Antonio Scurati, nuovo attacco al governo: “La minaccia per la democrazia è già qui, è in atto”
01 novembre 2024
Ci risiamo. Antonio Scurati torna ad attaccare il governo. Accade durante Il Cavallo e la Torre, la trasmissione su Rai 3 di cui è ospite venerdì 1 novembre. “L’antifascismo siamo noi – ribadisce nello studio di Marco Damilano -, noi che viviamo in una Repubblica democratica fondata su una Costituzione che scaturisce dall’antifascismo: se ancora oggi non possiamo consentire, con serenità e civiltà, di dirci tutti antifascisti, e sono trascorsi alcuni mesi dalla querelle che mi ha impedito di leggere il mio monologo e quella parola non è ancora stata pronunciata da chi ci governa, vedo una pervicace ostinazione nel riconoscere l’ovvio, cioè che l’antifascismo oggi per noi qui in Italia si identifica nella democrazia liberale”.
E ancora, rincarando la dose: “Un pervicace rifiuto che è una minaccia alla democrazia liberale“. Lo scrittore torna a parlare a sei mesi dal caso del monologo che avrebbe dovuto tenere proprio sulla terza rete Rai per celebrare il 25 aprile, bloccato poi da viale Mazzini. Un monologo di cui Damilano legge alcune frasi, aizzando Scurati: “Mentre da un lato resisto a usare parola fascista come stigma, dall’altro invito tutti a non temere dal futuro una minaccia per la democrazia liberale, perché è già qui, è ora, è in atto. Non è un ritorno del fascismo storico, perché non penso che Trump sia fascista nel senso proprio del termine, ma la sua concezione della democrazia, nei suoi atti giù compiuti, è manifestamente autoritaria. E una democrazia autoritaria è già di per sé una forte minaccia alla sopravvivenza della democrazia liberale”.
Per Scurati, “che vinca o che perda Trump, che faccia la secessione o la lotta armata, la minaccia è già qui e ora”. Quanto al ruolo degli intellettuali, “più passano i giorni e più mi rattristo. Gli intellettuali ma anche gli scienziati, i portatori di sapere, di conoscenza, vengono additati dai populisti come nemici del popolo, che cavalcano rifiuto per le élite fino al suicidio del mondo. Le oligarchie si sono meritate il sentimento di rigetto da parte del popolo, ma chi lo cavalca fino al suicidio del pianeta è sciagurato e colpevole davanti alla storia”.
Si è acceso un faro mediatico su Marco Gattuso, il magistrato di Bologna che ha presentato ricorso alla Corte di Giustizia Europea contro il decreto del governo che indica i Paesi sicuri di provenienza dei migranti irregolari dove questi possono essere rimpatriati.
La toga che sfida l’esecutivo è stata scannerizzata dai media. Tecnicamente si chiama character assassination, si indaga nel privato di una persona per trovarne spunti con cui attaccarla e delegittimarne l’attività professionale; pratica cara alla sinistra. Sappiamo così che si tratta di un attivista dei temi gender, padre grazie alla maternità surrogata, volgarmente chiamata “utero in affitto”, alla quale è ricorso con il suo compagno. Sappiamo anche che è di Magistratura Democratica, una delle correnti rosse delle toghe.
In difesa di Gattuso è corsa la sezione dell’Emilia Romagna dell’Associazione Nazionale Magistrati. Le toghe parlano di «mostri sbattuti in prima pagina» e rivendicano che i giudici siano valutati solo sulla loro preparazione. «C’erano da tempo le premesse, ma non avremmo mai pensato che venisse setacciata la vita intima di chi esercita la giurisdizione solo perché colpevole di aver assunto una decisione sgradita al governo e ad alcuni Huose Organ» chiosano, dichiarando che «la misura è colma». A Libero, Giuseppe Santalucia, presidente dell’Anm, spiega che «sono inaccettabili intrusioni nella vita privata dei magistrati che decidono diversamente dalle attese del potere». Bisognerebbe però che le toghe si indignassero anche quando sono i normali cittadini, o i politici, indagati ma non ancora colpevoli, che si vedono spiattellata la loro vita privata anche quando non c’entra nulla con le accuse mosse, per deplorevoli fughe di notizie da procure e tribunali. Ma si sa che taluni avvertono solo le ingiustizie che vivono sulla propria pelle, non quelle che provocano.
