Caserta, nigeriano non si ferma all’alt: poi prende l’ascia
lunedì 21 luglio 2025condividi
1′ di lettura
A Castel Volturno, in provincia di Caserta, un episodio ad alta tensione si è verificato su via Domitiana, all’altezza della rotonda di Ponte a Mare. Un 23enne nigeriano, regolarmente presente in Italia, a bordo di una Ford Focus con altre due persone, non si è fermato a un posto di blocco dei carabinieri, ignorando l’alt. Ne è scaturito un inseguimento di circa 10 chilometri, terminato sulla Strada Statale 7 bis quando l’auto dei fuggitivi ha subito un guasto meccanico. I tre hanno tentato la fuga a piedi, ma sono stati raggiunti dai carabinieri. Durante il confronto, il 23enne ha brandito un’ascia, minacciando i militari, che hanno risposto utilizzando un taser.
Il dispositivo, colpendolo solo parzialmente alla scapola, non lo ha immobilizzato, ma l’uomo è stato comunque fermato. Gli altri due occupanti dell’auto, il conducente e il passeggero anteriore, sono riusciti a scappare, abbandonando l’ascia. Addosso al 23enne sono stati trovati circa due grammi di marijuana. L’uomo è stato denunciato a piede libero per “resistenza a pubblico ufficiale e porto di armi o oggetti atti ad offendere”. Gli investigatori stanno ora cercando gli altri due fuggitivi, che hanno fatto perdere le loro tracce.
Si sono incontrati a all’ora dell’happy hour come vuole la migliore tradizione della Milano da bere, il sindaco Beppe Sala e la delegazione del Pd milanese composta dal segretario metropolitano Alessandro Capelli, la segretaria lombarda Silvia Roggiani e la capogruppo in consiglio comunale Beatrice Uguccioni. Appuntamento a casa del sindaco dove è andato in scena l’incontro decisivo: a fronte dell’appoggio ufficiale della segretaria Pd Elly Schlein e del partito locale nuovamente sabato – a patto di un cambio di rotta- il sindaco ha annunciato la sua decisione di rimanere sulla poltrona più alta di Palazzo Marino. Con il principale azionista della sua maggioranza Beppe Sala si è confrontato sulla sua difesa davanti all’aula rispetto all’inchiesta giudiziaria sull’urbanistica che lo vede indagato.
Fratelli d’Italia e Lega chiederanno ufficialmente le sue dimissioni. Mentre Sal spiegherà la road map da qui al 2027.
Ecco quindi che il frutto dell’accordo tra il sindaco e il Pd vedrà da un lato lo slittamento della vendita dello stadio di San Siro, che il sindaco avrebbe voluto portare in Aula già oggi (il Pd avrebbe preferito una concessione del terreno piuttosto della vendita, mentre Verdi e Sinistra avrebbero optato per la ristrutturazione), per fare calmare le acque ed evitare l’attenzione mediatica. Sul prezzo di vendita del Meazza pende anche un’inchiesta informativa della Procura, senza capi di imputazione né reati. Mentre sulla riqualificazione dell’area sono emerse le e intercettazioni che coinvolgono la commissione del Paesaggio e l’assessore alla Rigenerazione urbana Tancredi sul progetto di rilancio dell’area circostante.
Dopo il discorso del sindaco, lo stesso assessore rassegnerà le dimissioni. Poi si capirà se al suo posto arriverà una figura terza, non politica ma di garanzia per traghettare il Comune nell’ultima parte del mandato che vedrà la stesura del nuovo fondamentale Pgt.
“È stato un incontro costruttivo. Abbiamo ribadito al sindaco l’appoggio e il sostegno del Pd. Abbiamo espresso le nostre priorità, confermando al sindaco la necessità di segnali di cambiamento per rispondere ai nuovi bisogni della città – recita la nota del segretario metropolitano Capelli -. Può essere un’occasione per ripartire, investendo sul confronto serrato con la città da parte di tutto il centrosinistra, dando priorità alle sfide più pressanti che hanno investito Milano: diritto all’abitare, direzione dello sviluppo urbanistico, accessibilità, equità e città pubblica”.
