia qui che lì, il metodo della fascistizzazione, della mostrificazione del “nemico”, a cui non può e non deve essere concessa alcuna legittimazione. Lì, questo trattamento è stato riservato a Trump; qui, in sequenza, a Berlusconi-Salvini-Meloni.