La premessa è d’obbligo: noi non siamo ossessionati da Ilaria Salis, tutt’al più ne siamo esasperati. Il fatto è che siamo attenti al rispetto della legalità almeno quanto l’europarlamentare ne è indifferente. Per la signora le regole si possono anche violare, se in nome di un principio giusto; a patto, ovviamente, che quel che è giusto o sbagliato lo decida lei, non i suoi colleghi parlamentari, i magistrati o lo Stato. Non passa giorno senza che Salis confermi la tesi. Ieri ha dato scandalo l’ultima dichiarazione che l’onorevole ha affidato ai suoi social: «Il meccanismo delle assegnazioni è inceppato, le occupazioni sono la sola vera politica per il diritto di abitare» pontifica la (cattiva) maestra.
Segue una descrizione delle case occupate come di una realtà bucolica dove «sorgono comunità solidali che reagiscono all’abbandono e all’ingiustizia con iniziative concrete: una mensa, un doposcuola, momenti di sport». Un idillio insomma. Peccato, prosegue la narratrice di favole che «a volte polizia e magistratura decidano che questo sia un crimine da punire» e gli occupanti «non siano una comunità solidale ma un’associazone a delinquere».
I numeri, prima di tutto. Più alti di quelli ipotizzati inizialmente, quando è scoppiato il caso sul presunto dossieraggio dentro la Direzione nazionale antimafia. Tra gli atti depositati dalla Procura di Perugia al Tribunale del Riesame per ribadire la richiesta di arresto del finanziere Pasquale Striano, emerge un altro dato. Non ci sono solo ulteriori 200mila file scoperti dai pm – cioè più del triplo di quelli emersi all’inizio – che sarebbero stati scaricati dai sistemi della Dna e della Guardia di Finanza mentre il tenente era in servizio alla Superprocura di via Giulia. Tra i destinatari di alcuni di questi ulteriori documenti riservati, almeno per quel che rende noto l’indagine finora, ci sarebbero ancora i cronisti del quotidiano Domani.
É quanto si legge negli atti del Riesame con cui il Procuratore di Perugia Raffaele Cantone ribadisce le esigenze cautelari a carico del finanziere Pasquale Striano e dell’ex magistrato Antonio Laudati, quest’ultimo accusato di una manciata di episodi di ricerche abusive e non della mole di ricerche compiute dal pubblico ufficiale.
Striano, stando alle carte, avrebbe inviato 783 file ai tre giornalisti del quotidiano edito da De Benedetti. Gli accessi sarebbero dunque molto più numerosi rispetto ai 146 individuati in prima battuta. Di questi la stragrande maggioranza, oltre 700, sarebbero stati inviati in particolare a uno dei tre giornalisti in questione, Giovanni Tizian.
Tutta l’indagine sugli accessi abusivi alle banche dati riservate era partita da una denuncia del ministro della Difesa Guido Crosetto dopo alcuni articoli del quotidiano Il Domani contenenti informazioni sensibili sulla sua situazione reddituale. Quello che invece è emerso successivamente va ben oltre, secondo i magistrati di Perugia, che parlano della «vicenda Crosetto» come di una «goccia nel mare», «una parte infinitesimale» dell’attività abusiva di Striano. Resta ancora da capire quanti degli ulteriori ventimila accessi rilevati dalla Procura ed evidenziati in sede di Riesame, siano classificati come abusivi, cioè estranei alle ragioni di servizio per cui operava Striano, e se nella lista dei bersagli ci siano ci siano altri nomi «sensibili» appartenenti ad ambienti istituzionali e governativi.
Infine non è noto se ci siano altri destinatari delle informazioni riservate oltre ai cronisti e ai soggetti, conoscenti e amici, già emersi nelle fasi iniziali dell’inchiesta di Perugia. Le indagini sono ancora in corso e sono coperte da segreto, ma una delle piste dell’inchiesta mira a verificare se vi siano altri terzi ancora non identificati dietro alle spasmodiche ricerche del tenente. Che invece si era difeso davanti ai pm romani – che inizialmente avevano in mano le indagini prima di passarle per competenza a Perugia – rivendicando un certo zelo investigativo e una sorta di stacanovismo dietro ai numeri mostruosi degli accessi alle banche dati che gli sono stati contestati. Negli atti depositati al Riesame i pm di Perugia evidenziano proprio la quantità degli accessi di Striano rispetto a quelli dei suoi colleghi in servizio con lui nel gruppo Sos della Dna. Oltre 21mila quelli effettuati da Striano, mentre gli altri sono rimasti tutti sotto gli 8mila nello stesso periodo di riferimento.
