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BRANDINE SEPARATE PER AFRICANI. LORO PROTESTANO: “VOGLIAMO DORMIRE CON LE UCRAINE”

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Il comunismo ha fatto infinitamente meno danni del consumismo. E’ evidente. E’ come se avesse cristallizzato le società dell’Europa orientale al 1950. Loro si comportano come noi prima del ‘grande lavaggio del cervello’.

Un’ulteriore prova è quanto sta avvenendo con l’accoglienza degli ucraini in Polonia e altri Paesi dell’Europa orientale.

E dal delirante commento dei nostri media che, invece, vogliono mischiare immigrati afroislamici con i veri profughi.

Al centro di primissima accoglienza di Hrubieszòw i rifugiati non europei stazionano in un settore dedicato. Il centro sportivo nella cittadina polacca a pochi chilometri dal confine con l’Ucraina, a Sud-Est di Lublino, ospita circa 150 profughi ucraini, in maggioranza donne e bambini. Qui il tappeto di brandine è intervallato solo da alcuni cartelli di legno con scritto il nome delle maggiori città polacche, e non solo. I profughi che arrivano vengono sistemati in base alla loro destinazione. Cracovia e Varsavia i settori più ampi, ma anche Lublino, Danzica, Katowice. Solo la popolazione di Varsavia è aumentata del 17% per l’arrivo di circa 300mila profughi: ormai sono più di 2 milioni le persone entrate in Polonia nelle ultime tre settimane. “Lì in fondo, invece, il settore alla fine della stanza è per chi deve andare in Germania” dice uno dei coordinatori. Sono in tanti.

Le porte da calcio sono state spostate per fare spazio. Dentro ci stanno almeno tre brandine. Non ci si può sedere sulle gradinate. Lì c’è tutto quello che è stato fornito o donato: vestiti, scarpe, coperte e sacchi a pelo. Nel punto più alto, oltre l’ultima fila di spalti, c’è la zona dedicata alle “people of colour”, spiega Oskar Krason, coordinatore del settore che indossa una pettorina arancione con su scritto “POC Coordinator”. Qui dormono le persone di origine africana, medio-orientale o asiatica che si trovavano in Ucraina quando i russi hanno varcato i confini. “Alcuni hanno anche il passaporto ucraino, ma fanno comunque più fatica degli altri” spiega.

Spesso i cittadini che arrivano pronti a dare un passaggio ai profughi ucraini “non sono altrettanto disposti a trasportare chi non è ucraino” continua Oskar. Per questo c’è bisogno di un gruppo di volontari dedicato, che organizza spostamenti contattando ambasciate e richiedendo permessi.

Misure polacche – In mancanza di qualche tipo di visto o permesso di soggiorno, la Polonia permette alle persone in fuga dall’Ucraina di entrare nel Paese e muoversi liberamente per quindici giorni prima di regolarizzare la loro posizione. “Le regole che il governo polacco ha messo in atto si riferiscono principalmente ai cittadini ucraini”, dice una fonte vicina all’ambasciata del Bangladesh in Polonia. L’ultima misura, firmata dal presidente polacco Andrzej Duda la scorsa settimana, infatti permette ai cittadini ucraini di legalizzare il loro soggiorno per 18 mesi, anche attraverso la facilitazione del processo per richiedere il numero di sicurezza nazionale, per lavorare e accedere ai servizi pubblici. Per chi non è cittadino ucraino, invece, il futuro è ancora più incerto.

Rappresentanti di diverse ambasciate straniere sono presenti al confine dall’inizio della guerra, il 24 febbraio scorso, con l’obiettivo di prevenire potenziali problemi che possono sorgere per i membri delle minoranze. “All’inizio c’erano sicuramente difficoltà di comprensione, gli stranieri erano spesso confusi anche a causa della barriera linguistica” prosegue la fonte. I non ucraini non venivano ammessi al centro di accoglienza, nonostante le guardie di frontiera polacche spiegassero che tutti ne avevano diritto. “Due persone di colore sono state rifiutate al centro di accoglienza a Medyka, per fortuna c’erano i rappresentanti delle loro ambasciate” spiega. Il motivo è ben sintetizzato da una sola frase: “Sono immigrati, non rifugiati” come è stato detto loro all’ingresso del centro.

