Lo stravolgimento della realtà. Sabato al Gay Pride organizzato a Roma l’associazione che ha sventolato bandiere Rainbow con al centro la stella di David (dal carro della Keshet Europe) ha subito insulti irripetibili. Un coro prolungato ed insistente di “Assassini” (GUARDA IL VIDEO),“Terroristi” (GUARDA IL VIDEO), scagliato dai manifestanti che accompagnavano il carro dell’Arci. Insomma un vero paradosso, Israele, che è l’unico Stato che accoglie i Gay Pride (era previsto venerdì a Tel Aviv, ma è stato sospeso per il conflitto con l’Iran) in Medio Oriente, viene contestato a Roma dai Lgbtq+ che inneggiano alla Palestina. E magari anche all’Iran. Paesi in cui i diritti delle persone omosessuali sono puniti con la pena di morte.
Ue su Medio Oriente: ”Putin non può mediare tra Israele e Iran, vuole la guerra”
16 giugno 2025
”Putin non può mediare tra Israele e Iran, vuole la guerra” lo ha dichiarato, Anouar El Anouni, il portavoce della vice-presidente de la Commissione europea Kaja Kallas, interpellato sulle dichiarazioni del presidente statunitense, Donald Trump, all’emittente Abc. Il tycoon ha detto che sarebbe favorevole a una mediazione del presidente russo per placare le tensioni tra Iran e Israele.
OGNI GIORNO LA UE DIMOSTRA DI NON VALERE NULLA DI ESSERE SEMPRE CONTRADDITORIA E DI AVERE RAPPRESENTANTI CHE STRAPARLANO !
L’ultimo schiaffo agli ebrei: marcia pro Gaza a Marzabotto
Corteo anti Israele nel luogo dell’eccidio nazifascista del ’44 con in testa Landini. Le prese di distanza dei partigiani di tradizione liberal-socialista e azionista
Una marcia per Gaza nei luoghi dell’eccidio nazifascista di Marzabotto. Un corteo che si annunciava divisivo, con le prese di distanza delle comunità ebraiche e delle associazioni dei partigiani di tradizione liberal-socialista e azionista. E clima rovente, non solo a livello atmosferico, è stato, tra accuse di «genocidio» nei confronti di Israele, «Bella Ciao» e inviti agli ebrei italiani a dissociarsi dalle azioni del governo di Gerusalemme.
A organizzare la marcia diverse realtà come la Cgil, presente con il segretario Maurizio Landini, l’Arci, le Acli, Emergency e l’Anpi, che ha sfilato con il presidente Gianfranco Pagliarulo. A lanciare l’idea, il 25 aprile, era stata invece la sindaca Pd di Marzabotto Valentina Cuppi. Proprio lei non lesina negli attacchi contro Israele, nel frattempo impegnato in una guerra contro l’Iran del regime degli ayatollah. «È in corso uno sterminio di popolo. Io lo chiamo genocidio», dice Cuppi. E ancora: «A Gaza ci sono, come avvenuto qui a Monte Sole, dei bambini che vengono uccisi, fatti morire di fame, di sete, vengono fatti morire sotto le bombe. Netanyahu è il più grande carnefice dei nostri tempi e va fermato, perché sta compiendo dei crimini contro l’umanità».
Nonostante, sabato scorso, la segretaria del Pd Elly Schlein avesse usato l’espressione «pulizia etnica», senza insistere sul «genocidio», il termine viene comunque rispolverato da alcuni dem presenti alla marcia che è culminata a Monte Sole, luogo simbolo della strage nazifascista del 1944. La parola «genocidio», infatti, viene ripetuta dal sindaco di Bologna Matteo Lepore, sempre del Pd. Poi l’accusa: «Dobbiamo chiedere che per i palestinesi venga fatto quello che è stato fatto per gli ucraini. Dobbiamo chiedere che tutta l’Europa dia diritto di cittadinanza ai palestinesi che devono venire via, ma soprattutto vogliono tornare nel loro Paese». Oltre all’evocazione del genocidio, tornano anche i parallelismi, discutibili, per usare un eufemismo, tra la guerra di Israele contro Hamas a Gaza e le efferatezze compiute dai nazifascisti durante la Seconda Guerra Mondiale. «Save Gaza – Fermate il governo di Israele!», è lo slogan dell’iniziativa, che campeggia sullo striscione alla testa del corteo. In prima fila la sindaca Cuppi e il presidente dell’Ucoii (Unione delle Comunità Islamiche Italiane) Yassine Lafram. Ed è proprio l’esponente della comunità islamica a tirare in ballo gli ebrei italiani, chiedendo loro, in quanto ebrei, una presa di distanza dalle azioni del governo di un altro Paese, ovvero Israele. «Ci auguriamo che anche la comunità ebraica prenda una posizione forte di condanna rispetto a questo governo genocida, terrorista di Israele che ormai non guarda in faccia più nessuno, ma addirittura apre un altro fronte di guerra sull’Iran», arringa Lafram. Tra i partecipanti, non manca nemmeno lo slogan «Palestina Libera».