La Procura sottolinea che i nuovi atti sono stati depositati “in funzione di rafforzare l’impugnazione, relativa al solo profilo delle esigenze
cautelari. Le difese invece hanno contestato l’utilizzabilità del nuovo materiale depositato, e l’udienza che dovrà decidere se arrestare i due principali indagati o respingere la richiesta dei pm, è stata rinviata al 12 novembre
POVERI UMANOIDI VESSATI SUL LAVORO, DALLE MOGLI, SI SFOGANO SENTENDOSI UOMINI SPARANDO CON FUCILI A RIPETIZIONE AD ANIMALI CHE A FATICA SOPRAVVIVONO A CAUSA DI VELENI, CEMENTIFICAZIONE E DISTRUZIONE DEL LRO HABITAT…FATE SEMPLICEMENTE SCHIFO !
Di Cesare all’attacco di Giuli: “Esame segreto ed esoterico”. Preside smentisce: “Porte aperte”
Donatella Di Cesare, docente de La Sapienza, ha cavalcato sui social gli stessi temi portati avanti dai manifestanti, bacchettati dal prof. Lettieri: “Impedire di sostenere un esame è fascista”
I collettivi studenteschi hanno cercato di impedire al ministro della Cultura, Alessandro Giuli, di sostenere l’ultimo esame previsto dal suo piano di studi prima di conseguire la laurea in Filosofia. Ma questa mattina l’esponente del governo Meloni non solo si è presentato regolarmente presso il suo dipartimento, ma ha messo a verbale un 30, il massimo dei voti. Proprio in conseguenza della minaccia di Cambiare Rotta, collettivo comunista responsabile di gran parte delle proteste, a volte violente, che si sono registrate presso l’università La Sapienza di Roma, ma non solo, è stato deciso di anticipare l’esame alle 8, e non alle 9, e di rafforzare il presidio di tutela attorno al ministro. Un’esigenza di sicurezza che non sembra essere stata gradita da Donatella Di Cesare, docente presso quella stessa università, che dai social ha mosso la sua critica con toni sprezzanti nei confronti del ministro.
“Porte chiuse e poliziotti? L’esame segreto ed esoterico del ministro evoliano. Regole rispettate alla mia Facoltà di lettere e filosofia?”, scrive Di Cesare. Il riferimento della docente, che l’anno scorso è stata al centro delle polemiche per aver salutato con affetto la brigatista Barbara Balzerani, critica il servizio di tutela a cui è stato costretto il ministro a causa delle minacce dei collettivi. Definisce il suo un esame “segreto ed esoterico”, e lo stesso Giuli viene da lei definito “evoliano”, come se ci sia stato qualcosa da tenere nascosto nell’esame del ministro che, in passato, ha pubblicato un articolo su Julius Evola. Instilla un dubbio, non maschera il suo fastidio, ma mai punta il dito contro chi ha costretto il ministro a sostenere un esame blindato, ma non a porte chiuse.
Il discorso fatto dalla preside della Facoltà di Lettere, Arianna Punzi, che è anche la sua preside, visto che Di Cesare insegna in quella facoltà, dovrebbe essere rivolto anche alla docente che ha portato avanti le stesse argomentazioni di Cambiare Rotta. “C’era un appello regolare, le nostre lezioni le cominciamo alle 8, c’erano gli studenti. Niente di irregolare, tutto regolarissimo, si è iscritto, è un ministro, ma avrà diritto a fare gli esami come tutti”, ha dichiarato Punzi. Anche il docente che ha esaminato Giuli, il professore Gaetano Lettieri, ordinario di Storia del cristianesimo e delle chiese, quindi collega di Di Cesare, ha confermato che “le porte erano aperte“.
E lo stesso Lettieri ha invitato gli studenti a “ripassare gli articoli della Costituzione, l’articolo 3, l’articolo 9 e gli articoli 33 e 34″, ossia quelli che “garantiscono a ogni cittadino di qualsiasi idea politica il pieno sviluppo della propria personalità e ciò che caratterizza l’università statale è concedere a ogni cittadino piena libertà di ricerca, di studio e di formazione”.