I dem hanno ribadito la difesa del sindaco, a fronte delle dimissioni di Tancredi e a patto di alcune modifiche sostanziali al Modello Milano. Cinque i punti programmatici che il partito avrebbe chiesto a fronte di quella che definiscono “un’emergenza politica”: maggiore redistribuzione degli investimenti sul territorio (i famosi oneri di urbanizzazione), attenzione alle “periferie sociali”, zero case popolari sfitte, l’attuazione del Piano casa per il ceto medio, un pgt di cambiamento che risolva ciò che è rimasto in sospeso con il Salva Milano (ovvero norme chiare che impediscano in futuro che nuove costruzioni passino come “ristrutturazioni”) e la questione del verde.
Un patto che salva capra e cavoli: da un lato, infatti, il sindaco rimanendo al suo posto con la prospettiva di 18 durissimi mesi evita al Pd la patata bollente delle elezioni anticipate, che a fronte dei tempi delle eventuali dimissioni del sindaco e delle imminenti Olimpiadi invernali, avrebbero potuto cadere a novembre, a strettissimo giro e senza un candidato pronto a scendere in campo. Dall’altro, Sala così si garantirebbe una maggioranza “blindata” in consiglio che dovrebbe permettergli di mettere la parola fine alla questione stadio, che va avanti dal 2019 e su cui il sindaco ha messo la faccia e la sua credibilità politica.
Sala non vuole certo “tirare a campare” e l’avrebbe detto chiaro e tondo al Pd, anche perché fin da subito ha rigettato le accuse che gli vengono rivolte dai magistrati, oltre ad aver sempre difeso, da quando sono iniziate le inchieste, l’operato del Comune e dei suoi funzionari.
Salvini e Opern Arms, cosa c’è davvero dietro la battaglia in Cassazione
di Daniele Capezzonesabato 19 luglio 2025condividi
4′ di lettura
Già – per chiunque abbia un minimo di sensibilità liberale – l’appello dell’accusa è di per sé un’anomalia, qualcosa che andrebbe eliminato. Se infatti, nel primo grado di giudizio, un cittadino è riconosciuto innocente, e se quindi l’accusa non è stata in grado di sostenere la tesi colpevolista, sarebbe il caso che l’ufficio del pubblico ministero rinunciasse a fare appello, con ciò pretendendo di inchiodare un cittadino innocente a una condizione di processo infinito.
La cosa è particolarmente scandalosa nel caso che riguarda Matteo Salvini, riconosciuto innocente per le sue scelte ai tempi in cui era Ministro degli Interni. E invece no: dopo l’assoluzione sul caso Open Arms, la Procura di Palermo insiste e pare non darsi pace, avendo deciso di ricorrere direttamente in Cassazione. Procedura rara e per molti versi anomala: l’obiettivo è saltare il secondo grado e andare subito al terzo, dove il giudizio non è sui fatti ma sull’applicazione delle norme. La via scelta è insidiosissima per svariate ragioni. Intanto, dove sta scritto (tesi della Procura) che i fatti siano indubitabilmente accertati e che tutto si riduca all’interpretazione delle norme? Qui “fatto” e “diritto”, come direbbero i giuristi, sono intrecciati come legni di vimini. E allora sorge un dubbio: non sarà che la Procura “cerca” la Cassazione per i suoi recenti orientamenti antigovernativi in materia di immigrazione? Un terreno di gioco forse reputato da qualcuno più “favorevole”.
Si pensi – ma è solo l’ultimo caso – alla sortita contro il provvedimento sull’Albania (e pure contro il decreto sicurezza) di un ufficio tecnico della Cassazione come il massimario. A che è servita come effetto politico reale, oggettivamente? Per un verso, a fornire argomenti ai magistrati che, a ogni livello, si preparano a contestare le norme governative: e che, da quel momento, dispongono anche dell’appiglio tecnico-giuridico di un documento della Cassazione. Non è difficile prevedere il seguito: un tribunale disapplicherà una certa norma, un altro la interpreterà distorcendola, un altro ancora interpellerà la Consulta. Per altro verso, l’effetto è stato quello di far ripartire la campagna politica e mediatica della sinistra, che ha potuto dire: «Non siamo solo noi a contestare il governo, ma è il vertice stesso della magistratura». Cosa che è infatti puntualmente accaduta.
