altri merdaioli guerrafondai

Kim Jong-un, le indiscrezioni: pronto a dare l’atomica all’Iran

di Mirko Moltenimercoledì 25 giugno 2025condividi

Kim Jong-un, le indiscrezioni: pronto a dare l'atomica all'Iran

3′ di lettura

L’aveva preannunciato il vicecapo del consiglio di sicurezza nazionale, Dimitri Medvedev, osservando che, dopo gli attacchi israeliani e americani all’Iran «ora molti paesi forniranno a Teheran armi nucleari». Il riferimento sarebbe alla Corea del Nord, che da anni collabora con l’Iran. Ancor oggi ci sarebbero molti tecnici inviati dal regime di Pyongyang a supportare i pasdaran. I quali sarebbero incoraggiati ad arrivare alla Bomba proprio guardando all’esempio del “regno eremita”. Che avendo atomiche da quasi vent’anni s’è assicurato lo status di “intoccabile”.

Assistenza nordcoreana all’Iran si segnala da decenni e i primi importanti missili a medio raggio iraniani Shahab 3 nacquero fra il 1998 e il 2003 tramite riprogettazione locale dei vettori Nodong nordcoreani. La collaborazione missilistica è proseguita ad esempio nel razzo spaziale, forse convertibile in vettore nucleare, Simorgh, impiegato dal 2016 per lanci di satelliti. I nordcoreani resterebbero cruciali per il programma atomico, specie nella fase di passaggio da un congegno a fissione nucleare sperimentale a una testata compatta adattabile nell’ogiva di un missile.

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SCENARI
A tal proposito, il reporter Donald Kirk, del New York Sun, ha sentito un esperto della RAND Corporation, Bruce Bennett, secondo cui «i nordcoreani sono ancora in Iran per collaborare col programma missilistico e nucleare». Ipotizza che «possano essere morti tecnici nordcoreani negli impianti nucleari colpiti dalle incursioni israeliane e americani». Pyongyang avrebbe aiutato Teheran a scavare tunnel sempre più profondi per proteggere gli impianti, ma non solo. «Come misura estrema – dice Bennett – Kim potrebbe vendere all’Iran una o più testate nucleari da far esplodere in atmosfera con un esperimento per dimostrare che gli attacchi avversari non hanno fermato il programma atomico».

Dal canto suo, il regime nordcoreano avrebbe poco da temere perché il numero degli ordigni pronti e già dispiegati su missili è ormai troppo alto perché gli americani possano bombardare l’arsenale nucleare prima che un solo ordigno venga lanciato. Insomma, Kim è in una botte di ferro perché la sua forza nucleare è ampia e diversificata. I più moderni missili intercontinentali della serie Hwasong arrivano a 15.000 km, fino all’America, e sono lanciabili da rampe mobili autocarrate poco vulnerabili a un attacco aereo preventivo. Ancor meno esposti sono i missili Pukguksong lanciabili dai sottomarini, di cui i nordcoreani hanno dimostrato di poter operare il lancio in immersione, garantendo al paese una capacità di “secondo colpo”, ovvero di rappresaglia che scoraggi aggressioni esterne. Anche considerando le difese antimissile USA, il rischio che un solo missile atomico passi oltre sarebbe troppo alto per giustificare un attacco preventivo.

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STORIA
Dal primo test nucleare sotterraneo, condotto nel poligono di Punggye-Ri nel 2006, i nordcoreani hanno fatto esplodere sei ordigni. Ultimo, e più potente, nel 2017, una testata termonucleare della potenza di 260 kilotoni, venti volte la bomba di Hiroshima. Da otto anni, nessuna ulteriore esplosione, per ora, sebbene fra 2024 e 2025 lavori osservati via satellite a Punggye-Ri abbiano fatto pensare alla preparazione di un settimo test.

L’arsenale è cresciuto in pochi anni e conta decine di ordigni completi. Al 2024 l’istituto SIPRI stimava 50 testate, ma calcolava quantità di uranio e plutonio sufficienti ad altre 90 bombe. Peggio le valutazioni dell’istituto sudcoreano Korea Institute for Defense Analyses, secondo cui la Corea del Nord avrebbe fra 80 e 90 testate pronte, con previsione di 166 ordigni nel 2030, poi fino a 300 in seguito. Sempre dalla rivale Sudcorea, dice il generale Chun In-Bum: «La Corea del Nord osserva attentamente quanto accade in Iran. Deciderà d’accelerare la crescita delle sue capacità nucleari e di fortificare i siti di stoccaggio. Adotterà protezioni aggiuntive come difesa antiaerea e misure di rappresaglia».

