IL RE DEI CAZZARI E VUOTO CEREBRALE…. QUELLO CHE GIURO’ DI RITIRARSI DALLA POLITICA…
COME SI FA AD ESSERE COSI’ OTTUSI DA SEGUIRE UN SIMILE SOGGETTO?
schifosi da mandare a lavorare in miniera
Il Collettivo P38 che incita alle Br sul palco dell’evento patrocinato dal Comune: è bufera
Il Collettivo P38 è stato duramente criticato anche dai figli di Aldo Moro e Marco Biagi, vittime del terrorismo che il gruppo evoca
Francesca Galici 2 Luglio 2025 – 19:51

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Il Collettivo P38 torna a far parlare di sé: il gruppo trap che prende il nome dalla più comune pistola utilizzata dai terroristi durante gli anni di Piombo sarà ospite del nona edizione del Cinzella Festival che si svolge a Grottaglie. Il gruppo non prende solo il nome dall’arma ma fa espliciti riferimenti agli anni bui della storia italiana e alle Brigate Rosse, sia nei suoi testi che nei suoi riferimenti culturali. Passamontagna in testa, testi che ricordano la Renault Rossa di Aldo Moro, i gruppi combattenti e sfide aperte alle forze dell’ordine, la loro presenza sulla scena musicale sembrava essersi defilata. Anche perché Maria Fida Moro, la figlia primogenita di Aldo Moro, ha minacciato azioni legali contro di loro e Lorenzo Biagi, figlio del giuslavorista Marco Biagi, ha espresso profondo sdegno per questo gruppo.
Quel che emerge con maggiore evidenza è che il festival al quale sono stati invitati è patrocinato dall’Amministrazione comunale di Grottaglie e dall’Inail. “In un momento storico in cui il rispetto per le istituzioni e per chi ogni giorno mette a rischio la propria vita per garantire sicurezza e legalità dovrebbe essere un valore assoluto e condiviso, la presenza di un gruppo che evoca simboli, nomi e ideologie legati ad anni bui della nostra storia non può lasciare indifferenti”, ha dichiarato il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Maiorano componente della Commissione Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e Interni e membro della Commissione Parlamentare Antimafia.
Anche la segreteria provinciale del sindacato Fsp della Polizia di Stato ha espresso la propria indignazione per la partecipazione del gruppo, sottolineando che “è inammissibile che un Comune e l’Inail concedano patrocinio istituzionale a un evento in cui è prevista la partecipazione di questo collettivo. Ancor più inaccettabile è che questo avvenga a meno di un mese dalla tragica morte del Carabiniere Carlo Legrottaglie, avvenuta a pochi chilometri da Grottaglie”. In un momento storico in cui le Forze dell’Ordine continuano a pagare un prezzo altissimo in termini di sangue e sacrificio, prosegue il sindacato, “questa scelta rappresenta uno schiaffo alla memoria, alla legalità, alla giustizia”.
Maiorano condivide le preoccupazioni di Fsp e si unisce “al grido d’allarme lanciato dal sindacato di polizia ionico, auspicando che vi sia una netta e chiara presa di distanza da parte dell’Amministrazione Comunale di Grottaglie e dell’Inail, nel rispetto dei valori democratici e della memoria collettiva del Paese” ha concluso il parlamentare pugliese
“.
il letamaio
Insulta Meloni e minaccia la figlia? Il magistrato sospende l’espulsione
di Fausto Cariotimercoledì 2 luglio 2025condividi

4′ di lettura
Un ventisettenne straniero che mette in rete un video nel quale, ridendo, fa battute allusive e minacciose su una bambina di otto anni, è pericoloso? Per la giustizia italiana no, e dunque non merita l’espulsione chiesta dal governo. E su questa risposta corre l’abisso che separa certi magistrati dal sentire comune. Poi, succede che la bambina sia la figlia di Giorgia Meloni e che il magistrato in questione sia Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica, la corrente rossa delle toghe, e giudice della sezione Immigrazione del Tribunale di Roma. Lo stesso magistrato che più volte ha polemizzato con la premier e si è rifiutato di convalidare i trattenimenti degli immigrati in Albania, da lei bollati come «deportazioni».
