Non usate una povera ragazza morta, di cui nulla v’importa, come cadavere da gettare tra i piedi del vostro nemico politico, antropologico, esistenziale senza del quale neppure esistereste, ma il cui imperdonabile torto è di non decidersi a finire anche lui stecchito per il giubilo di tutti.
Due sono le notizie certe. Il resto sono punti interrogativi miscelati come acido da spalmare in faccia al vecchio arnese di Arcore. Le cose sicure sono: il decesso tra atroci dolori di Imane Fadil; lo sciacallaggio mediatico che morde il corpo della ragazza e lo sputa sulla reputazione di Berlusconi. Ovvio: tutti capiscono che sarebbe assurdo sospettarlo di omicidio, proprio per il banale principio dell’ a-chi-giova. Poi però lo si incastra con l’ esagerato numero di coincidenze. Scrive ad esempio Marco Travaglio: «Il cui prodest, una volta tanto, allontana i sospetti da B., che tutto poteva augurarsi fuorché il ritorno dei bunga bunga sui giornaloni, che li avevano rimossi per riabilitarlo… Ma i vari ambienti criminali, italiani e internazionali, che circondano B. autorizzano i soliti sospetti di eccessi di zelo, favori non richiesti o messaggi ricattatori». Repubblica idem, Massimo Giannini non sta nella pelle per la gioia: ovviamente cita Karl Marx, e «il morto che afferra il vivo… (Imane Fadil) fatalmente risucchia» Silvio Berlusconi. Avete letto bene: l’ azzimato e elegante Giannini sulla prima pagina, accanto al nume Eugenio Scalfari, scrive di una ragazza morta che «risucchia» un signore di 83 anni che le ha rovinato la vita. Trattasi di linciaggio insieme allegro e macabro. Rancore che usa le tenaglie verbali al riparo dalle querele, perché l’ ambiguità aiuta a nascondere la mano e a ferire lo stesso.(…)
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