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Vittorio Feltri: “Povera Azzolina, vi racconto una cosa sul sindacato”. Rovina d’Italia e padre di tutti i mali

Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale pubblicato ieri sul Corriere della Sera, ci ha informato che la sede del sindacato socialcomunista, cioè la Cgil, è nello stesso edificio del ministero della Pubblica Istruzione. Una vicinanza contaminante che giustifica un sospetto: la scuola è avvelenata dai tribuni del popolazzo, i quali a tutto pensano, specialmente agli affari propri, tranne che all’educazione. Dove arrivano i cosiddetti difensori dei lavoratori di ogni categoria non cresce più l’erba, altro che Attila. La povera ministra Lucia Azzolina, che di suo è già abbastanza stordita, è alle prese non soltanto con i problemi derivanti dal Covid, ma anche con le grane sindacali. E i risultati della sua opera, che ella ritiene miracolosa, non possono che essere pessimi, nei suoi panni chiunque creerebbe esclusivamente pasticci. Motivo per cui mi trattengo dal parlare male più di tanto della tenera responsabile del dicastero che si occupa dei nostri

La famosa Triplice nel nostro Paese spaesato ne ha combinate di tutti i colori a partire dagli anni Settanta, quando essa dominava nel mondo del lavoro provocando in Italia tensioni e violenze oggi inimmaginabili, per fortuna. La Fiat era l’epicentro di tutti gli scioperi divenuti rituali e ricorrenti. Praticamente ogni settimana scattava la protesta operaia coordinata dal fenomeno della Cgil. I salariati non si limitavano ad astenersi dal lavoro, causando gravi perdite alla fabbrica automobilistica, ma organizzavano, davanti ai cancelli della azienda, dei picchetti per impedire l’ingresso dei crumiri, violando la libertà di chi voleva recarsi alle catene di montaggio. Gli incidenti erano all’ordine del giorno, molti signori della manodopera ostili agli ordini dittatoriali del sindacato venivano malmenati allo scopo di essere tenuti fuori dai reparti dove si sgobbava. Uno schifo mai visto che nessuno, nemmeno le forze dell’ordine, ha osato reprimere in omaggio al principio che la libertà di sciopero pesa quanto la libertà di lavorare. Nel 1998 fui incaricato dal settimanale Panorama, allora importante, di intervistare Sergio Cofferati. Mi recai a Roma, fui ricevuto con molto garbo dal segretario generale della Cgil, con il quale cominciai una intensa conversazione. A un certo punto non mi potei trattenere e gli chiesi il perché dei picchetti ostativi, brutali. Il dirigente menò il can per l’aia, pur in assenza dell’aia, e non mi dette alcuna risposta. Inutilmente mi abbandonai alle insistenze. Evidentemente Cofferati era in imbarazzo.


Negli anni successivi ebbi la conferma che i sindacati non tutelano gli interessi degli iscritti, bensì solo i propri, ovvero il mantenimento dei poteri acquisiti a cui non rinunciano neanche in caso di guerra civile. I loro capi non si interessano mai di retribuzioni, che continuano ad essere miserrime: preferivano e ancora preferiscono che il personale, a prescindere dai meriti, abbia un trattamento – modesto – a qualsiasi livello. Tipico del comunismo: tutti indigenti, nessun indigente. Nel mio ambiente giornalistico ha attecchito questa mentalità stracciona, ogni volta che si discute un nuovo contratto il salario peggiora e la occupazione pure. La Federazione della stampa e l’Ordine sono associazioni dirette da professionisti mediocri i quali puntano a conservare poltroncine che garantiscono gettoncini somiglianti alle mancette distribuite da Conte. Che pena. 

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