cerebrolesi veramente scemi

IN EVIDENZAHot

CoronavirusLa guerra in UcrainaIl nodo GiustiziaOverIl nuovo ilGiornale.it

La minoranza che vuole imporre lo schwa: “Distrugge l’italiano”

17 Febbraio 2022 – 07:36

“Chi difende lo schwa sa benissimo che è impossibile applicarlo sistematicamente. Se lo si facesse, staremmo parlando di una lingua che non è più quella italiana”. Parola di Massimo Arcangeli, linguista e promotore della petizione contro l’uso dello “schwa”

Roberto Vivaldelli

29

La minoranza che vuole imporre lo schwa: "Distrugge l'italiano"

Da una parte linguisti, intellettuali, filosofi che vogliono difendere la lingua italiana, dall’altra una minoranza ideologizzata e “woke” che vorrebbe applicare in maniera indiscriminata e generalizzata lo “schwa” con l’alibi dell’inclusività, imponendo la propria visione del mondo a un’intera comunità. Si può riassumere così il dibattito che si sta consumando in questi giorni sull’uso dello schwa, – rappresentato da “ə”, che gli attivisti identitari vorrebbero introdurre al posto delle desinenze maschili e femminili per definire le identità non binarie – oggetto di una petizione diffusa su change.org che ha già superato le 21 mila firme, intitolata “Lo schwa (ə)? No, grazie. Pro lingua nostra”.

Sottoscritta da fior fiore di intellettuali e filosofi non certo di destra o conservatori come Massimo Cacciari, Alessandro Barbero, e Paolo Flores d’Arcais, da Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, ma anche da attrici note come Barbara De Rossi e da registe come Cristina Comencini, è stata promossa dal professor Massimo Arcangeli, linguista e scrittore, ordinario di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari. Una reazione del mondo accademico e dell’intellighenzia contro quella che appare una vera e propria imposizione, anche se i fautori dello schwa, dalla scrittrice gauche caviar Michela Murgia alla linguista Vera Gheno, negano quest’accusa e spiegano che si tratta solo di una proposta, di un “esperimento”. Per Murgia, infatti, come ha scritto in un tweet chiaramente allusivo, quella degli intellettuali anti-schwa è in poche parole “una petizione insensata, disperata, reazionaria e senza destinatario pretendendo che il mio gusto sia norma per tuttə”.

Il simbolo “inclusivo” finisce sui documenti istituzionali: “Inaccettabile”

Abbiamo raggiunto il docente e sociologo della comunicazione Massimo Arcangeli per approfondire il tema e capire perché sarebbe un grave errore sottovalutare l’introduzione dello schwa nella nostra lingua, come se nulla fosse. “Il problema principale dello schwa, ed è l’unico davvero rilevante, è che stiamo parlando di simboli che incidono in modo profondo nella struttura morfo-sintattica dell’italiano” spiega Arcangeli al Giornale.it. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso che ha convinto il professore a reagire e a promuovere la petizione è stata l’introduzione del simbolo “inclusivo” in alcuni documenti ufficiali. Nello specifico, lo “schwa” è stato impiegato di recente da una commissione di docenti in una procedura per il conseguimento dell’abilitazione scientifica nazionale alle funzioni di professore universitario di prima e seconda fascia. Un’offensiva intollerabile alla lingua italiana in un documento pubblico e ufficiale.

La cosa più grave, osserva, è che lo schwa è finito “in ben sei verbali prodotti da una commissione per l’abilitazione nazionale alla professione universitaria. E questo è inaccettabile”. Come sottolinea il noto linguista, parliamo di documenti pubblici, non di circolari interne, a disposizione di tutti. “Usi di questo tipo – sottolinea – ledono il principio di trasparenza e della sana comunicazione. Chi difende lo schwa sa benissimo che è impossibile applicarlo sistematicamente. Se lo si facesse, staremmo parlando di una lingua che non è più quella italiana. Perché non parliamo solo di desinenze legate ai nomi; i nomi si portano dietro i participi passati, gli aggettivi, gli articoli, le preposizioni articolate. È un terremoto vero e proprio”. Secondo Arcangeli, “ognuno può sperimentare la ingua che crede. Ma nel momento in cui questi simboli finiscono in atti pubblici che rendono, se si applicano in modo profondo, illeggibile il testo, allora questo non è tollerabile”.

“Prevale una visione ideologica”

Non era la prima volta, in realtà, che il simbolo dell’inclusione woke finiva in un documento ufficiale. Lo scorso aprile, ad esempio, il comune di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, ha cominciato a impiegare in alcune comunicazioni il simbolo fonetico oggetto della polemica di queste settimane. Anche se la prima a “sdoganare” l’uso dello schwa nella lingua italiana è stata forse la già citata Michela Murgia. In un articolo pubblicato lo scorso anno sull’Espresso intitolato Perché non basta essere Giorgia Meloni, ha fatto largo uso della e rovesciata per rendere neutre le desinenze, scatenando le polemiche sul web e sui social network. Tornando alla commissione universitaria, la cosa più grave, spiega sempre Arcangeli, “è che i commissari di cui parliamo hanno imposto la ‘regola’ sia a se stessi, sia ai candidati. Bisognerebbe dunque presupporre che siano tutti di identità non binaria. Non può essere ovviamente così. Quindi la generalizzazione coatta, gratuita e immotivata, rende ancora più surreale la questione. Se fossi dinanzi a una persona che si dichiara non binaria, troverei le forme per rivolgermi a lui o a lei, con il massimo rispetto. In ogni contesto, soprattutto di civiltà, è ciò si deve fare”.