Il nome di Ibii Ngwang può dire nulla, ma la vicenda che lo vede protagonista è nota. È il calciatore camerunense classe 1998 che, assieme a un connazionale, ha registrato un video davanti alla questura di Macerata, pubblicato il giorno di Pasqua sui social network. Con felpa, occhiali da sole e arie da bullo, indicava un’automobile della Polizia e sfidava lo Stato italiano: «Salvini, questa macchina la vendo a cinquanta centesimi». E poi, rivolgendosi alla premier: «Melo’, ho saputo che hai una bella figlia. Io sono negro, bello figo, con mio fratello bello figo. Mangiamo gratis, dormiamo gratis, non paghiamo l’affitto e poi scop…», e qui si interrompe, fingendo di tossire, «le ragazze italiane».
Quel video ha fatto in pochi giorni il giro d’Italia e la società della provincia di Macerata in cui gioca l’uomo, la Cluentina Calcio, ha annunciato la rescissione immediata del suo contratto. Lui e il suo amico che lo riprendeva con il cellulare, un uomo di 24 anni che ha presentato domanda d’asilo, sono stati denunciati per vilipendio. Al che, l’atteggiamento di Ngwang è subito cambiato. Ha divulgato un messaggio di scuse: «Non volevo offendere l’Italia e gli italiani che mi hanno accolto con solidarietà e amicizia, né il ministro Salvini e la presidente Meloni, né la Polizia», si è detto «profondamente rammaricato» eccetera.
Questo non è bastato a impedire che il questore di Macerata proponesse di allontanarlo dal territorio nazionale e che Matteo Piantedosi, il 5 maggio, disponesse il decreto di allontanamento. Il ministro dell’Interno spiegava che le frasi di Ngwang rivelavano un «atteggiamento indegno e spregevole da parte del cittadino camerunense verso i minori e il genere femminile», «un irrispettoso scherno alla società civile italiana che, di fatto, gli consentirebbe di vivere sul territorio nazionale senza doveri né oneri» e «una totale mancanza di rispetto verso l’istituzione della Polizia di Stato». La sua permanenza in Italia è quindi ritenuta incompatibile con la «civile e sicura convivenza». Il questore firmava poi il decreto di revoca della Carta di soggiorno e il decreto di accompagnamento alla frontiera. L’uomo stava per essere cacciato dall’Italia.
È a questo punto che entra in scena la magistratura. Il 7 maggio il giudice Alessandra Filoni, della sezione Immigrazione del Tribunale di Ancona, si è rifiutata di convalidare il decreto di accompagnamento di Ngwang. Il comportamento dell’uomo, spiegava, «non è di per sé sufficiente a configurare una condizione d’incompatibilità con la civile e sicura convivenza, né idoneo a giustificare un’esecuzione immediata e coattiva del provvedimento di allontanamento». A favore del camerunense, citava il fatto che «si è più volte scusato per le dichiarazioni rese, che non intendeva come offensive».
Il questore ha proposto ricorso in Cassazione, che deve ancora essere presentato. Intanto, però, la pratica è finita sul tavolo di Silvia Albano, in seguito al ricorso presentato dagli avvocati di Ngwang contro il decreto di allontanamento disposto da Piantedosi. E l’11 giugno il magistrato capitolino non ha solo sospeso la procedura d’espulsione fino all’udienza, fissata da lei per il 23 dicembre (ci sarà qualcuno in tribunale l’antivigilia di Natale?), ma ha fatto molto di più. Nella stessa decisione ha già scritto quella che, di fatto, è l’assoluzione di Ngwang.
Spiega infatti che esistono «gravi motivi» per accogliere l’istanza di sospensione del provvedimento, giacché «non può evincersi che lo straniero, figlio di cittadino italiano, abbia tenuto comportamenti che costituiscono una minaccia concreta effettiva e sufficientemente grave ai diritti fondamentali della persona o all’incolumità pubblica». Anche lei sottolinea che l’uomo «ha chiesto pubblicamente scusa». E conclude avvertendo che bisogna tenere conto che Ngwang «è residente regolarmente in Italia da quando era minorenne, convive con il padre cittadino italiano, non risulta avere alcun tipo di precedente penale ed è giocatore di calcio professionista, ricevendo una regolare retribuzione». In realtà, come visto, il club per cui gioca lo ha licenziato.