Non è però certo per i suoi gusti personali in termini di sesso e neppure per la gestazione per altri che va criticato Gattuso. E neppure per le simpatie politiche, che ogni uomo ha, anche se quando si tratta di un servitore dello Stato, quale ogni giudice è, si richiede la forza di accantonarle e agire con imparzialità.
Quello che si può ricordare, al dottor Gattuso è l’articolo 36 del codice di procedura penale, che al punto C stabilisce che il magistrato ha “l’obbligo di astenersi da un giudizio se ha dato consigli o manifestato il suo parere sull’oggetto del procedimento fuori dall’esercizio delle funzioni giudiziarie”. Insomma, se ha già pontificato al di fuori dell’aula di tribunale sul tema che è chiamato a giudicare “in nome del popolo italiano” e non di se stesso. È il cosiddetto diritto del giudicato alla terzietà del giudice.
A questo proposito, risulta che la toga, il 23 luglio dello scorso anno, quindici mesi prima dell’emissione del decreto che ha impugnato, alla Scuola Superiore della Magistratura abbia tenuto una dotta lezione su come vadano classificati i Paesi di provenienza degli immigrati irregolari. La particolarità è che la tesi accademica espressa da Gattuso allora è stata ricopiata pari pari dal medesimo nel suo recente ricorso ai giudici europei volto a vanificare il decreto del governo.
VERDETTO GIA’ STABILITO
Oggi nel suo atto giudiziario come ieri nella sua intemerata politico-giuridico-filosofica, il magistrato, per sostenere che non esistono criteri oggettivi di sicurezza pre-definibili di un Paese, e lasciare alle singole toghe il potere di ribaltare le leggi italiane, mette nero su bianco esempi spericolati. Così ripete che «paradossalmente la Germania di Hitler era estremamente sicura per la maggioranza dei tedeschi, visto che la persecuzione è sempre esercitata da una maggioranza contro alcune minoranze (nella fattispecie, gay, oppositori politici, rom ed ebrei)». Ammette come Paesi di certo insicuri «solo i casi limite di Ceausescu e di Pol Pot».
La toga esegue un perfetto copia-incolla poi quando scrive che «il riferimento alla condizione di sicurezza della generalità della popolazione è carente di base giuridica» (e qui affossa non solo il decreto ma la possibilità stessa del governo di esprimersi in materia) sostenendo che «è la distinzione tra situazione particolare e persecuzione sufficientemente ordinaria a garantire chiarezza nella diversità tra le due categorie giuridiche» (la cui valutazione è allora rimessa al giudice).
Qui noi non contestiamo il ragionamento del dottor Gattuso; ognuno ha le sue idee. Né ci permettiamo di fargli lezioni di diritto. Semplicemente, sottolineiamo la suggestione che il ricorso è stato fatto un anno prima della legge che l’atto contesta. Fatta la legge, trovato l’inganno; si impara al primo annodi Giurisprudenza. Ma qui siamo all’interpretazione contra legem prima che la legge venga partorita.
Se si allarga il campo di visione dal tribunale di Bologna, o anche dalla sezione Immigrazione di quello di Roma, retto dalle decisioni di magistrati che pubblicamente appoggiano le ong più estremiste, come Sea Watch, promuovendo anche raccolte fondi, all’Italia come sistema, è forte la sensazione che lo scontro non si giochi tra governo e magistratura nel campo del diritto ma sia un confronto politico su come gestire l’immigrazione illegale tra esecutivo e toghe. Da una parte, il governo, che rivendica il potere di fare la politica migratoria dell’Italia, che è poi politica estera, sua competenza costituzionale. Dall’altra, una opposizione giudiziaria che tende ad applicare il diritto che ha nella sua testa, cercando di giustificarlo pescando sentenze da tutto il mondo e facendone legge universale.
