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Poliziotti cinesi terrorizzano l’Italia, la “manina” di Gentiloni dietro lo scandalo

Claudia Osmetti 07 dicembre 2022

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Poliziotti cinesi terrorizzano l’Italia, la “manina” di Gentiloni dietro lo scandalo

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Il primato è nostro, ma c’è poco da andarne fieri. Negli ultimi due anni e mezzo la Cina ha aperto 102 “stazioni di polizia” (le virgolette sono d’obbligo perché l’operazione, messa in questa termini, è tutto fuorché legittima) in almeno 53 Stati: da noi ne ha piazzate ben 11 e non c’è altro Paese, in Europa o in America o in Africa, che ne abbia avute così tante. Lo dicono gli spagnoli dell’Ong Safeguard Defenders che di certo non ce l’hanno coi cinesi, ma che neanche vedono di buon occhio il regime di Pechino. Il punto è che quelle “stazioni di polizia” sono partite ufficialmente come centri per garantire assistenza amministrativa a chi si trovava fuori dai confini del Dragone, ma sono diventate (spiegano dall’Ong) uno strumento per sorvegliare, perseguire e, in alcuni casi, pure rimpatriare esuli e dissidenti, facendosi sponda con accordi bilaterali e, in sostanza, con l’indifferenza dei governi occidentali che, siglata la convenzione e fatta la foto di rito, manco se lo sono ricordato più, di aver autorizzato il progetto.

METODI “CLASSICI”
Prendi l’Italia. Cioè prendi il nostro caso. Ad aprire le danze è stato il dem Paolo Gentiloni, e prima della pandemia: correva l’anno 2015, era il governo Renzi e lui faceva il ministro degli Esteri. Sottoscrisse una cooperazione internazionale con Il 27 aprile 2015 l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni firma quattro accordi con Pechino, un memorandum per pattugliamenti (finiti nel 2020 con la pandemia) presentato a Roma e Milano dal ministro dell’Interno Alfa no nel 2016. Obiettivi: «lotta al terrorismo, al crimine organizzato internazionale, all’immigrazione illegale e al traffico di esseri umani». Secondo la ong spagnola Safeguard Defenders, i “commissariati” cinesi sparsi per il mondo sono oltre 100, dei quali 11 in Italia. Wang Yi (il suo corrispettivo cinese) nel quale spiccava un memorandum per il «pattugliamento congiunto delle due polizie» e poi arrivederci.

L’anno dopo (nel 2016) Angelino Alfano presentò le prime squadre a Roma e a Milano e, d’accordo, nel 2020 l’operazione venne formalmente sospesa causa virus dei virus, ma intanto (continua l’Ong spagnola nel suo report) la miccia si era accesa e il modello ha iniziato a replicarsi. Un po’ qui e un po’ là. In Olanda, in Germania, in Canada, in Brasile, in Croazia, in Serbia. A Firenze, a Bolzano, a Venezia, in Sicilia. L’ultima “stazione di polizia cinese” a Prato ha chiuso i battenti sommersa dalle polemiche a fine ottobre: loro, i cinesi dell’Associazione culturale di Fujian in Italia, hanno giurato e spergiurato che con la ricerca dei dissidenti non avevano nulla a che vedere, che si limitavano a dare supporto a chi non sapeva come muoversi in uno Paese diverso dal proprio, ma ne è venuto fuori un caso politico che la metà basta. Laura Hart, che dirige la campagna di Safeguard Defenders, sostiene che il metodo utilizzato sia sempre lo stesso: «Inizialmente telefonate, poi minacce ai parenti rimasti in Cina, infine l’impiego di agenti sotto copertura all’estero che possono arrivare anche a pratiche di adescamento e rapimento».

FORZATO
Ci sarebbe anche un caso accertato di rientro “intimato” senza passare dal canale (questo sì, legale) dell’estradizione: un operaio cinese accusato, a Pechino, di appropriazione indebita ma residente in Italia, dopo le “pressioni” subite avrebbe deciso di fare rientro nel suo Paese e da allora se ne sarebbero perse le tracce. Il ministero degli Esteri cinese smentisce: «Usare questo come pretesto per diffamare la Cina è inaccettabile», spiega una nota ufficiale, ribadendo che le “stazioni” servono solo come «hub amministrativi». Ma l’Ong spagnola è di diverso avviso.

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