Dimenticando un doppio piccolo “dettaglio”. Primo: i decreti-legge sono esaminati (e convertiti in legge) dalle due Camere, non dai magistrati, a cui non compete alcuna potestà legislativa. Se un magistrato ha il desiderio di contribuire a scrivere le leggi, può togliersi la toga, dimettersi, candidarsi alle elezioni, e, una volta divenuto deputato o senatore, avrà pieno diritto di farlo. Secondo: non è la Cassazione, ma semmai la Corte Costituzionale, se e quando interpellata, a poter svolgere un vaglio sulla legittimità costituzionale delle norme. Operazione che molte volte, in passato, ha risentito di un forte e discutibilissimo tasso di politicità di quelle pronunce. Oraci si è messo pure un ufficio tecnico della Cassazione.
E allora, è inutile girarci intorno: portare in Cassazione il processo a Salvini – in questo clima e in questo contesto – dà la sensazione di una mossa dalle oggettive conseguenze più politiche che giuridiche. Già a suo tempo scrivemmo qui, dopo l’assoluzione del leader leghista, che solo a prima vista c’era da essere sollevati per il buon senso e il coraggio mostrato dal tribunale che aveva assolto Salvini, vista l’atmosfera giudiziaria e mediatica che aveva accompagnato l’intero processo. Ma – pensandoci meglio – non c’era e non c’è proprio niente da festeggiare per quella sentenza, perché il processo contro Matteo Salvini non sarebbe mai dovuto cominciare.
E adesso che vogliamo fare, ricominciamo? Riparte il secondo tempo del film? La ributtiamo in politica, me sempre nella sede impropria, e cioè nelle aule giudiziarie? E peraltro – in quel momento – chi sarà al vertice della Cassazione? L’attuale primo Presidente, Margherita Cassano, sta per andare in pensione. Sono in corsa davanti al Csm Pasquale D’Ascola (che pare in deciso vantaggio) e Stefano Mogini, oggi primo presidente aggiunto e segretario generale della Cassazione. E come si regoleranno le correnti? Sarà inevitabile – per qualunque osservatore – leggere ogni futuro passaggio della vicenda anche alla luce del caso Salvini che si prospetta, del tutto independentemente dalla volontà degli interessati, su cui ovviamente graverà una pressione enorme. La decisione del Csm è attesa per i primi di settembre.
Ma, a prescindere dal futuro vertice della Cassazione, in ogni caso, dentro e fuori i palazzi di giustizia, chiunque dovesse muoversi con retropensieri o obiettivi di lotta politica sui migranti commetterebbe un errore: una larga maggioranza degli italiani voleva – e oggi vuole con forza ancora maggiore – una linea rigorosa di contrasto all’immigrazione illegale. La battaglia è e sarà dura, ma merita di essere combattuta. Per ogni eventuale vecchio e nuovo tentativo di uso politico della giustizia, ci sarà- dall’altra parte – una forte maggioranza di cittadini pronti a incoraggiare le azioni del governo contro l’immigrazione illegale. Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono in sintonia su questo, come si è visto ieri. E gli italiani pure.
Meteo, il caldo africano è pronto a colpire: “Picchi mostruosi”. Ecco dove
Sullo stesso argomento:
19 luglio 2025
Con il caldo africano non si scherza e quello che arriverà nei prossimi giorni sarà davvero mostruoso: si perché si andrà addirittura verso la soglia dei 50°C. Lo rivelano i metereologi de ilMeteo.it. Nei prossimi giorni il termometro salirà ancora. Le previsioni parlano chiaro: si attendono picchi di caldo mostruoso, forse da record in Sicilia, dove la colonnina potrebbe toccare i 46°C, se non addirittura salire oltre, forse insidiando l’attuale record di caldo su scala europea che si toccò proprio in Italia l’11 agosto del 2021 con 48.8°C registrati a Floridia di Siracusa. Ma il grande caldo infiammerà anche la Puglia, la Basilicata e la Calabria, con temperature previste oltre i 42/43°C. E se al Centro e nella pianura Padana si oscillerà “solo” tra i 35 e i 37°C, la percezione sarà comunque estrema, perché a questi livelli non si parla più di caldo, ma di stress termico.