All’italiano medio, che osserva tutto questo e non vuole l’immigrazione illegale si dovrebbe spiegare perché Berlino e Parigi, malgrado la Corte di Giustizia Ue, siano più dure di Roma contro i clandestini. La gente si chiede perché un giudice di Bologna non si preoccupa di risolvere i problemi dei suoi cittadini e applicare le leggi del suo Stato anziché ricercare, a colpi di ricorsi, una giustizia divina che fabbrica da sé. «Non conoscendo affatto la statura di Dio…» canterebbe Fabrizio De André.
Il copione sembra qualcosa di già visto. Così come le reazioni. A poco più di due settimane dal voto per le elezioni regionali in Umbria, le vicende giudiziarie tornano a intrecciarsi di nuovo con quelle della politica. E l’inchiesta alla vigilia delle urne coinvolge, ancora una volta, una esponente di centrodestra. Stavolta si tratta di Donatella Tesei, presidente umbra uscente, in corsa di nuovo con l’appoggio di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.
La notizia, anticipata da Repubblica e da altri media, riguarda l’iscrizione di Tesei nel registro degli indagati, da parte della Procura di Perugia. Solo che l’accusa è di abuso d’ufficio e il Gip ha già chiesto l’archiviazione per la presidente e l’assessore regionale al Bilancio Paola Agabiti, alla luce dell’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Il procedimento riguarderebbe dei finanziamenti ricevuti dalla Regione da un’azienda di proprietà del marito della componente della Giunta. Stesso gruppo in cui ha lavorato anche la Agabiti e dove sarebbe stato assunto a tempo indeterminato anche uno dei figli della presidente Tesei. Insomma, la posizione di Tesei è da archiviare perché il fatto non è più previsto come reato. Così si legge su uno dei fascicoli arrivati al Gip dalla Procura di Perugia.
A chiarire meglio la vicenda ci pensa subito il legale di Agabiti, l’avvocato Nicola Di Mario, secondo il quale «laddove non fosse stata disposta l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, la originaria e provvisoria contestazione di reato elevata a carico della dottoressa Paola Agabiti sarebbe risultata del tutto infondata sul piano giuridico». Nel pomeriggio commenta anche Tesei. «Ho appreso la notizia solamente oggi e solo perché ne hanno parlato i giornali. Mi risulta che l’indagine era iniziata da tempo e già questo dimostra ancora una volta la correttezza dell’operato della mia amministrazione», dice la presidente. «Per il resto, in attesa di consultare gli atti, assisto alla consueta attività di strumentalizzazione e mistificazione, con argomenti di ignobile livello, amplificata dalla vicinanza della scadenza elettorale», sottolinea Tesei. La sua avversaria Stefania Proietti smorza e insinua: «Certamente lascia molto l’amaro in bocca una questione in cui al di là dell’abuso di ufficio e del reato c’è sicuramente un motivo di inopportunità politica, oltre alla questione familiare della Tesei, visto che nella sua Giunta ci sono delle persone legate a questa filiera».
Ma l’opposizione ne approfitta. «La presidente Tesei spieghi ai cittadini umbri i contenuti dell’indagine», dice Thomas De Luca, coordinatore regionale umbro del M5s. «L’abolizione dell’abuso d’ufficio è pericolosa», taglia corto la deputata pentastellata Emma Pavanelli. Il segretario regionale del Pd dell’Umbria, Tommaso Bori, parla di «un sistema consolidato che si è servito delle istituzioni per finanziare aziende di famiglia». «Penso che gli umbri ragionino per sé stessi e non per conto di altri, quindi, sapranno valutare il lavoro che è stato fatto, e alla fine ci sarà un buon esito anche qui in Umbria», dice il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti.
NON ARRIVANO A CAPIRE CHE ORMAI IL GIOCHINO NON FUNZIONA PIU’ ?