Con queste premesse la sentenza di dicembre, o quando sarà, pare già scritta. Anche perché è verosimile che sia la stessa Albano, che si è espressa sull’istanza cautelare e ha fissato l’udienza, a decidere sul merito del ricorso. Incassata la sconfitta, al Viminale non resterà che adire la Corte di Cassazione. La stessa il cui ufficio studi produce quel Massimario che da qualche tempo si impegna a smontare i decreti del governo di centrodestra e assomiglia ormai alla rivista MicroMega degli anni ruggenti.
maremmamaialaskifa….
CONTINUIAMO AD IMPORTARE DELINQUENTI DA TUTTO IL MONDO E POI SCOPRIAMO CHE LE CARCERI SONO PIENE ?
IL PAESE DEI FOLLI
PER INSEGNARE ALL’ASILO SERVE LA LAUREA (MAGARI DOPPIA POI…)PER FARE IL MINISTRO O IL PARLAMENTARE BASTA LA LICENZA ELEMENTARE !!
Università, “la vostra laurea non vale”: clamoroso in Italia, chi deve rifare gli esami
di Claudia Osmettimartedì 1 luglio 2025condividi
3′ di lettura
Provateci voi, dopotutto, a scoprire, circa un decennio dopo, che, per un cavillo tecnico, per un aggiornamento normativo, la vostra laurea in Scienze dell’educazione non vale più. Che quel sudato pezzo di carta non vi dà, formalmente, il titolo che pensavate e che avete scritto sul curriculum. Che il lavoro, che da tempo fate (e fate bene) nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, in realtà non vi spetta perché non avete i documenti necessari, le qualifiche richieste, vi mancano i requisiti, anche se voi i passaggi obbligatori li avete superati tutti e siete sicuri, cribbio avete fatto persino la cerimonia con la corona d’alloro e la nonna che stappava la bottiglia di prosecco, dottore-dottore, di non aver bucato un esame. Come in quel film di Paolo Genovese uscito quasi quattordici anni fa: solo che questa, più che una commedia, è un incubo. L’incubo ricorrente di chiunque sia mai stato davanti a una commissione esaminatrice. E un incubo collettivo che inizia con un’innocente e-mail e finisce con un libretto universitario da aggiornare. La comunicazione è quella che l’università di Reggio Emilia e di Modena ha mandato, lo scorso 20 giugno, a 350 suoi ex studenti laureati nei bienni tra il 2017 e il 2019; il libretto è quello del corso per gli educatori dei più piccini il cui direttore, Antonio Gariboldi, spiega nella sostanza: «Per loro», dice, cioè per chi ha discusso la tesi prima dell’era pandemica, «non era più consentito operare. Si sono trovati in uscita con degli sbocchi professionali diversi rispetto a quelli previsti».
Non è mica solo una questione di forma. Il titolo di studio è un titolo di lavoro, quantomeno in determinati ambiti e allora chiamatela beffa o doccia gelata oppure anche sfiga (perché le parole ci sono e usarle chiaramente spesso fa la differenza), però il concetto cambia di poco. Colpa di un decreto emanato nel 2017, il “maledetto” decreto numero 65, che stabiliva, per ottenere un impiego nei servizi dell’infanzia, la non sufficienza di una laurea in Scienze dell’educazione e della formazione e imponeva, invece, «un curriculum specifico a cui le università hanno dovuto adeguare i propri piani di studio», e colpa anche di un periodo di latenza, perché l’attivazione dei nuovi corsi non è avvenuta all’istante, semmai «è stata possibile solo dopo l’emanazione di un nuovo decreto l’anno successivo»: e quindi lì, nel mezzo, s’è creato un limbo di ragazze e ragazzi con la pergamena in mano, ignaro di ogni cosa, che credeva di aver finito, di aver dismesso i manuali e, adesso, cade dal pero: tocca si rimetta a studiare per davvero.
