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“La donna non ha valore”: tutte le pratiche illegali legate all’islamismo

27 Giugno 2021 – 20:03

Non solo Saman Abbas: le donne sottoposte a pratiche illegali. L’antropologo della violenza: “Una cultura convinta che la donna non abbia valore”Francesca Bernasconi Rosa Scognamiglio0

Saman Abbas, Sana Cheema, Hina Saleem. Tutte donne, di origini pakistane, che vivevano in famiglie dove i valori culturali erano ben radicati, ma che avevano deciso di dire no ad alcune imposizioni.

Saman è scomparsa e probabilmente uccisa lo scorso 30 aprile da Novellara, in provincia di Reggio Emilia. Sana è stata strangolata nel 2018 e Hina uccisa dal padre e alcuni parenti nel 2006. Tutte e tre rifiutavano le nozze combinate dalla famiglia. Non solo. Adnkronos ricorda che nel 2017 a Bologna la madre di una 14enne originaria del Bangladesh le aveva rasato la testa perché non voleva portare il velo, mentre qualche anno prima, un pakistano aveva massacrato la moglie con una pietra, perché la donna aveva difeso la figlia, che non voleva sposare l’uomo scelto per lei dal padre.

Dal matrimonio combinato e l’obbligo di portare il velo, fino all’infibulazione e lo sfregio con l’acido. Sono i crimini legati all’Islam, che in alcune culture vengono riservati alle donne: “Questa tipologia di condotte violente e illegali spesso non hanno una matrice religiosa bensì culturale – spiega IlGiornale.it Simone Borile, antropologo della violenza, criminologo e direttore del Campus Ciels di Padova, Brescia e Roma – Sono processi culturali che si sono adattati nel tempo, consolidati e spesso evoluti in modo distorto”.

L’obbligo del velo

“Giù le mani dal mio velo”, recita il recente slogan di protesta lanciato dalle donne musulmane contro una proposta del senato francese che impone il divieto di indossare l’hijab (uno dei tradizionali copricapi islamici) per le ragazze di età inferiore ai 18 anni, nei luoghi pubblici. Promotrice della contestazione, trasformatasi in una sorta di crociata social, è stata la modella somalo-norvegese Rawdah Mohamed, che su Instagram ha detto di voler combattere “stereotipi profondamente radicati contro le donne musulmane”. Una causa indubbiamente lodevole ma che, per certo, non riflette la totalità della condizione vessatoria a cui sono costrette centinaia di donne tra Afaghistan, Iran e Pakistan. E per avere piena contezza del fenomeno, non occorre fare un balzo indietro nei secoli.

Lo scorso marzo il primo ministro pakistano Imran Khan ha dichiarato che l’incremento dei casi di abusi sessuali è il risultato di una “crescente oscenità” condannando la svolta “libertina” delle donne. Intervenuto in diretta in una trasmissione sulla rete nazionale pakistana – riferisce un articolo della Bbc – Khan ha suggerito alle proprie connazionali di indossare il velo. “Se la nostra religione impone di indossare il velo, c’è un motivo. E il motivo è salvaguardare la famiglia e proteggere la società. Non tutti hanno forza di volontà per non cedere alle tentazioni”, ha affermato il leader di Movimento per la Giustizia del Pakistan.

“Molte culture prevedono che il ruolo sociale della donna sia subordinato al potere e al dominio dell’uomo su di essa – spiega l’antropologo Simone Borile – Trattandosi quindi di una proprietà esclusiva all’interno di contesti culturali fortemente patriarcalizzati in cui socialmente, culturalmente e giuridicamente la posizione della donna è fortemente compromessa, l’obbligo del velo sancisce l’esclusiva proprietà del marito su quel corpo e soprattutto la obbliga a una condizione oscurantista e invisibile all’interno della società”.

Da simbolo di ossequio e devozione nei confronti del profeta Maometto a contrassegno della condizione di subalternità della donna nei confronti dell’uomo. “Il velo rappresenta un ossequio al profeta Maometto – continua l’esperto – la donna che lo indossa è portatrice di valori di rispetto e dedizione nei confronti della tradizione islamica. Un sacrificio che ricompenserà in futuro. Non portarlo significa violare codici culturali e comportamentali. In tal caso l’uomo potrà essere legittimato a esercitare forme correttive e violente sulla donna che decida di non indossarlo”.