ORBAN : L’UNICO SANO DI MENTE

Politica internazionale

“Consenti il Pride”, “Non interferire”. Scintille tra von der Leyen e Orban

Luca Sablone 25 Giugno 2025 – 22:49

"Consenti il Pride", "Non interferire". Scintille tra von der Leyen e Orban

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Tensione alle stelle tra Ursula von der Leyen e Viktor Orban. La presidente della Commissione europea si è appellata alle autorità ungheresi, chiedendo che consentano il regolare svolgimento del Budapest Pride. Insomma, garantire che la galassia Lgbt possa sfilare per le strade e far sì che gli organizzatori e i partecipanti non prendano parte alla parata con il timore di incorrere in sanzioni penali e amministrative. Un appello che ha provocato la stizzita reazione del primo ministro dell’Ungheria, che ha affidato ai social un post con cui non le ha mandate a dire.

La Salis sfida Orban e annuncia la sua presenza al Gay Pride di Budapest: cosa rischierebbe

Von der Leyen, nel suo intervento video, si è rivolta anche alla comunità arcobaleno in Ungheria e nel mondo: “Sarò sempre un vostro alleato”. E ha giurato che, in Europa, marciare per i propri diritti “è un diritto fondamentale”. Un’uscita a cui è seguita – a stretto giro – la replica di Orban, che nei fatti è il primo chiamato in causa dall’appello della presidente della Commissione Ue. Il premier ungherese ha invitato Ursula a non intromettersi nelle questioni interne e private di uno Stato membro dell’Unione europea.

Ungheria, nuova stretta: Orban vieta il Pride nella Costituzione

“Gentile signora presidente, esorto la Commissione europea ad astenersi dall’interferire nelle attività di contrasto degli Stati membri, dove non ha alcun ruolo da svolgere”, ha scritto Orban sul suo profilo X. E ha invitato il principale organo esecutivo dell’Ue a non inseguire l’ossessione per il Pride che dovrebbe svolgersi sabato, ma piuttosto a concentrare i propri sforzi sulle urgenti sfide che bisogna affrontare con tempestività, “settori in cui ha un ruolo e una responsabilità chiari e in cui ha commesso gravi errori negli ultimi anni”. E a tal proposito ha citato la crisi energetica e l’erosione della competitività europea.

Ungheria, approvata la legge che vieta il Pride. Orban: “Woke pericolo per i nostri figli”

Da tempo gli eurodeputati di sinistra hanno espresso preoccupazione sullo stato di salute dei diritti in Ungheria, chiedendo alla Commissione Ue di intervenire per varare misure severe contro il Paese guidato da Orban e per mettere al riparo il diritto comunitario.

A far discutere è la stretta sul Pride, ma Janos Boka – ministro ungherese per gli Affari europei – a fine maggio aveva precisato: “In Ungheria non esiste una cosa come il divieto del Pride

“. Comunque Gergely Karácsony, sindaco di Budapest, ha assicurato che la marcia Lgbt in città si terrà regolarmente: “Libertà e amore non possono essere vietati! Ci vediamo sabato!

“.

SPERIAMO SIA MEGLIO DEL PADRE

Michele Emiliano (già nonno) diventa padre a 66 anni per la quarta volta

24 giugno 2025

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Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia ed ex sindaco di Bari, si prepara a diventare padre per la quarta volta all’età di 66 anni. La compagna è Valeria Gentile, artista visiva quarantenne originaria di Monopoli, conosciuta anche con lo pseudonimo “Nuvola”. I due si sarebbero conosciuti nel 2021 durante il Phest, festival internazionale di fotografia e arte, dove Emiliano era presente come ospite istituzionale e Valeria era tra gli artisti premiati. La gravidanza è ormai in fase avanzata e la nascita è prevista per il mese di settembre. Emiliano è già padre di tre figli nati dal suo precedente matrimonio ed è anche nonno dal 2021. Nonostante la notorietà pubblica, Emiliano ha scelto di mantenere il massimo riserbo sulla notizia, dichiarando all’Ansa di non avere nulla da nascondere ma nemmeno da comunicare. La coppia convive nel centro di Bari e si prepara ad accogliere con gioia il nuovo arrivo, che segna un nuovo e inaspettato capitolo nella vita del presidente pugliese.

magari questo è piu’ informato delle nostre excort

Iran, Ashkan Rostami: “Trump decisivo. E 8 iraniani su 10 contrari al regime”

di Maurizio Stefaninimartedì 24 giugno 2025condividi

Iran, Ashkan Rostami: "Trump decisivo. E 8 iraniani su 10 contrari al regime"