Tocca, cioè, colga l’invito dell’università a «iscriversi nuovamente all’ultimo anno del corso per coprire i crediti formativi mancanti (che sono il corrispettivo di più o meno tre esami, mortacci…: ndr), senza dover rifare il tirocinio e con un costo ridotto, 500 euro rispetto ai 2mila medi dell’iscrizione». A fine percorso dovrà pure sobbarcarsi la presentazione di una tesina di trenta pagine. Scusate-c’è-stato-un-errore. L’inghippo, tra l’altro, non riguarda solo l’università emiliana: le riguarda all’incirca più o meno tutte. Non a caso le stime che si stanno facendo fotografano già un esercito di 31mila ex laureati che proprio una classe di provincia non sono e, d’accordo che nell’infornata ci sarà chi nella vita s’è messo a fare tutt’altro per cui amen (formalmente la laurea è valida, non è valida solo per le assunzioni nei nidi), però «esiste un problema e siamo in attesa di una sanatoria di cui, tuttavia, non sappiamo se arriverà e in che tempi», chiosa Gariboldi. Gli anni dell’università sono gli ultimi spensierati, amici, fuorisede, dispense e venerdì sera fissi al bar: ma tutto ha il suo tempo e un “ritorno al passato”, anche improntato alla filosofia del mi-basta-il-diciotto, può non essere la notizia più rinfrescante dell’estate 2025.
Ne sa qualcosa la studentessa di Medicina di Bari che si è laureata nel 2013 dopo aver sostenuto otto esami in Spagna, a Valladolid, durante un Erasmus chiaramente approvato dall’ateneo e del quale, però, mannaggia, adesso s’è persa l’intera documentazione, per cui anche lei è entrata nel cortocircuito del “tutto da rifare”, quantomeno quella decina scarsa di test, nonostante lo sbaglio forse sia stato fatto in fase di registrazione dal tutor che la seguiva, ma adesso va così. Va che è costretta a recuperare. Sembra uno scherzo: vi alzate la mattina e una parte significativa della vostra vita s’è ribaltata. Per qualcuno, però, succede sul serio.
la putrefazione della giustizia
La toga rossa salva il violento espulso
La giudice Albano comprensiva con l’africano che ha minacciato la figlia della Meloni
Hoara Borselli 2 Luglio 2025 – 05:39
Il giudice Silvia AlbanoAscolta ora
Lui è un immigrato camerunense. Lei è una giudice del tribunale di Roma, presidente della corrente più politicizzata delle toghe: Magistratura democratica.
Per capirci: sinistra pura e dura. Lui si chiama Ibii Ngawang, 27 anni, giocatore di calcio. Lei si chiama Silvia Albano. Ngawang nel giorno di Pasqua ha girato un video davanti alla questura di Macerata pieno di volgarità e nel quale minacciava la presidente Meloni e anche la sua bambina Ginevra di nove anni. La giudice Albano ha sospeso il provvedimento di allontanamento dal territorio nazionale perché Ngawang non avrebbe fatto niente di male. Sono i due protagonisti principali di questa vicenda assurda. Altri protagonisti sono il Ministro Salvini, il ministro Piantedosi, e un’altra giudice, Alessandra Filoni, Giudice della sezione civile del tribunale di Ancona.
Ecco qui la cronaca. Nel video incriminato, il giovane Ibii, dopo aver preso in giro il ministro Salvini, pronuncia queste parole: «Melo’, ho saputo che hai una bella figlia… Io sono negro, bello e figo, con mio fratello bello e figo, mangiamo gratis, dormiamo gratis, non paghiamo l’affitto e poi scop… le ragazze italiane». Il video finisce sulla scrivania di Salvini che denuncia sui social con un breve commento: «Ci mancava solo questo idiota». Il giorno dopo il Ministro Piantedosi, sentito il Prefetto, dispone l’espulsione del camerunense. E la società sportiva che l’aveva sotto contratto, (la Cluentina) interrompe i rapporti con lui, cioè lo licenzia. A seguito dell’espulsione, il questore di Macerata dispone l’accompagnamento alla frontiera del camerunense. La giudice Alessandra Filoni, tuttavia non convalida il provvedimento del questore, cioè sostiene che non è legittimo perché mancano i requisiti di urgenza che giustificano l’esecuzione immediata dell’accompagnamento alla frontiera. Stabilendo in questo modo il principio che indirizzare un messaggio a una bambina di nove anni dichiarandosi fuorilegge e annunciando di essere specializzato nel fare sesso con ragazze italiane (consenzienti o no, si immagina) è un gesto che non ha niente di pericoloso. Ossia che non ravvede la pericolosità sociale del soggetto. Contro il provvedimento di espulsione di Piantedosi ricorre il camerunense e il ricorso arriva al tribunale di Roma.
La decisione a questo punto spetta al giudice della sezione immigrazione del tribunale di Roma.