Il Pd è in affanno, arriva subito il «soccorso rosso» della Cgil sulla pelle degli italiani. Elly Schlein rimedia la sconfitta in Liguria, accantona il sogno del 3 a 0, ecco che spunta l’aiutino di Maurizio Landini in vista della doppia sfida elettorale in Umbria ed Emilia Romagna. Il numero uno della Cgil promette un mese di mobilitazioni, in pratica la paralisi dell’Italia, pur di offrire uno scudo di protezione al Pd. Ieri dopo nel corso della conferenza stampa tra Landini e Bombardieri (Uil) è arrivato l’annuncio (scontato): «8 ore di sciopero generale, con manifestazioni territoriali, per venerdì 29 novembre». I due sindacati scendono in piazza per chiedere di «cambiare» la manovra di bilancio, considerata del tutto «inadeguata a risolvere i problemi del Paese» e per rivendicare l’aumento del potere d’acquisto di salari e pensioni e il finanziamento di sanità, istruzione, servizi pubblici e politiche industriali.
Che novità! Si tratta della classica mossa politica per andare in soccorso del campo largo, uscito a pezzi dal voto in Liguria. In Umbria si vota il 17 e 18 novembre prossimo. E subito il leader della Cgil si augura: «Il mio invito è di andare a votare perché penso che questo diritto vada esercitato e allo stesso tempo quello che sta succedendo indica la crisi della democrazia che stiamo vivendo». Anche lì, Schlein e company già avevano messo lo champagne in frigo per festeggiare la vittoria di Stefania Proietti. Poi il vento è cambiato, e l’uscente Donatella Tesei punta al bis. In Emilia Romagna si vota nello stesso week end. Il Pd vuole mantenere la roccaforte. Per centrare l’obiettivo si muove tutta l’artiglieria. Sindacati in primis.
Landini alza il megafono e attacca: «Il governo ci convoca a cose già fatte. Noi chiediamo cambiamenti profondi e radicali alla manovra, non piccoli aggiustamenti. Abbiamo proposte molto precise. Chiediamo di cambiare la manovra e anche le altre leggi sbagliate fatte, come il collegato lavoro e il ddl sicurezza. Da qui al 29 novembre abbiamo intenzione di chiedere al governo di cambiare la manovra, l’atteggiamento verso le organizzazioni sindacali, di aprire confronti e trattative, e gireremo nel Paese per assemblee e luoghi di lavoro: bisogna cambiare le politiche economiche e sociali».
Il partito del vicepremier Matteo Salvini svela il bluff del sindacato e lancia la contro-offensiva: «Due sindacati italiani di estrema sinistra scioperano contro l’aumento dello stipendio per 14 milioni di lavoratori dipendenti fino a 40mila euro di reddito? Ridicoli. Grazie invece a quei rappresentanti dei lavoratori che, seppur a volte critici nell’interesse dei loro iscritti, fanno delle proposte e non solo proteste». Il piano politico della Cgil è chiaro: una campagna a tappeto contro il governo Meloni. «Non una manifestazione a Roma ma tante manifestazioni in tutti i territori perché è il momento che le persone reagiscano e riprendano la parola», dice Landini in conferenza.
La Cisl si sfila dallo sciopero e svela le carte: «A Maurizio Landini, che nella conferenza stampa di oggi si è permesso di offendere la Cisl, consigliamo vivamente di rivestire i panni del sindacalista e di smetterla di fare da traino a un’opposizione politica che non ha davvero bisogno di collateralismi». Critiche anche dal fronte di Forza Italia: «Lo sciopero generale è tornato ad essere un classico di stagione.
Bisogna agire subito e fare in modo che gli ex togati, come nel caso del senatore M5S Scarpinato, non possano accedere a informazioni che riguardino il loro precedente lavoro, in barba a qualsiasi considerazione su un possibile conflitto d’interesse. Posizione netta in tal senso è quella della Lega, il partito più dossierato. «Il limite – dichiara il senatore del Carroccio Marco Dreosto – ormai è superato. Ex pm, ora politici, che chiedono di leggere atti che li riguardano? Se non fosse una cosa seria sembrerebbe uno scherzo. La questione non può passare inosservata ed è necessario fare chiarezza». A tal proposito, i verdi insistono su una commissione ad hoc, in grado di andare oltre le competenze dell’Antimafia. «Non arretreremo – continua – nemmeno di un centimetro. Non è possibile vedere attori ostili di vario tipo, che lavorano per sovvertire la volontà popolare, contro gli interessi nazionali».
