servono manicomi non stadi:

Da “clandestini” a “zingaro” le parole vietate per sentenza

Il politically correct detta legge anche sul vocabolario. Persino dare del “boy scout” può diventare un insulto

Prima o poi arriverà il giorno in cui, prima di aprir bocca, consulteremo le sentenze della magistratura per sapere quale termine utilizzare.

La dittatura linguistica delle toghe ha rifatto la sua comparsa due giorni fa, quando ha condannato la Lega Nord per aver usato il termine clandestini, ritenuto «denigratorio» e «discriminatorio». Il buonismo d’antan detta legge e la magistratura esegue, influenzata dai cambiamenti della società. Dare del negro a un dipendente di colore è un reato che non conosce giustificazioni. Lo stesso vale per le parole africano, marocchino ed extracomunitario.

Guai a usare la parola zingaro. Nel febbraio 2015, un «temerario» autore di un testo di diritto penale è stato condannato per condotta discriminatoria e il libro è stato ritirato dal mercato. Motivo? Per spiegare il reato di acquisto di cose di sospetta provenienza ha equiparato quel termine al mendicante o a un noto pregiudicato. Vietato dare del terrorista a un ex terrorista: si configura «un’illecita lesione del diritto alla riservatezza».

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Sul fronte delle attitudini sessuali, le parole frocio, finocchio, culattone, ricchione, lesbica sono passibili di ingiuria, mentre omosessuale non è un’offesa: per la Cassazione, «nel presente contesto storico è da escludere che il termine omosessuale abbia conservato un significato intrinsecamente offensivo».

Rompicaz… è stato considerato oltraggioso, mentre rompipalle no. Ci sono state valutazioni differenti per l’ormai sdoganato vaffa: è ritenuto di uso comune, però se accompagnato dal dito medio diventa censurabile e se viene rivolto al dirimpettaio pure.

Nell’ambito lavorativo, dire «sei una mezza manica» fa scattare l’illecito, specie se proferito dal capo ai propri dipendenti. Cretino, stupido e imbecille sono condannabili solo se detti al proprio datore di lavoro o a un pubblico ufficiale. Occhio ad apostrofare i colleghi con la parola leccaculo. «Mi hai rotto i c…»? Tranquilli, questa espressione è entrata a far parte del linguaggio comune e quindi è salva. Augurare a qualcuno di morire di un male incurabile è condannabile mentre l’espressione «ti faccio vedere i sorci verdi» no.

Ma le storture sono così tante che un avvocato cassazionista siciliano, Giuseppe D’Alessandro, le ha messe in fila e ha pubblicato il Dizionario giuridico degli insulti (A&B editore): 1.203 termini dalla A alla Z. Qualche esempio di parole condannate? Acida; accattone; agnellino (attribuito a un sindaco che non ha avuto coraggio); ancella giuliva e festante; antipatico; assetato di potere; azzeccagarbugli; Befana; babbuino; boy scout (se rivolto a un sindaco è diffamazione); calcolatore; Cicciobello (sinonimo di moccioso); complessato; fattucchiere; gallina; mela marcia; mediocre; pagliaccio; paraculo; pidocchio; rompiscatole; sfacciato; zappatore; Zio Paperone (fa riferimento all’avarizia). Naturalmente, spiega Vito Tartamella, psicolinguista e autore della prefazione, tutto «dipende dal tono che usate, dalle argomentazioni che adducete, dalla sensibilità del giudice». Attenzione anche alle locuzioni. Dire che un magistrato si accanisce su un inquisito è reato così come dare del primo della classe a qualcuno o usare l’aggettivo «lewinskiana» in riferimento a una donna o sostenere che qualcuno al posto del cervello ha un diesel fumoso. Insomma, come diceva Confucio: «Per una parola un uomo viene spesso giudicato saggio e per una parola viene spesso giudicato stupido». E può essere anche condannato.

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