Si tratta di Silvia Albano, che oltre ad essere una punta di lancia delle toghe rosse è la giudice che qualche mese fa firmò la prima sentenza che bloccava il trasferimento dei clandestini in Albania. È una vecchia conoscenza delle cronache di politica giudiziaria. E ha una lunga storia politica.
C’è una foto di qualche decennio fa che la ritrae ad Ariccia, nella sede della scuola sindacale della Cgil, assieme a un gruppo di ragazzi della Fgci (l’organizzazione giovanile del partito comunista) insieme a Gianni Cuperlo, Stefania Pezzopane e altri futuri alti dirigenti del Pd.
La notizia di ieri è che la giudice Albano ha fissato l’udienza per discutere il ricorso al prossimo 23 dicembre, ha disposto la sospensione del decreto di espulsione, e nel motivare la sospensione ha già emesso la sentenza definitiva. Nel decreto con il quale fissa l’udienza a Natale (quindi con probabile rinvio), scrive esattamente così: «Non può evincersi che lo straniero, figlio di cittadino italiano, abbia avuto comportamenti che costituiscano una minaccia concreta effettiva e sufficientemente grave ai diritti fondamentali della persona o alla incolumità pubblica…
tenuto conto che lo straniero è regolarmente residente in Italia da quando era minorenne, convive col padre italiano, non risulta avere alcun precedente penale ed è giocatore di calcio professionista ricevendo una regolare retribuzione».
Che tradotto significa: minacciare una ragazzina di nove anni non è una cosa grave (se questa bambina è figlia del Presidente del Consiglio, e se il minacciatore è straniero).
peccato che poi le pene non saranno mai applicate
Animali, in vigore la legge Brambilla: le tutele e le pene previste (anche il carcere)

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“Oggi entra in vigore la legge Brambilla, una riforma storica che questo Paese attendeva da più di venti anni. Finalmente gli animali diventano soggetto giuridico, tutelato dalla legge in via diretta. Si ribalta la prospettiva che fino ad ora aveva regnato in tema di norme, gli animali vengono considerati esseri senzienti, diventano soggetti tutelati da una legge che finalmente rende loro giustizia, inasprendo tutte le pene ai danni di chi commette reati nei loro confronti”. Ha parlato così Michela Vittoria Brambilla, deputata Noi Moderati, presidente di Leidaa e dell’Intergruppo parlamentare per i Diritti degli Animali e la Tutela dell’Ambiente, a margine di un’iniziativa alla Camera sulla legge a sua prima firma per la tutela degli animali, che entra in vigore oggi. Una vera e propria rivoluzione dal punto di vista culturale e giuridico: con il Titolo IX bis del Codice penale, “Dei delitti contro gli animali”, viene tutelato non più il sentimento dell’uomo ma direttamente l’animale.
sono previste pene severe: “Da oggi, con la legge Brambilla – continua la parlamentare – chi uccide un animale rischierà fino a quattro anni di carcere e 60 mila euro di multa sempre abbinata, chi li maltratta fino a due anni di carcere e 30 mila euro di multa sempre abbinata, con aggravanti generiche che aumentano anche di un terzo la pena se il fatto è commesso in presenza di minori o diffuso in rete. Poi si inaspriscono tutte le altre pene per chi commette reati ai danni degli animali, una in particolare voglio ricordare: da oggi scatta il divieto di tenere il cane alla catena, 5 mila euro di multa per chi contravviene a questa disposizione”.

La guerra dei soliti riformisti Pd che abbaiano ma non mordono. Schlein minaccia: “Se esagerate non vi candido”
“Noi come carabinieri forestali siamo fortemente interessati a questa novella, che ci pone in condizioni di meglio operare nel settore della tutela degli animali”, è invece l’intervento del generale di brigata Giorgio Maria Borrelli, comandante del raggruppamento Cites dell’Arma, il cui scopo è controllare il commercio di piante o animali in quanto può provocare la distruzione degli ambienti naturali oltre che la rarefazione o l’estinzione delle specie stesse. “Si tratta di reati – aggiunge – che oltre a portare nocumento alla dignità degli animali, pongono due domande dal punto di vista investigativo e culturale: da una parte gli enormi profitti che soggetti singoli o consorterie riescono a ottenere attraverso il commercio illecito di animali da compagnia. Il secondo aspetto è l’abitudine alla violenza: questa norma introduce degli elementi importanti per quanto riguarda l’esposizione di questi reati in presenza di minori, un elemento che prelude a una progressione dal punto di vista della civiltà”.