Giampiero Zinzi, deputato della Lega e membro dell’Antimafia, intanto, sulla vicenda Scarpinato, spiega come il movimento di cui fa parte «oltre a trattare la questione formalmente, avendo presentato una proposta di legge per evitare scandali di incompatibilità, chiede al pentastellato urgenti spiegazioni sulla sua particolare vicenda. Si tratta di un comportamento inopportuno. Parliamo di fatti che lo riguardano direttamente e in cui non dovrebbe entrare nel merito, ma osservare da soggetto terzo. Fino a quando il testo, che abbiamo già depositato in entrambi i rami del Parlamento, non entrerà in vigore, non possiamo fare nulla. Bene il presidente Colosimo che gli ha negato di accedere alle intercettazioni che lo riguardavano». Sulle medesime posizioni della maggioranza, pur non avendo firmato il documento presentato da Lega, Fdi e Fi, pure i renziani.
«È paradossale – afferma la coordinatrice nazionale di Italia Viva Raffaella Paita – che Scarpinato, dopo aver chiesto la distruzione delle sue intercettazioni, ora provi a chiedere di avervi accesso. Abbiamo la conferma del doppiopesismo e del conflitto di interessi. Ho più volte chiesto che Scarpinato, ma lo stesso vale per Cafiero de Raho sulla vicenda Striano, chiarisca la sua posizione in Antimafia. La mia domanda è ancora senza risposta». Il senatore Roberto Scarpinato, nel frattempo, continua a insistere per leggere gli atti su se stesso e scrive addirittura al presidente dell’Antimafia Colosimo: «Nell’esprimere il mio stupore per avere dovuto apprendere dalla stampa un provvedimento che mi riguarda, chiedo la formale comunicazione di tale provvedimento che lede gravemente le mie prerogative di parlamentare e pregiudica la mia partecipazione ai lavori della commissione antimafia, ai fini di adire le vie istituzionali a difesa dei miei diritti».
TI HANNO ORDINATO DI FESTEGGIARE (????!!!) LE STREGHE PER LAPALISSIANI MOTIVI COMMERCIALI E TU ASTRALE CEREBROLESO HAI UBBIDITO FESTEGGIANDO (????) E SPARANDO BOTTI COME UN IDIOTA SINO A NOTTE TARDA ….. PECCATO CHE TU NON POSSA MAI ARRIVARE A CAPIRE QUANTO SEI PAGLIACCIO NELLE MANI ALTRUI…
S’infuria Matteo Salvini dopo il rinvio alla Corte di Giustizia europea del decreto sui Paesi sicuri. «Se qualche giudice, per fortuna solo una piccola minoranza su 9mila, si sente comunista, si tolga la toga e si candidi alle elezioni. Ma lasci che il governo e la politica portino avanti il programma scelto democraticamente dai cittadini», ringhia il leader leghista. E quale che sia il colore sotto la toga, Marco Gattuso, presidente della sezione immigrazione bolognese che ha bussato alla «Curia» del Lussemburgo, di certo di comizi ne ha fatti un bel po’.
