“Imporre un nuovo governo”. Il piano eversivo dietro le proteste pro-Pal
Creare disordini non è sufficiente. I Carc caldeggiano un passaggio dalla mobilitazione alla lotta per “cacciare il governo Meloni”
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Creare disordini non è sufficiente. I Carc caldeggiano un passaggio dalla mobilitazione alla lotta per “cacciare il governo Meloni”

Michele Zaccardi 13 ottobre 2024
«Tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’90, tra sostegni diretti e indiretti, lo Stato italiano ha immesso quasi due volte il valore di Fiat in Borsa in quel momento. È come se il contribuente italiano l’avesse comprata due volte». Sulla crisi di Stellantis interviene anche Mario Baldassarri, ex viceministro dell’Economia del governo Berlusconi dal 2001 al 2006. Intervistato dall’AdnKronos, Baldassarri ha riassunto la storia del gruppo, che si trova ad affrontare un pesante calo della produzione e delle vendite, che colpisce soprattutto l’Italia e che ha condotto l’ad Carlos Tavares tra i banchi di Montecitorio, dove venerdì è stato ascoltato dalle Commissioni attività produttive di Camera e Senato. Per Baldassarri la crisi dell’automotive dipende da diversi fattori. C’è infatti un problema che riguarda tutto il settore, e non solo Stellantis, di cui è presidente John Elkann. «Tutta Europa è arretrata di vent’anni e l’accelerazione sull’elettrico, da un punto vista di strategia industriale, è un suicidio masochistico perché significa che decidiamo di comprare le macchine cinesi». Motivi che, secondo l’ex viceministro, dovrebbero spingere l’Unione europea a riflettere «bene su questo punto».
Tuttavia, questo scenario – ancorché difficile – non giustifica, secondo Baldassarri, la richiesta di nuovi incentivi da parte di Tavares. Poi c’entra pure il progressivo disimpegno dell’ex Fca in Italia, frutto, questo sì, di una precisa volontà industriale. Disimpegno che si è concretizzato in seguito alla fusione con Peugeot, dopo il risannamento della Fiat realizzato da Sergio Marchionne. «Il cervello dirigenziale di Stellantis non è a Torino. È fuori dall’Italia, che è considerata un mercato vendite» ha spiegato Baldassarri. «In questo disegno, il ragionamento di Tavares è quantomeno offensivo dell’intelligenza umana». Durante l’audizione, l’ad di Stellantis, prosegue l’ex viceministro, «ha detto che produrre in Italia costa troppo e non è competitivo e questo potrebbe essere un dato vero. Però quando dice che per mantenere la produzione nel nostro Paese servono altri incentivi per aiutare i consumatori sembra i Conquistadores che in America centrale con quattro vetrini volevano comprarsi l’oro». Senza contare che «un incentivo al consumatore alla fine va nelle tasche di chi vende».