Le argomentazioni del professor Arcangeli prendono in esame il lato “tecnico” e linguistico della questione. Non è un’opposizione a prescindere. Peccato che dall’altra parte della barricata gli argomenti siano davvero poveri e prevalga una visione politico/ideologica e si ignorino completamente le criticità. Esempio concreto? Avete mai provato a prounciare ad alta voce un testo condito di schwa? Flavia Fratello su Radio radicale ci ha già provato e l’esperimento non è andato a buon fine, per usare un eufemismo. Questioni che ai promotori sembrano non interessare, motivati da una spinta fortemente ideologica e identitaria. “Per me non è una questione ideologica – afferma – io parlo da tecnico, da linguista. Purtroppo, invece, sull’altro fronte non ci si rende del problema tecnico, o meglio, non lo si vuole far emergere, e quindi la questione diventa puramente ideologica, politica. È questa la cosa più paradossale”. Basterebbe un po’ di buon senso. Come spiega il professore, dopotutto, se ci si mettesse attorno a un tavolo e si valutassero gli effetti dell’uso sistematico dello schwa sulla lingua italiana tutti rinoscerebbero immeditamente che è impossibile da applicare. “Questo purtroppo non lo si vuole fare, proprio perché per questa minoranza la questione non è linguista, non è tecnica, ma è per l’appunto ideologica, e questi sono gli effetti. E infatti la qualità del dibattito di questi ultimi giorni sul tema non lo conferma. Un conto è argomentare, un altro è prendere tutto come se fosse una burla, o peggio” osserva.

Anche in Francia è battaglia sul “linguaggio inclusivo”

Un altro serio problema dello schwa e del suo uso sistematico, largamente sottovalutato dai suoi promotori, è che rischia di arrecare seri danni anche a carico di chi soffre di dislessia e di altre patologie neuroatipiche. Altro che simbolo inclusivo, dunque. “Su questo in Francia sono stati fatti degli studi molto puntuali” conferma il docente e scrittore. Sempre in Francia, “l’Académie françaisesi si è pronunciata contro i simboli inclusivi, tant’è che lo scorso anno il ministero della pubblica istruzione in una circolare ha vietato, tassativamente, questi simboli nei documenti prodotti dalla pubblica amministrazione. Per loro si parla perlopiù del punto mediano, più che dello schwa. Lo stesso è accaduto in Spagna”. A proposito della Francia, infatti, lo scorso 19 novembre, sulle colonne di questa testata vi abbiamo raccontato di come il pronome neutro “iel” – contrazione di “il” ( lui) e “elle” ( lei”), utilizzato dalle persone che si definiscono “non binarie” e che dunque non si riconoscono né nel genere maschile né in quello femminile – abbia fatto il suo ingresso nel Petit Robert, equivalente del nostro dizionario Garzanti. Il pronome neutro è stato introdotto perché, secondo Le Petit Robert, viene sempre più usato dai francesi e sta diventando una parola comune, scatenando le proteste deputato di En Marche François Jolivet e del ministro dell’Istruzione nazionale, Jean-Michel Blanquer, secondo il quale “la scrittura inclusiva non è il futuro della lingua francese”. A schierarsi contro l’introduzione del pronome neutro nel dizionario francese è stato anche lo scrittore e membro dell’académie française, Jean-Marie Rouart. Segno che il dibattito sulla scrittura inclusiva non coinvolge solo il nostro Paese ma tutto l’occidente, sempre più alle prese con le istanze identitarie.

“Una minoranza che pretende di imporre la sua visione”

I sostenitori dello schwa obiettano che la lingua è in continua evoluzione e l’inclusività passa necessariamente anche attraverso le regole della linguistica. Dunque da necessarie “forzature”. Dicono inoltre che la loro non è un’imposizione, ma una proposta. Per il professor Maurizio Decastri, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera e condiviso, fra gli altri, da Luca Sofri e da Michela Murgia, “non saranno alcuni intellettuali a fermare la vitalità della lingua”. Ma la domanda di fondo rimane la medesima: chi stabilisce che una lingua debba cambiare in un senso o in un altro? Una minoranza ideologica che pretende di avere ragione e di sovrastare una maggioranza che di schwa non ne vuole nemmeno sentir parlare? Come spiega Arcangeli, infatti, “un conto è accompagnare il processo di cambiamento anche con la crescita sociale, un altro è pretendere di applicare da un giorno all’altro simboli e segni che distruggono dall’interno la lingua”. Le lingue, osserva, “non cambiano per volontà di una minoranza, cambiano quando i parlanti e gli scriventi accettano e assimilano il cambiamento. Qui, tuttavia, stiamo parlando di una minoranza che pretende di imporre la sua visione su un’intera comunità nazionale con l’alibi dell’inclusività. Io non recederò di un millimetro”.

Altro aspetto paradossale di questa battaglia culturale è che i fautori dell’inclusività esortano a sostituire i pronomi personali “lui” e “lei” con “ləi”, e sostengono che le forme inclusive di “direttore” o “pittore, “autore” o “lettore” debbano essere “direttorə” e “pittorə”, autorə” e “lettorə”, sancendo di fatto la morte di “direttrice” e “pittrice”, “autrice” e “lettrice”. “Sono favorevole a sindaca e assessora – spiega – e questo è un altro motivo che mi ha spinto a lanciare la petizione. Lo schwa distrugge almeno un centinaio di femminili consolidati. Io faccio una battaglia da almeno un ventennio sulla femminilizzazione. Si dice sindaca e ministra e questo rischia di andare in malora solo perché qualcuno pensa che si debba applicare in maniera indiscriminata una forma inclusiva che cancella anche i femminili”. Follie del politicamente corretto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...