Oltre che giudice, Gattuso è un attivista su temi gender e sulla maternità surrogata. Un tema divisivo anche a sinistra, ma che lui difende a spada tratta, essendo insieme al suo compagno padre da ormai dieci anni di un figlio nato in California proprio grazie alla «gestazione per altre». Così, nel 2019, Gattuso se l’è presa con l’allora governatore emiliano Stefano Bonaccini per l’emendamento firmato Pd a una legge regionale che assimilava la Gpa alla violenza contro le donne, scrivendogli una lettera aperta per criticare quella definizione che «offende le donne». Ma anche prima di allora si è fatto avanti, alla luce del sole, con interviste in cui difendeva le adozioni da parte di coppie omogenitoriali e persino fondando, nel 2013, un sito web specializzato su «famiglia, orientamento sessuale e identità di genere», Articolo29.it. Oltre all’attivismo gender, però, c’è altro. A luglio 2023, Gattuso ha tenuto una lezione Tre domande sui Paesi sicuri per un laboratorio della Scuola superiore di magistratura che in molte parti ricalca l’ordinanza dell’altro giorno. E fa pensare a un «pre-giudizio» quanto al considerare insensata l’individuazione di un Paese come sicuro sulla base della sicurezza della maggioranza della sua popolazione. Tra le parti di quella lezione ricopiate nell’ordinanza, anche il passaggio mediaticamente fortunato sulla Germania nazista. Nel testo del 2023 si legge: «Paradossalmente la Germania nazista era un Paese estremamente sicuro per la stragrande maggioranza della popolazione tedesca: fatti salvi gli ebrei (poco più di 500.000, divenuti 214.000 all’inizio della guerra) e fatti salvi gli omosessuali, gli oppositori politici o gli zingari, oltre 65 milioni di tedeschi vantavano una condizione di sicurezza invidiabile». Nell’ordinanza, invece: «Si potrebbe dire, paradossalmente, che la Germania sotto il regime nazista era un paese estremamente sicuro per la stragrande maggioranza della popolazione tedesca: fatti salvi gli ebrei, gli omosessuali, gli oppositori politici, le persone di etnia rom ed altri gruppi minoritari, oltre 60 milioni di tedeschi vantavano una condizione di sicurezza invidiabile». Curioso che, per sollevare alla «Curia» una questione che attiene a un «manifesto conflitto interpretativo», si sostenga che il decreto del governo farebbe passare per «Paese sicuro» il Terzo Reich: alla faccia dell’invito di Mattarella alla collaborazione tra le istituzioni.
Intanto, il governo rinuncia alla conversione del decreto Pos in Senato, facendolo invece confluire in un emendamento al decreto flussi in esame alla Camera.
«La decisione non vuole assolutamente ledere le prerogative parlamentari, ma essendo i due provvedimenti affini per materia e strettamente connessi tra di loro riteniamo per questo opportuno che vengano esaminati insieme», spiega il ministro per i rapporti col Parlamento Luca Ciriani. Aprendo un ennesimo fronte di polemica con le opposizioni.
Se a vincere di un soffio è il centrosinistra, è la giusta punizione per il «governo Meloni». Se, viceversa, dopo aver controllato l’ultima scheda il conteggio premia il centrodestra, allora si tratta di una vittoria dimezzata, «per un pugno di voti», dovuta alla «tifoseria» più che agli elettori come scrive Marcello Sorgi sulla Stampa. Dopo aver osservato che democrazia è vincere anche per un solo voto, è opportuno evidenziare il doppiopesismo dei commentatori in presenza di uno spoglio serrato. Ricordate le elezioni regionali in Sardegna, quelle per il quali il “campo largo” festeggiò l’avvio della liberazione dalle “destre”?
Ebbene, Alessandra Todde del M5S ebbe la meglio su Paolo Truzzu per 2.615 voti. Titolo di Repubblica: «La Sardegna punisce Meloni». Nessun allarme astensione, nessun focus sul «calo dell’elettorato» su cui entrambi gli schieramenti «dovrebbero riflettere» e che «ridimensiona e accomuna vittorie e sconfitte», come osserva Massimo Franco del Corriere della sera nella sua analisi post voto ligure. Già: ora la vittoria di Marco Bucci è «per un’incollatura», «in volata». O, come titola Repubblica in prima pagina, «per un pugno di voti». Orrore. Eppure Bucci ha prevalso con oltre 7mila voti di differenza, quasi il triplo rispetto allo scarto tra Todde e Truzzu.