LE NAVI DEI PARASSITI ANDREBBERO AFFONDATE IN ALTOMARE SENZA SE E SENZA MA
Immigrati, le Ong accusano il governo? Sbugiardate in tempo record: occhio ai numeri
di Francesco Storacevenerdì 18 luglio 2025condividi
3′ di lettura
Ora siamo alla rivolta navale. La attuano – e come ti sbagli – le Ong, che tornano a prendere di petto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. È colpevole di voler contrastare gli scafisti del mare, l’immigrazione clandestina, il traffico di essere umani. E loro attaccano accollandogli la colpa dei (prossimi) morti in mare. Un’accusa davvero infame: eppure bastano i dati sugli sbarchi a sbugiardare chi accusa il capo del Viminale. Fermare le navi diventa roba da espiare, il rispetto della legge un’opzione non prevista dalle Ong. Eppure i numeri parlano chiaro: è vero esattamente il contrario rispetto alla tragedia delle morti in mare. Il record degli sbarchi fu collezionato nel 2016 dal governo Renzi, con 181milae passa clandestini arrivati da noi. Lo scorso anno, 2024 per intenderci, ne sono arrivati 66mila, quest’anno – al settimo mese, luglio – poco oltre i 31mila. Nel 2019, col governo gialloverde, ne sbarcarono 11mila, poi balzati a 105mila col governo Draghi. I numeri di quanti muoiono nelle acque del Mediterraneo, sono direttamente proporzionali a quanti partono con i cosiddetti “taxi del mare”. Di qui le norme di Piantedosi e i provvedimenti che puntano a disincentivare le partenze.
Ovviamente, le Ong frignano. E usano parole grosse, in un appello firmato ieri a più voci – 32 organizzazioni – che non hanno trovato di meglio che denunciare «l’immediata cessazione dell’ostruzionismo sistematico contro le operazioni di ricerca e soccorso delle Ong da parte dello Stato italiano». Solo nell’ultimo mese – è la loro lamentela – le navi della flotta civile di ricerca e soccorso sono state fermate tre volte a causa di accuse basate sul decreto Piantedosi, approvato nel gennaio 2023 e «inasprito dalla conversione in legge del decreto Flussi nel dicembre 2024»: il che ci porta ad applaudire l’operato del ministro. Lacrime e singhiozzi più forti sono stati dedicati a Nadir e Sea-Eye 5, due delle imbarcazioni più piccole, rispettivamente gestite da Resqship e Sea-Eye, fermate con l’accusa di non aver rispettato le istruzioni delle autorità. «Ad entrambi gli equipaggi – è la versione delle Ong- sono stati assegnati porti distanti per sbarcare i sopravvissuti e sono stati invitati a procedere con trasbordi selettivi dei naufraghi sulla base di criteri di vulnerabilità, nonostante un’adeguata valutazione delle vulnerabilità richieda un ambiente sicuro e non possa essere condotta a bordo di una imbarcazione subito dopo un salvataggio». Chissà dove vogliono arrivare…
Peri 32 firmatari dell’appello «l’introduzione di questi ostacoli legali e amministrativi persegue un obiettivo evidente: tenere le imbarcazioni Sar lontane dalle aree operative, limitando drasticamente la loro presenza e attività in mare». Il che, se fosse davvero così, consentirebbe finalmente di evitare sbarchi contro la legge. Ma con una faccia tosta incredibile, arriva il tentativo di scaricare su Piantedosi eventuali lutti, perché – cianciano – «in assenza delle navi e degli aerei delle Ong, sempre più persone perderanno la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale; le violazioni dei diritti umani e i naufragi resteranno invisibili». Roba da manicomio. Ma le frottole non diventano verità anche se le ripeti un’infinità di volte. Il ministro dell’Interno non è tipo da lasciarsi intimidire da sparate del genere e resta fermo sulla volontà – che sta nel programma del governo – di far rispettare il diritto internazionale: per Piantedosi le Ong non possono operare politicamente senza conseguenze.
La stessa Giorgia Meloni ha accusato più volte le Ong di essere complici involontari degli scafisti, affermando, tra l’altro, che «il governo continuerà a lavorare per fermare la tratta, l’immigrazione clandestina e le morti in mare. Che a loro piaccia o meno». Del resto, non è ammissibile che si operi in modo indipendente dai governi, rifiutando di coordinarsi con le autorità preposte, siano essere italiane o maltesi. Perché si crea solo caos nelle operazioni di soccorso, complicando una reale gestione delle crisi migratorie. Ed è inutile mettere nel mirino decreto Piantedosi e la politica dei “porti lontani”, che invece mirano a regolare gli arrivi, a evitare concentrazioni in alcuni punti (come Lampedusa) e a diluire il carico migratorio su più territori. Questo serve, secondo Piantedosi, a proteggere le comunità locali e a mantenere ordine.
