solo scemi o peggio ?

Gas, in Italia 752 pozzi inattivi: essere dipendenti dalla Russia di Putin è una scelta politica

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Mirko Molteni 15 marzo 2022

Un mare di gas sotto il territorio italiano non sfruttato per motivi burocratici. È la ridicola condizione del nostro Paese nel mezzo della crisi globale dovuta alle sanzioni alla Russia per l’invasione dell’Ucraina, che sta condizionando la vita economica delle famiglie e delle aziende, specie quelle le cui produzioni dipendono da grandi fonti di calore, come le produzioni ceramiche, metallurgiche o vetrarie. In tutta Italia, sulla terraferma e in mare, sono stati censiti a tutt’oggi 1.298 pozzi di estrazione metanifera, fra grandi e piccoli, dei quali ben 752 sono catalogati “inattivi” benché siano tutt’altro che esauriti. Nel solo Adriatico le piattaforme di trivellazione marina estraevano nel 2000 circa 17 miliardi di metri cubi all’anno, crollati del 95% nel giro di vent’anni fino ad arrivare nel 2021 a soli 800 milioni. Complessivamente, l’Italia è ferma a 3,3 miliardi di metri cubi annui di propria estrazione, solo il 6% dei consumi nazionali, nonostante gli esperti concordino su un potenziale di 10 volte tanto, ovvero 30 miliardi di metri cubi annui. Gli italiani potrebbero contare, più o meno, per metà del fabbisogno di metano su pozzi nazionali. Il vantaggio sarebbe anzitutto strategico, perché il nostro paese dipenderebbe assai meno da Russia, Libia, Algeria, Azerbaijian. Geopolitica a parte, ne guadagnerebbe il portafoglio del cittadino.




I COSTI – l gas nazionale costerebbe infatti 5 centesimi a metro cubo, anziché i 70 centesimi di quello importato. Il paradosso è stato illustrato da un’inchiesta televisiva del noto programma Fuori dal coro, condotto da Mario Giordano su Rete 4. Il suo inviato Tommaso Mattei s’è recato in barca al largo delle Marche, per constatare la triste condizione del parco metanifero nazionale, tecnicamente valido, ma a cui normative e carenze autorizzative tarpano le ali. All’altezza di San Benedetto del Tronto, c’è la piattaforma Fabrizia, definita “pozzo produttivo, non erogante”. Tradotto, di gas sotto il fondo marino ce n’è a iosa, ma la piattaforma non può estrarlo, rimanendo dormiente e rischiando peraltro di deteriorarsi inutilmente a causa della salsedine e degli agenti atmosferici. Nella stessa area, la piattaforma “Davide” è pure inattiva, pur avendo sotto di sé ben 4 pozzi, che salgono a 6 nel caso dell’impianto Pennina. Nel profondo Sud, nel canale di Sicilia, ENI sta investendo sui campi metaniferi Argo e Cassiopea, che avrebbero un potenziale, solo essi, di almeno 1 miliardo di metri cubi annui. Tuttavia, come ha confermato a Fuori dal Coro, l’amministratore delegato di DG Impianti-Assomineraria, Michelangelo Tortorella, «aumentare l’estrazione è possibile, ma come tempo necessario parliamo di mesi, il problema è che non abbiamo il sostegno autorizzativo».

Mancano insomma le autorizzazioni, la carta bollata. Un grosso scoglio è stato costituito dal ritardo accumulato dal cosiddetto Pitesai, ovvero il “Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee”, creato nel 2018 dal primo governo Conte. Ma c’è stata anche la moratoria del 2019 su nuove prospezioni ed estrazioni, dovuta anche a preoccupazioni come quella sulla potenziale “subsidenza”, ovvero dissesti nel fondo marino dell’Alto Adriatico tali da far lentamente affondare Venezia. Solo lo scorso 11 febbraio 2022, il Pitesai ha pubblicato la mappa aggiornata delle aree del territorio italiano in cui sarà autorizzata di nuovo l’estrazione di metano, per un totale di 26.000 chilometri quadrati sulla terraferma e 91.000 chilometri quadrati di superfici marine. Eppure nelle ultime settimane il piano del Pitesai è stato già attaccato e impugnato dalle associazioni ecologiste, che vedono il metano come uno dei peggiori gas serra, senza considerare che, dopotutto, fra tutti i combustibili fossili è il più pulito.

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