demen-crazia:

La querela di cittadinanza di Casaleggio

Vietato parlare dei Cinque Stelle, Casaleggio ti ascolta.

Partiamo dall’inizio: Davide Casaleggio vuole portare in tribunale il quotidiano di un centenario: L’Incontro.

Probabilmente non lo conoscete, perché è una piccolissima ma storica testata di Torino. Ed è proprio nelle sue modeste dimensioni che sta la grandezza della notizia.

L’Incontro è un giornale fondato nel 1949 dal partigiano Bruno Segre, il quale, alla tenera età di cento anni, decide di riporre in cantina la macchina per scrivere. Ma la storica testata viene rilevata da un gruppo di soci e si trasferisce on line. Così L’Incontro, dopo settant’anni di attività, è salvo, la «fiammella liberale» può ancora ardere. Fino all’arrivo di Casaleggio jr. Sul sito del giornale, lo scorso 26 novembre, viene pubblicato un articolo di Riccardo Rossotto dal titolo: «Rousseau, oblio su una distorsione paradossale della democrazia». Un titolo fattuale. Lo strumento di democrazia interna al Movimento 5 Stelle – quello che dovrebbe far decidere tutto ai militanti -, è di proprietà del padrone stesso del Movimento e quindi avanzare dubbi sul suo funzionamento è più che legittimo. L’ha fatto anche il garante della Privacy, per intenderci.

Fattuale il titolo e fattuale il pezzo, che mette in fila tutte le critiche che osservatori e giornalisti hanno rivolto, nel corso degli anni, alla piattaforma grillina. Non c’è nulla di diffamante. Ma per Casaleggio è troppo. Se non dici che è bello, bravo e ha fondato il marchingegno per la democrazia diretta più efficace del mondo lui ti querela. E così ha fatto con il giornale di Segre. Solo che L’Incontro non è esattamente il New York Times e, a detta dei suoi stessi giornalisti, al momento, è letto da amici e conoscenti (oltre che da Casaleggio). Un post su un profilo di un utente medio di Facebook probabilmente ha più lettori. Ma a Casaleggio non interessa, vuole zittire tutti, tra poco non si potrà più parlare di lui nemmeno ai videocitofoni: la censura di cittadinanza.

Dietro questa storia di ordinaria illiberalità a Cinque Stelle c’è un metodo: il metodo Casaleggio. Cioè querelare preventivamente chiunque parli delle sue attività, monitorare in modo maniacale tutte le fonti di informazione per poi portarle in tribunale. Poi, magari, la questione si risolve in un nulla di fatto – come succederà in questo caso – ma intanto la testata e il giornalista sono avvisati, intimiditi. E più la testata è piccola, più sarà influenzata e rischierà di chiudere i battenti per fare fronte alle spese processuali.

È il metodo dell’eliminazione sistematica di tutte le voci anche solo leggermente fuori dal coro: vale per i giornalisti (da querelare) e per i propri politici (da espellere). È successo a Paragone la settimana scorsa e qualcosa di simile succederà anche a Luigi Di Maio, l’ex enfant prodige del Movimento, ora ritenuto inutile e pernicioso. La Casaleggio & Associati, dopo averlo programmato e manovrato in questi anni, lo formatterà e lo metterà nello sgabuzzino insieme ai ferri vecchi. Non c’è dubbio: a Casaleggio piace molto la democrazia diretta. Ma diretta da lui.

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