N.B TUTTI MAGRI E PATITI QUELLI DELLE FOTO NEVVERO ??
di Michele Zaccardivenerdì 18 luglio 2025condividi
3′ di lettura
Dovevano essere gratis, come il Superbonus. E invece, a dispetto di quanto va dicendo Giuseppe Conte da quattro anni a questa parte, magnificando i successi del suo ultimo governo, i finanziamenti europei del Pnrr sono debito. E andranno dunque restituiti. Per questo, nel nuovo bilancio comunitario per il 2028-2034 proposto mercoledì dalla Commissione Ue si stanziano 24 miliardi di euro all’anno per un totale, nel settennato di riferimento, di 168 miliardi. Risorse che serviranno appunto a rimborsare i prestiti contratti da Bruxelles per finanziare i Pnrr nazionali. Per capire serve però una premessa. Dopo il Covid, nel luglio del 2020, è stato varato il Next Generation Eu, il fondo comune da 750 miliardi a cui gli Stati hanno attinto per finanziare i loro Piani di ripresa e resilienza (Pnrr). Il programma si compone di una parte di prestiti (360 miliardi) che i Paesi membri dovranno restituire entro il 2058, e una parte di sovvenzioni (390 miliardi). Si tratta di risorse che la Commissione ha raccolto indebitandosi sui mercati e che, tra tre anni, dovrà restituire. Il rimborso inizierà dunque nel 2028 e durerà fino al 2058. E per questo il bilancio Ue stanzia 24 miliardi di euro all’anno, comprensivi sia della restituzione del capitale che degli interessi. I costi degli interessi stimati si basano sui tassi di mercato correnti, e includono un “buffer”, un cuscinetto, per tenere conto dell’incertezza sull’evoluzione futura dei tassi (visto che nel frattempo l’Ue procederà anche a rifinanziare alcuni prestiti contratti).
Per far fronte quindi agli esborsi senza aumentare i contributi al bilancio dell’Unione dei Paesi membri, la Commissione ha proposto di incrementare le proprie entrate, introducendo nuove tasse (come un’aliquota addizionale sulle accise su tabacco e derivati, un’imposta sulle imprese che superano i 100 milioni di euro di fatturato) e aumentando alcuni balzelli già in vigore (come certificati sulle emissioni che le aziende devono acquistare), per un totale di 58 miliardi di euro l’anno. Insomma, il punto è che tutte le risorse che gli Stati hanno ricevuto andranno in qualche modo restituite. Perché, mentre i prestiti erogati verranno rimborsati all’Ue direttamente dai governi nazionali, per le sovvenzioni sarà la Commissione a sostenere l’onere, usando però le nuove entrate previsti dal bilancio. E che graveranno su famiglie e imprese europee. Altro che gratis. Lo ha spiegato in conferenza stampa mercoledì la stessa von der Leyen. «Proponiamo nuove fonti di entrate per il bilancio dell’Ue» con l’obiettivo di «rimborsare il nostro prestito condiviso per la ripresa» e «soddisfare le nostre priorità moderne» senza gravare sui bilanci nazionali.