In quota big del fronte progressista si fa vedere Landini, che però abbandona il corteo poco dopo la partenza. Non prima di aver detto la sua sulla situazione in Medio Oriente. «Bisogna affermare che siamo di fronte a un massacro che non è una semplice risposta al terrorismo, mi sembra che sia sotto gli occhi di tutti che ci sia una violazione dei diritti umani senza precedenti», spiega su Gaza.
E poi, sull’Iran: «Alla luce anche di quello che sta succedendo in Iran, siamo di fronte a una situazione senza precedenti, cioè allo sdoganamento della guerra come strumento di relazione tra gli Stati e le nazioni che sta sostituendo la diplomazia e la politica».
Poi la proposta, rilanciata dagli organizzatori, tra bandiere palestinesi e arcobaleno, di fronte ai circa 8 mila partecipanti: «Teniamo una conferenza di Pace a Monte Sole».
Netanyahu combatte anche per chi gli sputa addosso
Per molti occidentali è il nuovo Hitler. Per l’opposizione iraniana è “un vero amico”. Ma soprattutto l’Europa lo tradisce e lui risponde difendendola
di Giovanni Sallustidomenica 15 giugno 2025condividi
4′ di lettura
C’è da affrontare, palesemente, il caso-Netanyahu. C’è da aggiustare una narrazione così sbilanciata, così preconcetta, così caricaturale anche nei suoi grotteschi cortocircuiti storici e morali (il leader dello Stato ebraico come Hitler, oscenità la cui condivisone costituisce ormai il biglietto per entrare nella buona società), da sembrare ineluttabile. Conviene allora, per smontare il Moloch dell’impostura, muovere da spunti tangenziali, disponibili oltre il mainstream.
YaarGhadimi, una delle pagine della dissidenza iraniana più attive su X: «Il suo nome resterà per sempre nella nostra storia come quello di un vero amico dell’Iran e di un autentico paladino della pace». Di fianco, foto sua, di Bibi. Brutto affare, i nemici interni della teocrazia totalitaria, perché ti ricordano che quest’uomo, sei mandati alla guida dello Stato d’Israele, prima ancora di attaccare qualcuno (gli ayatollah per cui la rive gauche va in fregola dai tempi di Sartre e Foucault), sta difendo qualcosa, di molto prossimo alla libertà. La libertà non è un concetto, la libertà è anzitutto corpo, materia, possibilità di ripetere le tue giornate senza che i tuoi vicini abbiano come ossessione la tua sparizione dalla carta geografica, la soluzione finale già teorizzata dall’alleato del Gran Muftì di Gerusalemme, tal Adolf Hitler.
Doveva avere più o meno pensieri del genere in testa, il giovane Bibi, quando nel 1968 rientrò diciannovenne in Israele dalla Pennsylvania, per arruolarsi nella Sayeret Matkal, l’unità delle forze speciali israeliane. Rimediò un proiettile nel bicipite durante l’Operazione Isotopo, per salvare i passeggeri di un aereo dirottato dai terroristi di Settembre Nero, e soprattutto il lutto che coincide con il tormento della sua vita: la morte del fratello Yonatan, tenente colonnello che guidò l’Operazione Entebbe nell’omonima città ugandese, altra storiaccia di dirottamento e Terrore antisemita. E poi la guerra d’attrito, la guerra del Kippur, le operazioni speciali nel canale di Suez, ma il punto non è lo stato di servizio e nemmeno la biografia personale, il punto è che quella di Bibi è la biografia di una nazione, una nazione nata dall’abisso insondabile dell’umanità, il lager, e condannata alla guerra permanente, sempre da altri, sempre in quanto escrescenza (dis)umana da rimuovere. In questa condizione di precarietà ontologica che è il dramma stesso di Israele, Bibi ha imparato presto che bisogna essere pronti a fare «quel che deve essere fatto». «Netanyahu – Per costruire una pace sicura», era lo slogan della sua prima campagna elettorale del 1996 (per cui assunse Arthur Finkelstein, responsabile politico del Partito Repubblicano Usa, c’è un legame sentimentale tra Bibi e il Gop).