«E inoltre, il rischio è che non possa nemmeno finire a Stellantis ma alle aziende cinesi, perché i consumatori non sono vincolati a compare da un marchio specifico» ha concluso Baldassarri. Per il centro studi Promotor però la colpa della crisi di Stellantis non è soltanto di Tavares. Perché la flessione delle vendite riguarda tutti i produttori, non solo l’ex Fca. «L’intero mercato europeo sta marciando all’80% delle immatricolazioni rispetto alla situazione ante -crisi» ha detto il presidente di Promotor, Gian Primo Quagliano, all’AdnKronos. I motivi sono molteplici: dalla congiuntura economica internazionale alle carenze della rete infrastrutturale italiana. Ma la ragione principale della crisi è una: «La politica dell’Ue sulla transizione, che ha creato moltissime difficoltà. Nessuno, nel mondo, ha fatto una politica in cui impone l’auto elettrica». Il crollo delle vendite è la dimostrazione, secondo Quagliano, che «l’auto elettrica si acquista solo se ci sono gli incentivi e quando finiscono si ferma». «La politica europea» ha concluso il presidente di Csp, «ha aperto la strada alla penetrazione cinese a cui si è cercato di rimediare con i dazi a cui però la Cina risponderà a sua volta, visto che sta pensando di fare altrettanto con l’import sulle auto d gamma media, che sono quelle prodotte in Europa».
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SCUOLA DI FORMAZIONE IN UN PARTITO GESTITO DA UN PAGLIACCIO SALTELLANTE PUR DI TROVARE UNA SEDIA DOPO LE IMMONDE MINKIATE COMBINATE ? E ‘ GIA’ CARNEVALE ?
CHE LEI CONTA UN BEATO CIUFOLO FRITTO !!!
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Gaetano Mineo 13 ottobre 2024
Arriva un’altra condanna per Domenico Lucano. Ennesima testimonianza di un modello “Riace” che continua a fare acqua da tutte le parti. Un modello che tuttavia ha lanciato la sua popolarità, contribuendo alla sua rielezione non solo a sindaco di Riace, paesino calabrese di duemila anime, ma pure a eurodeputato della coppia Bonelli&Fratoianni. E ora, sulla testa di Lucano, pendono due condanne: una civile, della Corte dei conti di Catanzaro; l’altra penale, della Corte d’Appello di Reggio Calabria. Ma andiamo con ordine, partendo dalla condanna inflitta all’europarlamentare dai magistrati contabili proprio due giorni fa, l’11 ottobre. Una sentenza pesante, la 215/2024, di 475 pagine, e che oltre all’esponente di AVS, sono stati condannati altri 39 tra amministratori locali e titolari di cooperative e associazioni attive in Calabria. Una sentenza che ha imposto un maxi risarcimento di oltre 4,2 milioni di euro per malagestione dei fondi pubblici.
SI METTONO IN VIAGGIO SU BARCHINI ASSICURATI CHE I NEGRIERI COI CELLULARI SATELLITARI HANNO AVVISATO I TRAFFICANTI ONG CHE FANNO FINTA DI SALVARLI. HANNO PAGATO PIU’ O MENO 5000 $ A TESTA PER LA SCENEGGIATA BEN COPERTA E FAVORITA DAI BEOTI DI CASA NOSTRA !

Francesco Carella 12 ottobre 2024
Si fa sempre più critica nel nostro Paese l’annosa questione relativa ai rapporti fra la sfera della politica e la sfera della giurisdizione. Riportare sui binari della correttezza costituzionale l’argomento è a dir poco impossibile. Infatti, il ministro della Giustizia Carlo Nordio dichiara, in punta di diritto, che, a suo avviso, Matteo Salvini e Daniela Santanchè devono «restare al loro posto», perché «altrimenti devolveremo alla magistratura il potere di eliminare una carica legittimata dal voto popolare», ma riceve, in tutta risposta, inutili polemiche in luogo di argomentazioni razionali. Si tratta solo dell’ultimo episodio di una lunga catena di anomalie a causa delle quali in Italia si sta mettendo seriamente in pericolo l’equilibrio costituzionale che disciplina i rapporti fra i poteri dello Stato in una liberaldemocrazia. In altri termini, la politica intesa come spazio autonomo dove legislatori e amministratori, in qualità di legittimi rappresentanti del cittadino elettore, assumono decisioni a valenza collettiva viene “giudiziarizzata”, subendo una drastica riduzione del proprio perimetro di responsabilità. Non vi è Paese democratico, come dimostrano studi comparati, che non sia stato investito da cambiamenti di tal guisa i cui governi non abbiano reagito attraverso adeguate contromisure, a partire dalla separazione delle funzioni requirenti da quelle giudicanti. Nel nostro, viceversa, l’esondazione giudiziaria non ha incontrato né argini né bacini di compensazione.
In Italia, almeno a partire dalla stagione di Tangentopoli, tale anomalia ha assunto via via un carattere più marcato fino a trasformare il conflitto politico – che per sua natura necessita di ampi spazi di autonomia – in uno scontro prevalentemente di tipo etico. Del resto, il risultato finale non poteva avere carattere diverso, dopo che- in forza della svolta moralistica compiuta dal Pci nei primi anni ’80 – l’intera storia dell’Italia repubblicana è stata narrata come una lunga e ininterrotta catena di corruzione, mentre il mondo politico e civile riceveva un taglio netto: da una parte, i titolari della “diversità morale” (dirigenti, militanti e intellettuali progressisti) dall’altra, un esercito di cittadini italiani perennemente impegnati nel malaffare. In un contesto culturale siffatto, non deve destare meraviglia che la magistratura, soprattutto nella sua espressione requirente, sia divenuta, nel frattempo, protagonista di primo piano della vita politica fino a condizionarne tempi e svolgimenti.
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