talmente ottenebrati da negare persino la storia documentale:

L’insulto a don Angelo Tarticchio, il prete ucciso dai comunisti. Beppe Sala “censura” la targa

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Enrico Paoli 20 giugno 2021

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L’esercizio della memoria, quando l’ideologia continua a far velo (o si usa la burocrazia come scudo), non è cosa facile. E diventa ancor più difficile se di mezzo c’è un prete, Don Angelo Tarticchio, finito nelle Foibe per mano dei partigiani titini, comunisti. Perché non si può dire, non si può ricordare, non si può celebrare. Nemmeno a Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza. Segno che la memoria condivisa, invocata anche dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, è ancora di là da venire. Così accade che una targa dedicata al prelato, deliberata dal Municipio 2 (a guida di centrodestra), viene stoppata dal Comune, per un cavillo burocratico. Come se i martiri dovessero essere «vidimati» da qualcuno. Ma, soprattutto, guai a parlare di «comunisti jugoslavi di Tito».

«Il comitato “Milano è Memoria”, secondo il protocollo di Palazzo Marino, avrebbe dovuto avvallare la targa prima dell’affissione», spiega Samuele Piscina, presidente leghi sta del Municipio 2 che ha promosso l’iniziativa, «peccato che il suddetto comitato, come precisato in delibera, riguardi la memoria unicamente di Milano», spiega l’amministratore, «e quindi fatti o persone relativi alla nostra città e non sicuramente di un martire delle foibe vissuto e ucciso in Istria. Singolare è stata anche la richiesta informale, avanzata per vie traverse da un funzionario del Comune, di eliminare le parole infoibato dai comunisti jugoslavi di Tito dalla targa, per trovare una conciliazione, poi tramontata dalla continua opposizione comunale».

Nonostante l’assurda applicazione delle regole, o la voluta interpretazione politica, la cerimonia si è svolta ugualmente. Nei giardini di piazzale Salvatore Fari na si sono ritrovati i membri del Comitato Pro Monumento, appartenenti al Comitato provinciale dell’Associazione nazionale Venezia -Giulia -Dalmazia di Milano e i parenti di Don Angelo. Per loro la memoria non è solo un esercizio, ma un dolore. Che non si cancella. Glielo leggi negli occhi. La targa è stata scoperta, il tempo di ricordare e commemorare Don Tarticchio e quanti sono finiti nella follia titina, ed è stata nuovamente coperta con una scritta emblematica: «Targa censurata, in memoria di un martire delle Foibe». Difficile da comprendere, per loro, quasi impossibile da spiegare, per noi. Don Angelo Tarticchio, nato a Gallesano, svolgeva la funzione di parroco a Villa di Rovigno. Il 16 settembre 1943 fu prelevato dalla parrocchia dai partigiani titini, appoggiati dai partigiani comunisti italiani. Insieme ad altri trenta dei suoi parrocchiani, venne gettato nella cava di bauxite di Lindaro. Ai primi di ottobre i pompieri di Pola lo trovarono completamente nudo, con una corona di filo di ferro spinato calcata sulla testa e i genitali tagliati e conficcati in gola. L’esercizio della memoria non è cosa facile, ma necessario, doveroso. Soprattutto quando rivela l’ipocrisia delle ideologie.

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