Per costruire una pace sicura, come sa chiunque non sia intossicato dal terzomondismo filokhomeinista, non può accadere, in nessun caso, che l’Iran, questo Iran nazi-islamista che mostra da lustri mappamondi senza Israele, giunga alla bomba atomica. «Abbiamo lanciato l’operazione Rising Lion, un attacco per la sopravvivenza di Israele. Questa operazione continuerà per tutti i giorni necessari a rimuovere tale minaccia». Quel che deve essere fatto, è il tono churchilliano che Bibi sta riuscendo a non dismettere dal 7 ottobre 2023, è quel che l’Europa ignava e pacifinta, sempre alla ricerca di un Chamberlain che la illuda, non gli perdona. Lui, invece, probabilmente non perdona a se stesso quel 7 ottobre.
La macchia della carriera pluridecennale di Bibi, il cigno nero, il crollo dell’inviolabilità sostanziale del suolo israeliano. A quel punto, poteva morire nella cronaca politica o raccogliere la sfida della Storia: ha avuto la forza di scegliere la seconda opzione. Aveva chiaro da sempre che la testa della piovra islamista, la mente e anche il portafoglio del pogrom, stava a Teheran. Ma si è dedicato anzitutto ad amputare le braccia, ha destrutturato quasi completamente Hamas in un caso lampante (anche se misconosciuto) di guerra giusta, ha inferto colpi mortali ai macellai di Hezbollah con il capolavoro dei cercapersone esplosivi e con l’uccisione di Nasrallah, ha lavorato per dare il colpo di grazia ad Assad, ha cancellato la continuità stessa della Mezzaluna Sciita. E, come ha detto ieri, “al novantesimo minuto”, quando ormai era manifesta la «corsa delle squadre nucleari iraniane per creare bombe atomiche per distruggere Israele», ha mirato direttamente alla testa. Premendo il grilletto anche per noi, e non è iperbole retorica. La gittata dei missili iraniani arriva fino a Roma, che per chi coltiva il mito dell’apocalisse islamica non è una capitale qualsiasi, è il cuore millenario della cristianità.
Piaccia o no, Netanyahu è un contemporaneo Defensor dell’Occidente, rinnegato dalle élite occidentali attanagliate dal senso di colpa per aver ereditato la civiltà di maggior successo della storia umana. Bibi non ha tempo per simili contorcimenti privilegiati, Bibi è in prima linea e guarda la testa della piovra. «Gli ayatollah non sanno cosa gli aspetta», ha rincarato ieri. Tu sì, Bibi. Quel che deve essere fatto, anche per chi ti sputa in faccia, anche per noi.
Quello che ha sfilato nella Capitale con Giorgia Meloni e Donald Trump truccati da pagliacci non è il carro dei vincitori ma è il carro della vergogna. Come da copione, il Pride per rivendicare i diritti della comunità Lgbt si è trasformato in una manifestazione antigovernativa. “È oggi più che mai importante essere al Pride nel momento in cui nel mondo ci sono autocrazie, democrazie illiberali, regimi fondamentalisti che colpiscono i diritti civili e le libertà individuali in Ungheria, come in Russia e come negli Stati Uniti di Trump, dove alcune parole, come gay, sono vietate nei siti istituzionali”, ha detto il segretario di + Europa Riccardo Magi, parlando con la stampa dal mezzo con le immagini di Putin, Meloni, Orban e Trump truccati con fard e rossetto.
“Il nostro governo”, ha scandito Magi, “non condanna tutto questo”. Quindi l’attacco frontale alla presidente del Consiglio, accusata di essere “amica di questi regimi”. Il carro, su cui il segretario di + Europa ha scelto di salire, era anche il supporto di scritte choc come “Censurate sto carro” o “Sali sul carro delle cause perse… da vincere insieme”. Non solo: gli attivisti presenti alla manifestazione hanno mostrato cartelli con su stampato “-Meloni +Limoni”, “educazione sessuo-affettiva nelle scuole subito” e “sposa chi ti pare, tanto divorzi uguale”. Oltraggi, questi, che si sono sommati a un clima già pesante. A Roma, infatti, sono apparsi anche cartonati di Trump, Musk, Netanyahu e Rowling a testa in giù.
UNA PENA INFINITA PER GENTE CEREBROLESA CHE NON HA NE’ EDUCAZIONE NE’ RISPETTO PER NESSUNO , MUTANTI CHE PRETENDONO DI MODIFICARE LA NATURA ….
