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Laura Boldrini, l’affondo di Alessandro Giuli: “Stronz*** con femmine e maschi senza fare differenza. Quella voglia di far carriera…

Laura Boldrini

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Alessandro Giuli 24 marzo 2021

La verità è che Laura Boldrini è l’italiana che meglio applica la parità di genere: stronzeggia con femmine e maschi senza fare differenza alcuna. Lei è molto più avanti sia di noi cavernicoli analogici e patriarcali ancora convinti che alle donne, si tratti di una colf o d’una principessa, I tedeschi ce l’hanno con noi… Sai che novità. È passato sotto traccia, ripresa in apertura solo dal quotidiano il Tempo, il violentissimo attacco che il settimanale teutonico Der Spiegel ha sferrato contro Giuseppe Conte e Roberto Speranza per la loro gestione fallimentare della pandemia. La pubblicazione di Amburgo riporta la notizia dell’inchiesta aperta dalla Procura di Bergamo nella primavera scorsa, si debba quel sovrappiù di cura e rispetto cavalleresco; sia del branco delle sue colleghe stregate o angelicate.

E celebra così la dichiarazione dei diritti dell’uomo (e della donna!): sempre devota alla lettera immateriale ma a quanto pare approfittandosi dei bipedi in carne e ossa d’ogni sesso. La sublime realtà boldriniana svelata ieri da Selvaggia Lucarelli sul Fatto quotidiano, costellata di angherie inflitte a collaboratrici domestiche e assistenti politiche nella più completa incuranza verso le esigenze della maternità e degli appannaggi contributivi, rappresenta la giusta chiave con la quale leggere in controluce l’essenza della lotta di genere nell’epoca della sua morbosa serialità mediatica. Cosa c’è di più facile che servirsi della minorità femminile per avanzare nella propria carriera passeggiando sulle spoglie del maschio prevaricatore, salvo poi abbandonare per strada le credulone e godersi la vita da solitarie inquiline del privilegio? Prima d’incontrare in Selvaggia un’Erinni più spietata di lei, la nostra Laura su questo spartito ha costruito un’immagine apparentemente invincibile: dalla rivendicazione delle quote rosa alla rivolta corporale del #metoo passando per la denuncia quotidiana del maschilismo imperante anche a sinistra, non è trascorso un giorno senza che l’ex matriarca di Leu e poi del Pd, perdesse occasione per avanzare a passo di carica verso le vette istituzionali.

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Dall’agenzia dell’Onu per i rifugiati fino alla presidenza della Camera assunta nella precedente legislatura, un traguardo dovuto allo spirito del tempo e al tempo stesso il palcoscenico dal quale inondarci di sguardi colpevolizzanti e indignati. Memorabile, e per certi versi involontariamente profetico, fu al riguardo il suo discorso d’insediamento al vertice di Montecitorio nel 2013, quando la neopresidente intrattenne l’Aula sul concetto di «violenza travestita da amore» contro le donne, che appunto «non è una cosa che si risolve in casa, in silenzio: è una violazione dei diritti umani, non faccenda privata». Appena cinque anni dopo, sempre alla Camera, per celebrare con l’evento #InQuantoDonna la Giornata Mondiale contro la violenza di genere, la fiammante Boldrini avrebbe poi chiamato l’universo femminile alla sollevazione: «Noi donne siamo il 51 per cento della popolazione. E questo non significa qualcosa, secondo voi? Siamo la maggioranza, non una sparuta minoranza! Non ci possiamo sempre comportare da minoranza esigua!». Come a dire: donne tutto il mondo, unitevi all’insegna di un comunismo matriarcale passivo-aggressivo per trasformare finalmente il piagnucoloso sindacalismo femminista nel bastone del comando di una conclamata egemonia rosa.

In teoria non fa una piega ma nella pratica, a ben vedere, le bastonate più forti sono arrivate in testa alla moldava Lilia e all’italiana Roberta, vittime per contratto di una servitù pendolare per spicciarle casa e della schiavitù stanziale per gestire l’agenda politica o prenotare il coiffeur di Laura B., madonna addolorata in servizio cinico e permanente. C’è in tutto questo una formidabile astuzia della ragione, una nemesi impersonale che colpisce l’ipocrisia del virtuismo rovesciandolo nella sua limacciosa autenticità. Se già era lecito sospettare delle battaglie boldriniste tese a sostituire i termini “padre” e “madre” con l’astratta dizione di “genitore 1” e “genitore 2”, foss’ anche per il semplice fatto che obliterare la maternità equivale a un proditorio femminicidio culturale; e se già risultava quantomeno risibile il tentativo (apparentemente riuscito presso i parrucconi della Consulta) di negare ai figli il conferimento automatico del solo cognome paterno, per la semplicissima circostanza che anche il cognome materno ha invalicabili origini paterne; adesso, noi maschi selvatici e fuorilegge che in Costituzione scolpiremmo per le donne anche il diritto al sonno e all’orgasmo, possiamo dunque goderci l’atto conclusivo di una commedia che nemmeno Aristofane sarebbe riuscito a scrivere.

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Dopo tanto affaccendarsi per stabilire in pubblico il primato dell’eterno femminino, Madonna Laura, novella Lisistrata, s’ è smarrita coi suoi peccatucci nella notte in cui tutti i sessi sono grigi ed equivalenti, nell’illusione tutta privata di poterci campare a sbafo trasformandoli in “servitrice 1”, “servitrice 2” e via così lungo i sentieri della parità degenere.

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