5′ di lettura

«Mi chiamo Ashkan Rostami, ho vissuto 25 anni in Iran, e poi nel 2015 sono arrivato in Italia. In questi 10 anni ho fatto sempre attività politica, sia a livello italiano che a livello di opposizione iraniano. Ma nel 2009 avevo già partecipato alle manifestazioni di Onda Verde, dove ho perso anche due amici. Uno è stato ucciso dalle Guardie Rivoluzionarie durante una protesta. L’altro è stato arrestato, e poi il suo corpo è stato restituito dopo tre mesi. Sono arrivato in Italia con visto di studio per studiare informatica. Adesso lavoro come informatico anche in Italia».

Così si presenta uno degli esponenti dell’opposizione iraniana più intervistato dalla stampa italiana in questi ultimi giorni, come esponente del Partito Costituzionalista dell’Iran e del Consiglio di Transizione.
«Il Partito Costituzionalista è il più antico dei partiti che lottano per la monarchia costituzionale in Iran. È membro del Consiglio di Transizione che è invece non una coalizione, ma un insieme di diversi partiti e forze politiche di opposizione iraniano: di destra, di sinistra e anche etnici. Sta provando, anche in questi giorni, a dare una mano per arrivare appunto a una transizione».

E che succede con il bombardamento Usa? 
«Tutti in questi giorni ci aspettavamo che gli Stati Uniti entrassero in guerra. Il lavoro che Israele stava portando avanti era difficile che raggiungesse almeno uno dei suoi obiettivi, senza il supporto degli Stati Uniti. Per fortuna, finalmente il presidente Trump ha deciso di entrare in questa guerra. Probabilmente, se la Repubblica Islamica non risponde, il ruolo degli Stati Uniti finisce qui. Abbiamo sentito i commenti del Presidente Trump che le porte per fare negoziati sono ancora aperte. Il Ministro degli Esteri della Repubblica Islamica, che si trova a Istanbul, ha detto che mentre stavano negoziando siamo stati attaccati, ma a questo punto ormai conta poco. Un obiettivo principale di Israele grazie all’aiuto americano è stato raggiunto. Comunque, ciò direttamente non ha effetti su noi dell’opposizione. Alla fine uno dei nostri punti era chiudere tutti i siti nucleari in Iran, dopo un’eventuale presa di potere. Finora, comunque, non ci sono report su materiali radioattivi usciti dai siti nucleari». 

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Ma quali sono le prospettive per questa transizione con quello che sta succedendo? Da una parte c’è un’ipotesi secondo la quale questa situazione darà un colpo importante e forse decisivo al regime. Dall’altra c’è anche un’altra interpretazione secondo la quale invece potrebbe rafforzarlo, perché comunque quando la propria patria è aggredita uno si stringe al regime, qualunque esso sia. 
«Se il regime riesce a fare un accordo sulla questione nucleare con gli Stati Uniti o con l’Unione Europea in teoria potrebbe anche rafforzarsi. Ma che Khamenei continui così mi sembra un po’ improbabile. Se viene sostituito e anche eliminato da Israele, c’era l’ipotesi che andasse al suo posto il figlio Mojtaba, che è una persona anche più radicale e aggressiva del padre».

Adesso sembrerebbe però avere designato altri tre eredi… 
«È un chiaro errore strategico, perché dà a Israele obiettivi da eliminare. Ma anche altri incarichi importanti del regime stanno designando successori. E comunque è chiaro che Khamenei ha paura per la sua vita, e anche per il suo regime. Probabilmente anche per il figlio. Tant’è che non sta usando più mezzi di comunicazione come telefoni o cellulari, ma si sta servendo di messaggeri personali. Ovviamente noi preferiremmo uno scenario in cui il regime venga invece totalmente sostituito da un altro tipo di governo democratico e libero. In una prima fase il potere dovrebbe essere preso dalla popolazione, o da un misto tra la forza della popolazione e la forza militare di Israele e Stati Uniti. Questo regime viene poi sostituito da un governo di transizione, che costituisce un comitato nazionale di liberazione per arrivare a elezioni libere con sorveglianza di tutti gli enti internazionali. Sarà a quel punto il popolo iraniano a decidere se vuole una monarchia costituzionale, una repubblica o qualsiasi altro tipo di governo».