I PRESUNTI SEQUESTRATI , CHE ORA VOGLIONO PURE UN SOSTANZIOSO RISARCIMENTO, AVREBBERO POTUTO ANDARE IN QUALSIASI ALTRA NAZIONE , DALLA SPAGNA ALLA GRECIA, ALLA GERMANIA…DAPPERTUTTO… TALMENTE SEQUESTRATI DA POTER SCEGLIERE DOVE ANDARE …MA SENZA NESSUN DIRITTO, CON ARROGANZA E VIOLENZA HANNO PRETESO D’ESSERE SBARCATI IN ITALIA , IL PARADISO DEI PARASSITI !! NON MALE COME SEQUESTRO !!!
Manca una settimana al grande raduno di Pontida, la festa nazionale della Lega che vedrà accorrere dirigenti e militanti da tutta Italia. E, mai come quest’anno, il pratone si trasformerà in un monolite in difesa del segretario Matteo Salvini, alle prese con il processo Open Arms. Per il ministro dei Trasporti, la Procura di Palermo ha chiesto una condanna pesantissima: 6 annidi carcere con l’accusa di sequestro di persona per aver trattenuto sull’imbarcazione della ong spagnola 147 persone per oltre due settimane.
Il mondo leghista, di fornte alle accuse mosse dai pm siciliani, ha lanciato un’imponente mobilitazione nazionale in sostegno del suo leader. In tutta Italia, nelle ultime settimane, sono stati organizzati centinaia di gazebo e banchetti per raccogliere le firme in sostegno del vicepremier, oltre a una petizione online per raggiungere in modo ancor più capillare gli elettori di tutta Italia. «Difendere i confini non è reato»; e ancora «Io sto con Salvini». Questi gli slogan che la Lega ha deciso di portare in migliaia di comuni del Paese.
Un successo, quello dell’iniziativa, testimoniato dalle migliaia di firme raccolte. Solo ieri mattina, in Lombardia, il partito è riuscito a racimolare oltre 10 mila sottoscrizioni di solidarietà verso il proprio segretario. «Moltissimi cittadini hanno fatto la fila ai nostri banchetti e gazebo nelle piazze lombarde firmando per esprimere il loro sostegno a Matteo Salvini e mettere nero su bianco che la difesa dei nostri confini, rispettando le nostre leggi, non può mai essere un reato», ha detto il segretario regionale del Carroccio Fabrizio Cecchetti. Il deputato ha poi puntualizzato che «siamo solo all’inizio, perché con i nostri 250 gazebo saremo in piazza tutto il pomeriggio e per tutta la giornata di domani».
Una mobilitazione che ha visto la partecipazione anche del ministro per gli Affari Regionali e le Autonomia Roberto Calderoli. Sui social ha spiegato di aver trascorso la giornata «al Gazebo della Lega a Telgate insieme ai militanti per raccogliere le firme a sostegno di Matteo Salvini, a processo per aver fatto il suo dovere da ministro dell’Interno». Nel pomeriggio poi è stata la volta di Matteo Salvini: il ministro dei Trasporti si è presentato al gazebo organizzato dalla sezione romana della Lega e, rispondendo ai cronisti, si è detto felice per «questo entusiasmo per la raccolta firme, ma ne avrei fatto a meno». Evidente l’amarezza per la richiesta della Procura: «Per aver difeso i confini del mio Paese, aver bloccato gli sbarchi, salvato vite non contavo mi portasse una medaglia ma neanche un processo con sei anni di carcere di richiesta e un milione di euro di risarcimento danni ai poveri immigrati turbati». «Andrò in tribunale» ha chiarito il segretario, aggiungendo che «in tutta Italia c’è tanta gente, anche di sinistra che mi dice di non mollare perché questa non è giustizia, è politica».
Il vicepremier ha poi concluso spiegando di contare «in un’assoluzione perché sarebbe il primo sequestro di persona al mondo in cui i presunti sequestrati potevano andare ovunque tranne che in Italia. Non siamo il campo profughi d’Europa». In caso di condanna però «se dovessi affrontare il carcere per aver difeso il mio Paese lo farei a testa alta».