La crociata politica di monsignor Zuppi, presidente della Cei
di Fausto Cariotisabato 14 giugno 2025condividi
3′ di lettura
C’è un nuovo papa: il mondo se ne è accorto e persino in Vaticano se ne stanno rendendo conto, regolandosi di doverosa conseguenza. Nella Conferenza episcopale italiana e nel suo quotidiano Avvenire, invece, nulla è cambiato.
Anzi: mentre prima certi ardori progressisti erano tenuti a bada dalla consapevolezza che c’era un ottimo rapporto personale tra Francesco e Giorgia Meloni, ora è sfida aperta al governo. Parte dall’alto, ovviamente.
Leone XIV ha cose più importanti da seguire e il suo sguardo copre tutto il mondo, entro fine mese incontrerà la premier («Dovrei vederlo nelle prossime settimane», ha detto lei alla festa per i 25 anni di Libero), ma Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha deciso che la priorità è questa. Dieci giorni fa, nella sua Bologna, ha manifestato in pubblico «delusione per la scelta del governo di modificare in modo unilaterale le finalità e le modalità di attribuzione dell’Otto per mille di pertinenza dello Stato», ed è stato il segnale di via libera.
È una storia che va avanti da anni. Le firme sulla casella della Chiesa sono sempre meno, mentre aumentano quelle in favore della diretta gestione statale, che consente al contribuente di scegliere la destinazione finale della propria quota. È una concorrenza tutt’altro che agguerrita, quella dello Stato, e lo dimostra il fatto che quest’ultimo non faccia alcuna pubblicità in favore dell’opzione che lo favorisce. Eppure, già il fatto che tale possibilità esista basta ad attrarre consensi crescenti. Al resto provvedono i vescovi che usano i soldi dell’Otto per mille per finanziare le imprese di Luca Casarini. Zuppi ritiene che il governo debba “rimediare” in qualche modo. Lo aveva già detto in privato agli esponenti dell’esecutivo, e l’altro giorno ha voluto portare la diatriba sotto gli occhi di tutti.
Un passo avanti in favore della trasparenza, se non altro. Trasparente è anche la linea di Avvenire, ormai sovrapponibile a quella di Repubblica. Ieri la suggellavano due commenti. Uno lo ha firmato lo storico Agostino Giovagnoli, tra i fondatori di Sant’Egidio: la comunità di Andrea Riccardi, alla quale sono vicini lo stesso Zuppi e l’arcivescovo progressista Vincenzo Paglia, che Leone XIV ha appena rimosso dalla guida della Pontificia accademia per la Vita per raggiunti limiti di età. Dopo aver pianto per i referendum falliti («non si possono ignorare le questioni di cui sono espressione…»), Giovagnoli accusa il governo di aver blindato in parlamento il decreto Sicurezza. All’interno del quale c’è (parole sue) «l’inquietante articolo 31, che consente a chi governa di autorizzare la costituzione di gruppi terroristi». Quindi avverte i lettori che la separazione delle carriere dei magistrati «si ispira a una vecchia proposta di Almirante» e «rischia di trasformare i pubblici ministeri in “avvocati della polizia”». È il linguaggio dell’apostolo Casarini che conquista gli accademici.
Cosa sia la repressione securitaria, peraltro, il professor Giovagnoli lo sa bene: è membro del comitato scientifico dell’Istituto Confucio dell’Università del Sacro Cuore di Milano, sponsorizzato dalla dittatura cinese, e ha difeso il contestato (anche all’interno della Chiesa) accordo siglato dal Vaticano con Pechino durante il pontificato di Bergoglio.
L’altra invettiva porta la firma di Renato Balduzzi, che fu ministro della Salute nel governo Monti e deputato di Scelta Civica. Consola la sinistra scrivendo che ai referendum dell’8 e 9 giugno «non c’è stato qualcuno che ha “vinto” e qualcun altro che ha “perso”», perché, «anche nell’esercizio dei diritti politici, ciò che conta (evocando De Coubertin) è partecipare».
Così, con inconsapevole comicità, il foglio della Cei condanna l’astensione vent’anni dopo il referendum sulla procreazione assistita, al quale la Cei chiese di non votare. Allora ciò che contava non era partecipare: infatti quella era una Chiesa che vinceva e pesava, a differenza di questa.
Ecco cosa c’è davvero dietro l’attacco di Israele all’Iran
Duecento caccia israeliani hanno bombardato l’Iran, eliminando figure chiave del regime degli ayatollah, che hanno promesso vendetta. Le operazioni di Tel Aviv proseguiranno per due settimane ma, forse, il vero obiettivo è quello di un cambio di regime a Teheran