“Un sacrificio che ricompenserà in futuro”: posto che ve ne sia uno. L’11 agosto del 2006 Hina Saleem, una ragazza di origini pakistane residente a Zanano di Sarezzo nel Bresciano, è stata uccisa dai suoi parenti “perché rifiutava di indossare il velo”. Lo stesso drammatico destino che potrebbe aver travolto Saman Abbas, colpevole senza peccato di aver inseguito la libertà.“Senza velo”: le ultime immagini di Saman viva

Il matrimonio combinato

“Chiunque, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile è punito con la reclusione da 1 a 5 anni”. Recita così la legge introdotta in Italia nel 2019 e denominata Codice Rosso, che specifica l’illegalità dei matrimoni forzati. L’intervento legislativo, spiega il Ministero dell’Interno in un recente rapporto, si è reso necessario per “scongiurare pratiche che, sebbene apparentemente anacronistiche, hanno invece dimostrato di avere una certa diffusione. Per questo il legislatore ha voluto creare una tutela particolarmente rafforzata in favore dei soggetti vulnerabili coinvolti”. In Italia, i dati del Ministero dell’Interno, indicano 32 procedimenti aperti per il reato di costrizione o induzione al matrimonio tra il 1° agosto 2010 e il 31 luglio 2020. Tra questi solamente in 3 casi è stata esercitata l’azione penale. Ma la costrizione alle nozze è un fenomeno diffuso in tutto il mondo e riguarda spesso anche spose bambine. Secondo il rapporto stilato nel 2020 dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), sarebbero 33mila i matrimoni precoci celebrati ogni giorno nel mondo e sono 650 milioni le donne e le ragazze obbligate a sposarsi da bambine. “Di tutte le pratiche dannose che Unfpa si impegna a far cessare – si legge nel rapporto -il matrimonio precoce è la più diffusa, ogni anno mette a rischio i diritti e il futuro di 12 milioni di bambine e ragazze”.

“Purtroppo è un retaggio di una cultura patriarcale fortemente diffusa – ha spiegato Simone Borile – È impensabile che una donna possa sottrarsi al volere delle famiglia poiché, in queste culture, essa non gode né di diritti né di autonomia decisionale”. Le ragazze quindi non possono scegliere in autonomia chi sposare, ma devono sottostare alle decisioni della famiglia. Non solo: “Combinare un matrimonio in giovane età produce conseguenze psico–sociali e fisiche drammatiche sulla bambina: abbandono dagli affetti famigliari, interruzione del percorso scolastico, gravidanze plurime e precoci, percosse e violenze intrafamiliari. La giovane donna non può sottrarsi né al volere del padre né a quello di suo marito”. Negli ultimi anni sono diverse le storie di ragazze che hanno rifiutato di sposare gli uomini scelti per loro dalla famiglia. Le conseguenze in questi casi, spiega l’esperto, “sarebbero drammatiche”. Le ragazze possono venire lapidate. La lapidazione è infatti una delle punizioni per chi va contro i valori imposti dalla famiglia: “Nel nostro Corano c’è scritto che se una smette di essere musulmano, deve essere sepolta viva con la testa fuori dalla terra e poi uccisa con lancio di sassi contro la testa”, ha rivelato il fratello di Saman Abbas. Ma non ci sono solo nozze forzate e obbligo di portare il velo tra le imposizioni di alcune famiglie: “Matrimoni combinati in giovane età e infibulazioni sono di sicuro le pratiche più frequenti e in Italia sono considerate condotte penalmente rilevabili”, ha specificato Borile.Le “Saman” d’Italia sono più di duemila l’anno. Le nozze combinate business gestito da donne

