excort di regime:

Il Corriere dell’islam

L’Europa è sotto attacco. Ma il blasonato Corriere della Sera non scrive che ad attaccare Londra è stato un islamico

Non voglio certo insegnare il mestiere a nessuno, tanto meno ai colleghi del blasonato Corriere della Sera.

Ieri mattina, giorno seguente all’attentato di Londra, sono rimasto però perplesso sfogliando il prestigioso quotidiano di via Solferino. Titolo di prima pagina: «Londra, attacco al Parlamento: auto sulla folla, coltellate a un poliziotto: tre morti, 20 feriti». Il soggetto è «un’auto». Mi sono chiesto: che sia stata una strage provocata da uno di quei nuovi veicoli che circolano senza guidatore e che ogni tanto vanno in tilt? Oppure si è trattato di un mega tamponamento, un caso insomma di omicidio stradale multiplo? Poi uno guarda bene e nel piccolo occhiello del titolo c’è un indizio: «Ucciso l’attentatore».

«un’auto». Mi sono chiesto: che sia stata una strage provocata da uno di quei nuovi veicoli che circolano senza guidatore e che ogni tanto vanno in tilt? Oppure si è trattato di un mega tamponamento, un caso insomma di omicidio stradale multiplo? Poi uno guarda bene e nel piccolo occhiello del titolo c’è un indizio: «Ucciso l’attentatore».

A questo punto uno, incuriosito, apre il giornale. Pagine 2 e 3. Titoli: «Dentro Westminster sotto assedio: sparano, aiutateci»; «Il palazzo viene setacciato, ufficiale con il turbante sikh coordina l’azione». Fantastico, ma chi è l’assediante, contro chi è l’azione di capitan sikh? Uno pensa, giro ancora pagina sicuro che me lo diranno chi è questo figlio di buona donna che falcia i passanti e assedia un parlamento e perché lo fa. È un ubriaco? Uno spacciatore di droga braccato? Un rapinatore? Niente. Titolo di pagina 5: «I nuovi attacchi, Suv e bersagli multipli».

A questo punto il lettore si arrende. E si chiede: perché tanta riservatezza? In lui sorge legittimo il sospetto che si tratti di un socio dell’editore o di un parente del direttore, di qualcuno insomma in grado di alzare il telefono e chiedere: «Mi raccomando ragazzi, toni bassi, non sputtanatemi in tutta Italia che siamo amici».

Purtroppo non è così, nel senso che non c’è bisogno neppure della telefonata. Si tratta di autocensura spontanea di questi intellettuali che pensano di salvare il mondo non chiamando le cose con il loro nome. Islam, Isis, terrorismo islamico? Non scherziamo, sono cose di destra, da razzisti. Loro, al Corriere, sono «politicamente corretti», le stragi islamiche non hanno nome, al massimo nomignoli. Come al tempo del terrorismo domestico anni ’70-80: a ogni mattanza scrivevano di «sedicenti terroristi», i killer comunisti erano al massimo «compagni che sbagliano». Quando Montanelli fu gambizzato, arrivarono a omettere nel titolo il nome del giornalista.

Come allora, oggi a me tutto questo fa orrore – sa di complicità, di paura – più dei «cani sciolti» (che saranno anche sciolti ma pur sempre cani rabbiosi). E per questo continueremo a chiamare le cose con il loro nome, costi quel che costi: terroristi islamici accecati da Allah.

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