In tutto questo l’Italia, tra gli Stati membri, è quello che ha chiesto e ottenuto ai tempi del governo Conte 2 la fetta maggiore di fondi, avendo avanzato la richiesta di ricevere l’intero ammontare sia dei finanziamenti a fondo perduto (70 miliardi) destinati a Roma, sia dei prestiti (121 miliardi). Si tratta dunque complessivamente di 191,5 miliardi, poi saliti, in seguito alla revisione voluta dal governo Meloni, a 194,4 miliardi. Quanto al nuovo budget comunitario, come ha la presidente della Commissione, è sicuramente molto «ambizioso», visto che in valore assoluto si gonfia dai 1.200 miliardi del settennato precedente a 2mila miliardi. Un aumento che serve a finanziare nuovi progetti europei (come il fondo per la competitività da 410 miliardi), ma che in buona parte finirà a rimborsare i prestiti contratti per il Next Generation Eu, la scatola che finanziai Pnrr nazionali. Il bilancio comunitario sale infatti, in rapporto al reddito lordo degli Stati Ue, dall’1,13 all’1,26%. Ma se si scorporano appunto le spese (168 miliardi) che l’Europa dovrà sostenere per i rimborsi, ecco che la cifra si sgonfia all’1,15%. Di certo c’è che la proposta della Commissione ha scontantato tutti. Per i frugali del Nord, Olanda e Germania in primis, il nuovo budget è troppo alto, mentre i contadini lo considerano un attacco al settore, visto che accorpa la politica agricola comune in un unico fondo da 865 miliardi, destinato a diverse esigenze, e taglia di circa il 20% le risorse per il comparto, che scendono a 300 miliardi contro i 368 previsti per l’attuale settennato (2021-2027). Inizia ora un processo negoziale che durerà due anni. Il budget dovrà essere approvato dal Parlamento Ue, dove è richiesta la maggioranza assoluta, e dal Consiglio, dove serve l’unanimità dei 27 Stati membri. E a giudicare dalle prime reazioni non sarà un percorso facile.
Open arms, pm contro l’assoluzione di Salvini. Meloni: surreale accanimento
18 luglio 2025
Dalla procura di Palermo arriva il ricorso in Cassazione sulla sentenza Open Arms, e il centrodestra si stringe intorno a Matteo Salvini. Sostegno e solidarietà al vicepremier arrivano dal governo e da tutti i partiti di maggioranza. Che tornano ad alzare il livello di tensione con la magistratura. Il primo commento alla notizia giunge dal diretto interessato. Il leader della Lega comincia col rilanciare il suo slogan. “Il Tribunale – dice Salvini – mi ha assolto riconoscendo che difendere i confini non è un reato, evidentemente qualcuno non si rassegna. Ma io vado avanti a testa alta e senza paura”. Il leader prima nega uno “scontro tra politica e magistratura”, poi attacca: “È un processo politico”. E sul ricorso aggiunge: “Spero che non sia legato alla riforma della giustizia che stiamo portando avanti, i giudici politicizzati sono una minoranza”.
Immediato il sostegno della premier Giorgia Meloni, che affida la sua analisi a un post sui social. “È surreale – scrive – questo accanimento dopo un fallimentare processo di tre anni concluso con un’assoluzione piena. Mi chiedo cosa pensino gli italiani di tutte queste energie e risorse spese così, mentre migliaia di cittadini onesti attendono giustizia”. Parole dure quelle della presidente del Consiglio, secondo cui Salvini è un “ministro che voleva far rispettare la legge”.
All’affondo di Meloni, si aggiunge quello del ministro della Giustizia Carlo Nordio. A un evento di FdI non evita di pungolare i giudici sul caso Almasri e sulla separazione delle carriere. Poi, nel pomeriggio, in una nota attacca: “Impugnare le assoluzioni non è da Paese civile”. Concetto ribadito anche dal leader di Forza Italia Antonio Tajani. Che, come la premier, parla di “accanimento” nei confronti di Salvini. E insiste: “In caso di sentenze di assoluzione la pubblica accusa non dovrebbe presentare ricorso”. Su questo fronte, Nordio valuta un intervento proprio per bloccare l’impugnazione in casi simili. “Altrimenti finiamo a ciò che è avvenuto col caso Garlasco”, spiega il Guardasigilli. “Rimedieremo”, è la promessa del ministro.
E mentre a via Arenula si coglie l’occasione per sollevare l’ipotesi di una modifica della normativa, Giulia Bongiorno, avvocato di Matteo Salvini nel processo Open Arms, sembra non avere dubbi: “La sentenza del Tribunale di Palermo è completa e puntuale in fatto ed ineccepibile in diritto. La tesi accusatoria è stata bocciata anche nel merito”. Insomma, nessun timore per il verdetto della Cassazione. Intanto, al vicepremier giunge la telefonata del presidente della Camera Lorenzo Fontana. Che gli esprime vicinanza e solidarietà. Messaggio condiviso dalle altre forze di maggioranza. Che non rinunciano a criticare aspramente la decisione della Procura.