Visto poi che molti ucraini, soprattutto in cerca di lavoro, sono emigrati in Polonia negli ultimi anni (presenza stimata di 1,3 milioni nel 2016), le guardie di frontiera polacche faticano a credere che ci possano essere migranti economici a Kiev. In realtà, l’Ucraina registrava la presenza di circa 76mila studenti stranieri nel 2020, per lo più provenienti da Medio Oriente, Asia e Nord Africa. Alla frontiera, alcuni hanno riferito di essere stati picchiati dalle guardie ucraine mentre cercavano di fare pressioni per attraversare il confine, quando invece venivano trattenuti più a lungo degli altri sul lato ucraino. “Non c’è modo di verificare queste informazioni, ma è una storia raccontata da più persone”, riferisce ancora la fonte vicina all’ambasciata del Bangladesh.

Una volta in salvo molti studenti vogliono tornare nei loro paesi di origine, mentre lo scenario è diverso per i migranti economici. “Sono scioccati perché semplicemente non sanno cosa fare”, prosegue. Per questo motivo le ambasciate li mettono in contatto con le comunità di connazionali in Polonia che possono aiutarli a orientarsi o ricominciare.

Poiché la maggior parte delle persone di colore in Ucraina sono uomini, le guardie di frontiera preferiscono far entrare prima le donne e i bambini. “Se devo trovare una spiegazione, questo può essere un motivo per cui aspettano più a lungo prima di attraversare il confine”, dice Kateryna Hlova, studentessa ucraina all’Università di Bologna, al momento volontaria al centro di Hrubieszòw. “Ma non significa che questo sia giusto”. La grande mobilitazione dei cittadini che di propria iniziativa vanno alla frontiera per dare un passaggio a chi ne ha bisogno si aggiunge agli sforzi delle compagnie di autobus, ai trasporti pubblici gratuiti e ai viaggi organizzati dalle ong. Ma spesso gli autisti vogliono avere l’ultima parola su chi aiutare. “È successo con una famiglia dei Paesi Bassi, potevano ospitare sei persone e qui al centro c’era proprio una famiglia siriana di sei persone. Ma hanno subito fatto riferimento a un campo di profughi siriani nella loro città, così ho capito che volevano portare con loro solo ucraini” dice Kateryna.

Quello del destino delle minoranze che fuggono dall’Ucraina diventa un vero e proprio dilemma etico che affligge anche i molti giovani venuti a dare una mano. Come Piotr Glowacki, studente di sociologia che racconta di come con un gruppo Facebook mette in contatto domanda e offerta, ovvero rifugiati che hanno bisogno di un alloggio con chi può offrirlo. “Non mi è ancora capitato, ma che succede se portiamo ad uno degli alloggi disponibili un rifugiato che arriva dall’Ucraina ma che ucraino non è? Dovrei avvisare chi ha messo a disposizione l’alloggio che arriveremo con un afghano, siriano, iracheno o persona di colore?” si chiede. “In teoria no – si risponde – ma poi che dovrei fare se questo ci chiude la porta in faccia? Sarebbe un ulteriore trauma per la persona in difficoltà”.

Sei un nordafricano che si trovava in Ucraina? Torni in Nordafrica. E non dormi dove dormono donne e bambini ucraini. E’ la normalità. Quella che noi abbiamo disperso in decenni di consumismo che ci ha consumato il cervello più che il portafoglio.

Basta guardare le pubblicità che cercano di normalizzare l’anormalità. Credete che lo facciano perché c’è una convenienza economica? Ovviamente no, nessuno compra una cosa perché è pubblicizzata da una coppia mista: c’è un piano generale di normalizzazione e accettazione da parte della popolazione attraverso un massiccio bombardamento mediatico.

E dietro non ci sono gli Stati. C’è qualcos’altro.

Il paradosso è che nei Paesi dell’Est stanno combattendo per entrare nel mondo che li renderà diversi da come sono oggi. Per una sorta di comprensibile fobia verso la Russia sono pronti a tagliarsi le palle e offrirle all’altare di Moloch.

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