senza spina dorsale:

Mauro Indelicato
8 OTTOBRE 2020

La marineria di Mazara del Vallo è una delle poche che resiste alla crisi del settore. Da anni la pesca anche in Sicilia appare in affanno: non solo poche entrate a fronte di tante spese, ma anche un fattore culturale che sta portando sempre più giovani a preferire altro piuttosto che stare per tante ore a bordo di un peschereccio. Nella cittadina trapanese invece la pesca va ben oltre l’aspetto lavorativo. Qui da decenni si riesce a mantenere la flotta più grande dell’isola, una delle più importanti del sud Italia. E tutto questo al prezzo di sacrifici e impegni quotidiani che vedono protagonisti tutti coloro che sono impegnati nell’indotto. Ecco, si pensi quindi, a fronte di tutto ciò, cosa possa voler significare per diciotto famiglie di marinai aspettare da più di un mese il ritorno dei propri cari dalla Libia. Lì dove i pescatori del Medinea e dell’Antartidei due pescherecci finiti nelle mani di Haftar lo scorso primo settembre, si trovano ancora in attesa di un fantomatico processo: “È chiaro che nessuno di noi sta bene”, ha dichiarato l’armatore in un’intervista rilasciata a Elena Barlozzari su IlGiornale.it. Per diretti interessati e per i più stretti familiari, ogni giorno che passa significa avere una sempre maggiore consapevolezza di essere finiti in un “gioco” internazionale molto più grande di loro.

Finiti nelle mani di Haftar nel momento sbagliato

Non è un mistero che i libici a servizio del generale della Cirenaica vogliano usare i diciotto marinai dei pescherecci italiani come pedine di scambio. Da settimane si fa riferimento alla richiesta, da parte di Haftar, di liberare quattro ragazzi libici detenuti in Italia con l’accusa di essere trafficanti per consentire ai marinai della marineria di Mazara di tornare a casa. Un vero e proprio baratto irricevibile e nemmeno preso in considerazione dalle nostre autorità. Ma il vero nodo è un altro: Haftar vorrebbe sfruttare il caso non tanto per ottenere la liberazione dei libici arrestati nel 2015, quanto invece per rilanciare il suo ruolo all’interno del dossier. Il leader dell’autoproclamato Libyan National Army è passato nel giro di pochi mesi dall’essere personaggio più importante a soggetto marinale del teatro libico. E quindi un ricatto diretto e preciso all’Italia non può che far tornare nuovamente a parlare di lui, oltre a costringere la nostra diplomazia a fare salti mortali per contrattare il rilascio dei marinai.https://tpc.googlesyndication.com/safeframe/1-0-37/html/container.html

Una circostanza che non poteva capitare in un momento tanto sbagliato. L’Italia ha provato a parlare con tutti i principali interlocutori di Haftar per venire a capo della vicenda. Dalla Russia all’Egitto, passando per gli Emirati Arabi Uniti. Il problema però è che anche questi alleati hanno mollato la presa sul generale: imprevedibile, sempre più isolato e quasi scavalcato dal ruolo politico di Aguila Saleh, presidente del parlamento di Tobruck, il generale è lontano anche da chi lo ha sostenuto in questi anni e le varie parti non seguono la stessa linea come avveniva fino a pochi mesi fa. L’Italia si è ritrovata quindi a contrattare con Haftar nel momento in cui quest’ultimo non ha più grandi interlocutori. Roma, ha scritto Nello Scavo su Avvenire riportando una fonte diplomatica, potrebbe affidarsi adesso solo a Parigi. Ma il prezzo da pagare in questo caso sarebbe molto alto.

Cosa rischia l’Italia

Haftar quindi è nella posizione di ricattare senza grandi alleati in grado di condurlo a più miti ragioni. Se per le diciotto famiglie che aspettano il rientro dei propri cari in Sicilia questo rappresenta motivo di ulteriore ansia, sotto il profilo politico per il nostro Paese i rischi sono molto elevati. Il fatto stesso che l’Italia non sia riuscita in più di un mese a risolvere una faccenda riguardante propri cittadini, sta donando all’estero un’immagine molto negativa. Roma sta recitando il ruolo di chi non è in grado di difendere i proprio interessi in Libia, Paese con il quale è legato da ragioni storiche, politiche ed economiche. Il fatto stesso di dover, con molta probabilità, ricorrere alla Francia per provare a dirimere il caso appare molto indicativo. A questo poi occorre aggiungere la magra figura a livello politico: fino a pochi mesi fa, il nostro governo vantava una posizione “equidistante” tra Tripoli e Bengasi in Libia in cui il dialogo con Haftar appariva come il fiore all’occhiello della nostra strategia nel Paese nordafricano. Dialogo di cui però, alla luce della crisi innescata dal sequestro dei pescatori, si è persa traccia.

Gli ultimi aggiornamenti sulla vicenda

Intanto da Bengasi si susseguono notizie e smentite sugli ultimi avvenimenti. Il caso dei due equipaggi italiani dovrebbe essere passato tra le mani della procura militare della più importante città della Cirenaica. Per loro a giorni dovrebbe iniziare un processo con l’accusa di ingresso non autorizzato in acque libiche. Non dovrebbe invece esserci l’accusa di contrabbando di sostanze stupefacenti, circostanza questa temuta nei giorni scorsi alla luce di alcune foto inviate da Bengasi che mostravano panetti di droga nelle vicinanze dei pescherecci sequestrati. Si sa inoltre, come rivelato dall’armatore, che i diciotto pescatori sono rinchiusi nel carcere di El Kuefia, sempre in Cirenaica. Sulla data di inizio del processo ancora poco è dato sapere.

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