M5S, Grillo attacca: “Si muore traditi dalle pecore”. Ma Conte tira dritto
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“Si muore più traditi dalle pecore che sbranati dal lupo”. Arriva in 10 parole, accompagnata dalla fotografia di un lupo su una storia di WhatsApp, la nuova stilettata di Beppe Grillo all’indomani della sconfitta in Liguria del Movimento 5 Stelle. Il garante M5S, che non è andato neanche a votare nella sua regione, sembra attaccare di nuovo Giuseppe Conte e i suoi fedelissimi, e quel progetto di assemblea costituente rispetto al quale si è detto piuttosto intenzionato a “estinguere” il Movimento. Dal canto suo, il leader M5S si assume la responsabilità della sconfitta e a chi gli chiede della sua leadership ribadisce: “Le leadership sono sempre in discussione nel momento in cui non c’è consenso” e “noi stiamo facendo un’assemblea costituente e come sapete discutiamo di tutto”. Conte quindi tira dritto: il processo costituente va avanti e, per quanto riguarda le alleanze, il no a Renzi resta, più netto che mai. Non ci si può fermare a leccarsi le ferite, tanto meno pensare troppo allo sconfortante 4,56% registrato ieri. L’astensionismo è di certo un problema – è il ragionamento all’interno del Movimento – e per questo serve un progetto credibile e lavorare pancia a terra sui contenuti, anche in vista delle regionali di Emilia Romagna e Umbria, fissate per il 17 e 18 novembre.
Non a caso, il giorno dopo la serataccia ligure, l’ex premier raduna i parlamentari M5S per fare il punto sulla contromanovra, mentre proseguono i lavori in vista della costituente. Niente lacrime sul latte versato è la linea, anche se qualche parlamentare in Transatlantico un pensiero a quanto successo ieri lo fa e il commento piuttosto stizzito è al “brindisi a distanza che avranno fatto Grillo e Renzi, dopo il sabotaggio del Movimento”. “Con Renzi in Liguria i voti sarebbero stati ancora meno – scrive il vicecapogruppo alla Camera, Agostino Santillo – E in ogni caso governare con lui significa instabilità e inaffidabilità assoluta”. Però non mancano voci critiche all’interno del partito. Duro è l’ex ministro e componente del collegio dei probiviri M5S, Danilo Toninelli che, dopo la frecciata mattutina arrivata dal fondatore del Movimento, rincara la dose: “Grillo ha fatto benissimo a non andare a votare, perché in Liguria il Movimento 5 stelle non c’era, ma c’era il partito di Conte”.
“I candidati non sono stati votati dagli iscritti – aggiunge -, ma scelti da Conte e non è stato fatto un contratto di governo, che unisse sui temi gli alleati del cosiddetto campo progressista, ma si è scelto di farne parte sulla base di una scelta di Conte. Quindi non ha perso il Movimento 5 stelle, ma ha perso Giuseppe Conte”. Pronta la replica della vicepresidente Paola Taverna: “Questa non era la lista di Conte, ma del M5S. E se oggi abbiamo il 4,5%, probabilmente, dipende anche da una guerra interna che sta facendo molto male al Movimento”. Certo è che preoccupazioni, e con buona probabilità più di un malumore, nel Movimento non mancano, tant’è vero che la vicepresidente del Senato Mariolina Castellone scrive in una lettera all’Huffington Post che “la guerra Conte-Grillo non giova a nessuno”, invitando a “fermarsi e ripartire dalla nostra storia”. Mentre la senatrice Barbara Guidolin commenta il voto in Liguria così: “Percentuali tanto basse sono una conseguenza dell’incapacità del M5S di oggi di interpretare le esigenze del Paese, aggiornandosi senza rinnegare il passato. Ci siamo adattati a vecchi schemi politici seguendo soprattutto il principio della sopravvivenza e dei personalismi”. E a chi, in risposta, offre il processo costituente, risponde: “Certo, ma se alla fine si rivelasse solo uno strumento per cambiare le regole fondative sarebbe l’ennesima batosta”.