la vera verità :

 

Immigrazione, il clandestino confessa: “Ci dicono di andare in Italia, perché tanto non ci respingono”

11 Luglio 2017

È un inganno, una falsa promessa, a condurre schiere di immigrati dal continente africano all’Italia, facendo loro credere che qui li aspetti una vita comoda, ricca, luminosa. Se fino a qualche anno fa tale visione era un miraggio, oggi è sempre più concreta per i giovani africani, ai quali viene raccontato da loschi personaggi che su di loro lucrano ma anche dai loro amici che vivono già in Europa che sia sufficiente acquistare un biglietto di viaggio per mettersi in marcia verso la Libia e da qui prendere il largo in direzione dell’Italia, la quale garantisce a ciascun immigrato giunto dal mare una somma di 30 euro al giorno, vitto, alloggio e protezione, in attesa che questi ottenga i documenti ed il permesso di soggiorno e si trovi un bel lavoro.

Non sono supposizioni, ma è quanto ci ha raccontato Ibrahim, senegalese di 24 anni, giunto in Italia da poco più di un anno e passato dal centro di accoglienza alla strada, dove vive dallo scorso inverno. Come lui, sono migliaia e migliaia gli africani che, non godendo del diritto di asilo e di nessuna altra forma di protezione sussidiaria per il fatto di essere semplici migranti di tipo economico, hanno fatto delle vie delle nostre metropoli la loro casa e dei nostri marciapiedi i loro giacigli, troppo caldi in estate e troppo freddi in inverno. Da qui nessuna speranza di tornare indietro né di andare avanti. L’Italia è una trappola, un imbuto stretto che ti risucchia e che non ti lascia uscire più. Ed in questa sorta di purgatorio permanente che non conosce una fine gli immigrati sostano per sempre. Certo, non è l’Africa, con la sua fame, il suo sfruttamento di manodopera, le malattie, la mancanza di tutto, ma non è un bel vivere. Non è di certo quel sogno, il sogno europeo, quello che ogni immigrato aveva prima di accorgersi che, attraversato il mare, non si arriva nel Paese dei balocchi, ma in un limbo stagnante.

PENA E RABBIA
Ibrahim è uno di questi ragazzi usati e gettati via. Uno di quegli immigrati irregolari che questo sistema bulimico e vorace non sa più dove collocare. Eppure ne chiede ancora e ancora: li inghiottisce e li vomita. Mentre il giovane ci racconta la sua storia non possiamo non provare sentimenti contrastanti: pena e tenerezza perché Ibrahim è solo un ragazzo preso in giro e perché ognuno di noi ha diritto di andare incontro ad una vita migliore, di sfruttare quella occasione unica che si presenta; ma proviamo anche rabbia, perché qualcuno ha ingannato lui e anche noi. In fondo, siamo tutti sulla stessa barca. A noi è stato detto che accogliere è un dovere, che dobbiamo essere buoni e salvare queste vite umane, salvo poi abbandonarle al loro destino. A Ibrahim e ai suoi «fratelli», così chiama i suoi connazionali, hanno raccontato, invece, un altro tipo di menzogna, ossia che esiste un accordo tra l’Italia, che per lui coincide con l’Europa, e il suo Paese, patto in base al quale tutti i senegalesi che arrivano nel Belpaese partendo dalle coste libiche godono del trattamento economico di 30 euro al giorno. Colpisce tanta ingenuità: credere che ci sia un premio per avere affrontato questo lungo viaggio ed essere sopravvissuti.

Del resto, si tratta di bambini e ragazzi abituati a vivere all’interno di tribù e la cui scarsa istruzione li espone al rischio di credere troppo facilmente a ciò che gli viene raccontato. Ma ora comprendiamo meglio il perché spesso gli immigrati che sono accolti nelle nostre strutture si ribellino, manifestando insoddisfazione per le condizioni in cui sono costretti a vivere. Sì, anche noi ci incazzeremmo se non venissero rispettati gli accordi presi a monte. Non vogliamo giustificare la violenza, ma solo comprendere i motivi di tanta rabbia. Ed il motivo è semplice: Ibrahim ha pagato un biglietto di viaggio con tanto di ricevuta, che purtroppo è andata persa durante il tragitto; tale ticket gli dava diritto al trasferimento dal Senegal all’Italia, passando per la Libia. Una volta giunto in Italia, avrebbe trovato il paradiso, così come previsto nel presunto accordo che in realtà non esiste. Per gli immigrati l’Italia non è ottemperante. Ecco perché protestano. Non abbiamo rispettato i patti. Da qui scaturisce l’insofferenza, che si trasforma anche in pericoloso odio.