eh..
elementare Watson vogliono sostituirsi al governo democraticamente eletto
Le Corti danno giudizi sulle leggi e criticano l’operato del governo nel silenzio di tutti
Ho paura che ci stia sfuggendo, se non ci è già sfuggito, ciò che avviene nelle Corti, al maiuscolo
di Francesco Damatolunedì 30 giugno 2025condividi

3′ di lettura
Presi, distratti e quant’altro dai cortili dei partiti, di opposizione e un po’ anche della maggioranza, diciamocelo pure, con quelle distinzioni pur tattiche più che strategiche tra forze che si contendono nel centrodestra qualche decimale di punto nei sondaggi, ho paura che ci stia sfuggendo, se non ci è già sfuggito, ciò che avviene nelle Corti, al maiuscolo. Mi riferisco, in particolare, alla Corte di Cassazione ospitata nel Palazzaccio- nomen homini, verrebbe voglia di dire- sotto lo sguardo del povero Camillo Benso di Cavour che le contende il dominio dell’omonima piazza romana – e della Corte Costituzionale dirimpettaia del Quirinale.
La Corte Costituzionale, nota anche come Consulta per l’omonimo palazzo che la ospita, dovrebbe sentirsi in una botte di ferro, presidiata dall’articolo 134 della Costituzione. Che le conferisce l’esclusiva del giudizio – testuale, e inappellabile – “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi fora di legge, dello Stato e delle Regioni”. Nonché “sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni”. E infine “sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica”: l’unico imputato eccellente rimastole peraltro dopo la riforma del 1989 che affidò i ministri agli omonimi tribunali della magistratura ordinaria.
La Corte di Cassazione depositaria del terzo grado di giudizio nei processi civili e penali dispone, fra gli altri, di un ufficio chiamato “Massimario”, dove si avvicendano 37 giudici che saremmo autorizzati a considerare degli eccellenti archivisti, essendo il loro compito quello – si legge nei testi ufficiali- dell’”analisi sistematica della giurisprudenza per creare le condizioni di un’utile e diffusa informazione (interna ed esterna alla Corte) necessaria per il migliore esercizio della funzione nomofilattica della Corte”. Vi risparmio altri riferimenti testuali anche per esigenze e considerazioni climatiche, non essendo umano sfidare la vostra pazienza col caldo che fa.
Ebbene, questo ufficio – ripeto – del Massimario della Cassazione, sfidando anche la capacità di comprensione e di fede del ministro della Giustizia Carlo Nordio, dichiaratosi “incredulo” fra le proteste solite dei suoi ex colleghi magistrati e della loro associazione, ha emesso un documento di ben 139 pagine di esame critico, cioè contrario, della legge sulla sicurezza appena approvata dalle Camere convertendo un decreto sventolato nelle piazze dalle opposizioni come una specie di manifesto del governo autoritario, parafascista e simili in carica.
Di questa legge sono state contestate nel documento della Cassazione sia la necessità e l’urgenza richieste dalla Costituzione per percorrere il sentiero abbreviato del decreto-legge, sia una trentina di “contenuti”, diciamo così. Cioè di norme che nella loro presunzione di garantire di più l’ordine e i diritti dei cittadini, magari privati della loro abitazione o della loro mobilità, creerebbero solo disordine, ingiustizia e prepotenza.
Per i timbri che l’accompagnano, perla carta intestata sulla quale è stato scritto e per la diffusione avuta anche grazie alla incompetenza – perché negarcelo fra di noi? – di una certa informazione che ha annunciato la “bocciatura” della legge, a suon di “schiaffi” per il governo che l’ha proposta, per il Parlamento che l’ha approvata e per il Presidente della Repubblica che l’ha promulgata; per tutto questo, dicevo, il documento della Cassazione è diventato la bandiera delle opposizioni. Come un altro, diffuso attraverso il manifesto, contro i noti accordi con l’Albania in tema di immigrazione.
Dalla Corte Costituzionale, cortili interni e adiacenze, non ho sentito levarsi neppure un sospiro non dico di protesta ma almeno di disagio. Niente. Un colpo di sole, del resto stagionale, sembra avere colpito tutti. Il sistema sembra entrato in ferie anticipate, non potendo le opposizioni, anche per tornaconto politico, scommettere sulle elezioni anticipate.