Ma l’opposizione cosa sta facendo in questo momento dentro all’Iran? Ci sono delle voci difficili da controllare sul fatto che ci sarebbe gente che esulta per gli attacchi, e altre secondo cui invece, di fronte agli attacchi, anche gente ostile al regime starebbe manifestando a favore… 
«Noi come forza di opposizione abbiamo ovviamente attivisti che sono dentro l’Iran. Purtroppo in questi giorni alcuni sono stati anche arrestati, però altri sono ancora liberi. Ci stiamo organizzando per vedere quando sarà il momento opportuno per portare il popolo in piazza per far crollare il regime con la forza della popolazione. Almeno l’80-90% degli iraniani sono contro il regime, per diversi motivi. Sia politici, sia economici. Ovviamente tra di loro c’è anche gente che giustamente ha paura, trovandoci in una situazione di guerra. Anche se Israele ha eliminato una buona parte della sua dirigenza, la Guardia Rivoluzionaria continua a sostenere il regime, che ha anche altri appoggi popolari. Ma in tutto non arrivano al 10% degli iraniani. Il regime in questi giorni prova a dimostrare di avere ancora un sostegno di massa, ma le immagini che sono arrivate dopo la preghiera di venerdì mostravano un numero anche più basso di questo 5%. Ovviamente per il periodo di transizione abbiamo previsto anche delle persone che sicuramente rimarranno per motivi ideologici ancora collegate al regime, abbiamo anche dei piani per come gestire tutte queste persone».

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Ci sono anche altre componenti dell’opposizione. Dai Mojhaedin ai gruppi etnici… 
«La posizione del Consiglio di Transizione è ovviamente creare un campo politico tra tutte le forze di opposizione. Ma i Mojahedin del popolo per la loro storia, per il ruolo che hanno avuto nel 1979 quando è nata la Repubblica Islamica e per il modo in cui si sono schierati con l’Iraq durante la guerra, non hanno una base popolare. Sulle forze etniche, il 60% degli iraniani sono persiani. Tra il 40% di minoranze, turchi, curdi, arabi, beluci e anche altri, la maggior parte fortunatamente da anni non fanno più lotta armata, che ci preoccuperebbe. Sono forze pacifiche che vogliono partecipare alla costruzione del futuro dell’Iran, e sicuramente avranno un ruolo».

Quindi voi siete contro la lotta armata all’attuale regime? 
«Non posso dire né sì né no, ma il problema è che la caratteristica dei partiti tipo Mojahedin o alcuni partiti curdi, arabi e turchi era quello di volere sempre fare la lotta armata per avere dei diritti. Noi diciamo che per il futuro abbiamo bisogno di forze politiche in grado fare battaglie civili pacifiche».

Ma nel modello di Iran che volete costruire quale sarebbe il ruolo della regione islamica sciita? 
«Una cosa su cui praticamente quasi tutte le forze di opposizione sono d’accordo è che la religione dovrà restare un fatto privato dei cittadini. La libertà di culto dovrò essere garantita, ma il governo non dovrà basarsi mai più sulla religione, anche perché il risultato di uno Stato basato sulla religione lo abbiamo visto in questi 50 anni».

dilaga l’idiozia

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Il video della scena ha fatto il giro dei social network e della rete tutta perché lì, nelle maglie del web, don Rito Maresca ha lanciato messaggi poco fraintendibili sul conflitto scoppiato in Medio Oriente. “Dobbiamo imparare a schierarci, non contro qualcuno, non con violenza, ma per difendere la vita e per difendere chi non può difendersi. La liturgia diventa vuoto ritualismo se non tocca la vita, se non ci espone, se non ci provoca a cambiare e ad assumerci dei rischi”, ha digitato per giustificare la sua posizione politica. Pur riconoscendo che il 7 ottobre “è stata una carneficina”, il prete ha puntato il dito contro il Paese guidato da Benjamin Netanyahu, tacciandolo di aver avviato “una campagna di morte e distruzione”. 

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Quella di Gaza “non è o comunque non è più (se mai lo sia stata) una guerra ma pulizia etnica, un vero e proprio genocidio che capita sotto i nostri occhi e anche grazie al silenzio complice dei nostri governi”, ha tuonato. Quindi la sfida lanciata direttamente alla Chiesa e il paragone azzardato: “Non è opportuno… Mi chiedo quando Cristo si sia preoccupato di essere opportuno. E se qualche esponente del clero venisse a censurarmi o addirittura qualche poliziotto venire a chiedermi i documenti (come sta capitando in tante parti di Europa ai giovani che semplicemente e pacificamente portano una bandiera palestinese), sarò contento di assomigliare per la prima volta a Gesù”, ha aggiunto. 

regaliamoli alla Libia

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TUTTO PUR DI NON LAVORARE !!