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Il pm di Trani Michele Ruggiero era in pole position per ricoprire la prestigiosa poltrona di capo dell’Ufficio legislativo del ministero della Giustiza. Era stato proposto al Guardasigilli Alfonso Bonafede da Davigo. Poi la nomina è sfumata per il decreto di citazione diretta in giudizio con cui la Procura di Lecce ha chiesto il processo per Ruggiero con l’accusa di tentata violenza privata, in concorso con il collega Alessandro Pesce. Il 12 novembre i due magistrati saranno al banco degli imputati in Tribunale a Lecce perché con “abuso di poteri” avrebbero “posto in essere atti idonei diretti in modo equivoco a costringere con modalità intimidatorie e violenze verbali” il legale della Italtraff Roberto Scarcella e l’amministratore di fatto della società, Antonio Marzo, “a dichiarare di aver pagato tangenti in favore di Antonio Modugno comandante della polizia municipale di Trani per un appalto”. In sostanza Ruggiero e Pesce, secondo l’accusa, avrebbero minacciato i testimoni di metterli in galera se non avessero confermato di essere strati costretti da Modugno a pagargli le mazzette.

 

Ed ecco le frasi agghiaccianti di quegli interrogatori pubblicati su Il Tempo. “Lei se ne andrà in galera veloce e lei dice: Ma io c’ho il coso al cuore… Possiamo impegnarci per farla stare con il caldo che fa al fresco”. Nessuna pietà umana, nessun rispetto dei diritti garanzie processuali, negli interrogatori condotti da Ruggiero. Al punto che quando un testimone minaccia di spararsi un colpo di pistola, il magistrato gli risponde: “Fa bene a prendere la pistola famosa”. Parole che sembrano uscire da un film americano poliziesco, ma che invece sono state pronunciate dalla bocca di un pm famoso per la cravatta col tricolore italiano che aveva indossato il giorno della sentenza sul processo alle agenzie di rating statunitensi, finito in un flop.

In sostanza il magistrato voleva dimostrare a tutti i costi la corruzione che regnava nel sistema di assegnazione degli appalti nel Comune di Trani e ha provato con Pesce a estorcere una confessione a testimoni e indagati, minacciandoli di marcire in galera o di coinvolgere nelle indagini i loro familiari. Non si sono fermati nemmeno quando uno di loro ha spiegato di avere un problema cardiaco e un altro, sotto pressione, ha paventato l’ipotesi del suicidio.

Libero

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