L’infibulazione

“Nel solo 2020 sono ancora 4,1 milioni le donne e le bambine che rischiano” di subire le mutilazioni genitali (MGF). A rivelarlo è il rapporto di Unfpa, che affronta le pratiche dannose che “rappresentano una violazione dei diritti umani” e che sono diffuse in tutto il mondo. I dati del report rivelano che sono “circa 200 milioni” le donne e le ragazze che sono state sottoposte a forme di mutilazione genitale. Tra queste c’è l’infibulazione. “È una pratica ritualistica che prevede l’asportazione totale o parziale dell’organo genitale femminile”, prosegue Simone Borile. Ma perché si ricorre a questa pratica? “Per alcune culture – aggiunge l’esperto – diventa un obbligo per le giovani bambine sottoporsi a tali sofferenze poiché è diffusa la credenza che il corpo della donna sia imperfetto e che l’infibulazione rappresenti un passaggio obbligatorio per abbellire, perfezionare il corpo femminile. Una modificazione corporea necessaria per favorire poi una integrazione all’interno della comunità contraendo matrimonio e onorando il nucleo familiare”. L’idea di base di alcune culture, spiega l’esperto, è che “donna non si nasce, ma si diventa attraverso l’infibulazione”. Borile, inoltre, spiega che secondo alcune credenze locali che supportano la pratica di asportazione del clitoride, “se un bambino dovesse nascere toccando il clitoride con la testa, sarà destinato a una morte veloce per decapitazione”, mentre altre “ritengono che se il pene maschile dovesse entrare in contatto con il clitoride della donna, questo potrebbe provocare all’infertilità”. Alcune culture inoltre, specifica ancora l’antropologo, “conservano e attuano le proprie pratiche attestando in tal modo l’onore e l’appartenenza alla cultura di origine. Rappresenta un rituale irrinunciabile e obbligato”.Stranieri giustificano l’orrore: “Mutilate così non fan sesso”

Le mutazioni genitali femminili possono portare a danni fisici e psicologici importanti. Tra queste, spiega il rapporto Unfpa, ci sono “rapporti sessuali dolorosi, infezioni, cisti e sterilità”, oltre al maggiore rischio di contrarre Hiv e di avere complicazioni durante il parto. “Inoltre – si legge nel testo – possono portare a depressione, incubi ricorrenti, attacchi di panico e stress post-traumatico”. L’infibulazione, così come altre pratiche, è “illegale, quindi realizzata clandestinamente”. Per questo motivo, continua Borile, “vi è un numero oscuro elevatissimo e determinarne le statistiche è assai complesso”. In molti casi, spiega l’esperto, queste pratiche “sono di natura violenta (la memoria del dolore è fondamentale nei riti di passaggio e di inclusione) e prevedono una modificazione corporea”. Si tratta, anche in questo caso, di atti illegali: “Il nostro codice penale sanziona chiaramente chiunque arrechi danno fisico e leda l’integrità fisica ad altro soggetto”.

Lo sfregio con l’acido

Mutilate, abusate, vessate: sfregiate con l’acido. Sono migliaia, e forse anche di più, le donne islamiche che ogni giorno sono vittime di quello che viene definito “vitriolage” (letteralmente “trattamento con vetriolo”). Una pratica ancestrale, ampiamente diffusa nelle regioni islamiche del Medio Oriente, che attenta non solo al corpo femminile, deturpando in modo irreversibile il volto e gli arti, ma che strazia l’anima nel profondo.

Secondo una statistica diffusa dall’associazione Acid Sourvivor Foundation (Asf), tra il 2007 e il 2018 in Pakistan ben 1485 donne sono state aggredite con sostanze corrosive. Nel 2020, anno dell’ultima rilevazione, sono stati registrati 80 casi di attacchi con l’acido, circa il 50% in più rispetto a quello precedente. La pena per questo genere di reato, introdotta soltanto nel 2011, prevede dai 14 ai 30 anni reclusione oltre a una multa di 1 milione di rupie. Ciononostante questo scempio aberrante continua a perpetuarsi.

“Bisogna centrare il punto – spiega l’antropologo – Chi e cosa rappresenta la donna in queste culture? Arrivare a compromettere irrimediabilmente l’immagine e il corpo di una donna, provocandone indicibili sofferenze perpetue, è segno di una cultura convinta che la donna non abbia valore e qualsiasi sofferenze le venga inflitta sia giustificata e legittimata. Pensiamo alla pratica del ‘breast ironing’ molto diffusa nella regioni centrali e occidentali dell’Africa. Giovani adolescenti vengono sottoposte alla tradizione dell’appiattimento al seno attraverso bracieri ardenti, lame incandescenti e pietre roventi nella convinzione che questa pratica rallenti la crescita del seno, conservando in tal modo l’immagine della donna come figura prepuberale, lontana da attenzioni e facili adescamenti, che potrebbero condurre a matrimoni precoci, gravidanze indesiderate, interruzione degli studi e disonore alla famiglia”.

A marzo del 2012 Fakhra Younas, una danzatrice pakistana residente a Roma, si è tolta la vita dopo che il marito l’aveva sfregiata con l’acido nel 2002. “Sfregiare una donna con l’acido sottintende una precisa volontà distruttiva e diffamatoria – conclude l’esperto – Significa segnare un marchio visibile e indelebile di vergogna sul volto e comprometterne la sua futura esistenza sociale per sempre”.

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