Alle parole della premier, si aggiungono quelle di incoraggiamento di Arianna Meloni. “Andare avanti a lavorare per il bene dell’Italia è l’unica risposta possibile da dare a chi non riesce ad accettare la sua sconfitta”, scrive la responsabile della segreteria di FdI. La responsabile Immigrazione del partito, Sara Kelany esprime dubbi “sulla tentazione di qualcuno di voler utilizzare la scure giudiziaria per colpire il governo”. “Questo esecutivo – avverte – non arretrerà nella lotta all’immigrazione illegale”. A incalzare sullo stesso punto anche la Lega, dove si torna a parlare di “magistratura politicizzata” e si dipinge Salvini come una “vittima di una battaglia ideologica”. Di “atto di forzatura giudiziaria” parla Alessandro Cattaneo di Forza Italia. “La giustizia presta il fianco a strumentalizzazioni politiche”, insiste l’azzurro Giorgio Mulè. Per Maurizio Lupi di Noi Moderati, che completa l’arco del centrodestra, c’è “una parte della magistratura che vuole invadere il campo della politica”.
Torino, Lo Russo vuole requisire le case ai proprietari. FI: “Un film horror, inizi con Askatasuna”
Esplora:
17 luglio 2025
In Consiglio comunale a Torino sarà messa in discussione una proposta di delibera che prevede addirittura, in alcuni casi, di requisire le abitazioni ai proprietari che le lasciano sfitte. Grida allo scandalo Forza Italia: «Chiediamo con forza il ritiro della proposta di delibera del Comune che prevede il diritto di requisire le case ai legittimi proprietari». Ad affermarlo il senatore Roberto Rosso, segretario provinciale di Forza Italia Torino e Responsabile nazionale per gli Azzurri del Dipartimento Casa; Marco Fontana, segretario cittadino di Forza Italia a Torino; Federica Scanderebech, capogruppo del partito in Sala Rossa e Domenico Garcea, vicepresidente vicario in Consiglio comunale a Torino.
«Il solo fatto che venga messa in discussione rappresenta un vero e proprio attentato al diritto alla proprietà privata, che non ammette sfumature. Un proprietario ha il sacrosanto diritto di decidere se affittare o usufruire dell’appartamento, come e a chi affittarlo, e a quanto locarlo. Non ci possono essere margini di ambiguità su questo. In un Paese civile, queste ovvietà non possono essere oggetto di interpretazioni. Comprendiamo che un’Amministrazione come quella di Lo Russo, che considera gli occupanti di Askatasuna come soggetto di diritti, abbia le idee confuse, ma qui siamo all’ABC. Così come non è pensabile aumentare l’Imu – peraltro la più alta d’Italia sulle seconde case – e la Tari, una tassa che dovrebbe essere basata sul consumo puntuale» – spiegano gli Azzurri.
«Anche solo immaginare una requisizione di una proprietà privata non adibita ad usi impropri è da film horror. Perché il Comune di Torino e il sindaco non requisiscono Askatasuna? Non siamo convinti che sia neppure utile censire gli immobili sfitti: chi pagherà i costi di questo lavoro, se poi – come è ovvio – non si potranno requisire? Si tratterebbe di una spesa indebita da Corte dei Conti. Il mercato delle locazioni lo crea appunto il mercato, non fantomatiche ronde punitive contro i proprietari. Se il Comune di Torino vuole davvero modificare il mercato, ha un’unica strada: quella di incentivare l’affitto alle fasce più deboli in modo più vantaggioso rispetto a quanto fatto finora. Deve guardare il mondo della casa dalla parte di chi ha faticato decenni per comprarla, a causa di una tassazione che proprio il Partito Democratico ha innalzato a livelli intollerabili. Oggi chi rinuncia ad affittare lo fa sempre più spesso per mancanza di garanzie di tornare in possesso dell’immobile, dovendo affrontare spese folli causate da reiterati processi per sfratto che spesso non portano al ristoro dei mancati introiti da locazione. La Giunta Lo Russo, come sempre, vive in un altro pianeta: un’isola che non c’è, perché basata sull’ideologia, su una visione a senso unico e non sul contatto con la realtà. Oggi i proprietari sono soli; se venisse votata questa delibera, lo sarebbero ancora di più, e si disincentiverebbe l’acquisto di case».