Proviamo a spiegare a Ibrahim che questo accordo tra il suo Paese e il nostro non è mai stato stipulato. E lui ci chiede incredulo: «Ma se non esiste, perché l’Italia continua ad accogliere tutti coloro che si mettono in viaggio per raggiungerla?». Non sappiamo cosa rispondere. Nella sua visione puerile e semplicistica, Ibrahim ci mette davanti a una verità che sta lì da sempre ma che pure non riusciamo ad accettare: qualcuno ha ordito un piano, qualcuno ha voluto che tutto questo accadesse, qualcuno lo ha permesso e continua a permetterlo.

«Io vedevo i miei fratelli tornare dall’Europa vestiti bene, ricchi, e desideravo andare via. Un mio amico che vive in Germania mi raccontava che lì lo Stato gli regala 600 euro al mese. Ero stanco di lavorare tutto il giorno come operaio per un compenso di un euro per ogni ora. Io sognavo una vita migliore. In Italia mi avrebbero dato 30 euro al giorno, una sistemazione, da mangiare, da bere, e poi anche un lavoro. Io ho rischiato tutto per realizzare questo sogno, persino la mia vita», racconta Ibrahim, che afferma di volere essere utile, di volere lavorare, ma per ora, non avendo documenti, l’unico modo che ha per procurarsi qualche spicciolo è vendere libri per le strade di Milano, alimentando il lavoro nero, suo malgrado.

«La vita in strada è difficile. Mi tengo lontano dai “mori”, dai magrebini, che non hanno il mio stesso cuore. Loro ci considerano degli schiavi, il vero razzismo l’ho trovato in loro e non negli italiani che, invece, hanno sempre un gesto gentile nei miei confronti», ci spiega Ibrahim.

FRATELLI
Persino il ragazzo è convinto che ormai il problema immigrazione in Italia sia diventato un’emergenza, tuttavia afferma di non poter sostenere che l’Italia farebbe bene a chiudere le porte ai suoi fratelli, coloro che, come fece lui stesso, si mettono in viaggio con la certezza di una vita prospera al di là del mare. Secondo il giovane senegalese, lo Stato italiano ha dimostrato anche all’estero una grave debolezza. «Non abbiamo mai visto atterrare in Senegal voli di Stato italiani carichi di nostri connazionali rimpatriati. Abbiamo visto sulla tv nazionale scendere dagli aerei tedeschi numerosissimi senegalesi rimandati in patria. Questo ci ha fatto capire che l’Italia non solo accoglie tutti, ma non ci rispedisce a casa. Un motivo in più per partire», continua il ragazzo.

Ibrahim è diventato un invisibile. Nessuno si cura di lui. Vende i suoi 4 libri per strada, sperando di guadagnarsi almeno un pasto, e la polizia non lo ferma mai, non gli chiede i documenti, come se sapesse già che lui, come tutti i suoi fratelli, i documenti non ce li ha. Non può restare. Non può andare. Non può tornare indietro. Non gli resta che aspettare. «Io sono un bravo ragazzo e cerco di darmi da fare in modo onesto, senza fare del male a nessuno. Ma tanti altri non sono come me e la vita in strada li peggiora. Accogliere queste persone e non controllarle è un pericolo», ci avverte Ibrahim, il quale ha ancora un sogno che resiste: avere i documenti per poter trovare un vero lavoro.

Egli non sa che anche questo desiderio andrà in frantumi: in Italia il lavoro manca per tutti.

di Azzurra Noemi Barbuto

 

SIANO MALEDETTI IN ETERNO GLI SCHIFOSI CHE CI HANNO PORTATO A QUESTO SFACELO DISTRUGGENDO ANCHE LE VITE DI CHI FANNO FINTA D’AIUTARE !! 

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