MA……

IL MERCATO DEL PESCE PER ACQUISIRE QUALCHE VOTO IN PIU’ ED AVERE UN BEL PRESIDENTE DI PARTE

(è quello che menti’ spudoratamente sull’uranio impoverito!)  

NON FA ALTRETTANTO SCHIFO DELLA COMPRAVENDITA CHE GLI STARNAZZATORI IMPUTAVANO AL BERLUSCA ?

O LO SCHIFO SINISTRO E’ MENO SCHIFO ?

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NON SIAMO TUTTI UGUALI:

“CHI NON VUOLE LE MOSCHEE E’ UN TROGLODITA”  

Gad Lerner soffre del tipico senso di superiorità e dell’arroganza intellettuale che hanno anche gli imbecilli. Non che lui sia imbecille, ovviamente, ha solo il loro stesso problema . Un caso fortuito.

A lui si attaglia molto bene una frase di un comunista, uno di quelli che lo era davvero, Antonio Gramsci:

Lo studentucolo che sa un po’ di latino e di storia, l’avvocatuzzo che è riuscito a strappare uno straccetto di laurea alla svogliatezza e al lasciar passare dei professori, crederanno di essere diversi e superiori anche al miglior operaio.

VOXNEWS

io invece dico….

grazie d’esistere , solo quando ti sento sproloquiare con tanta arroganza, saccenza, diprezzo mi rendo conto d’essere due spanne sopra a gente cosi’ !

HANNO DISTRUTTO TUTTO !

Di padre, madre, fratello e sorella ignoti

Al Senato è stata depositata una bomba a orologeria per far saltare in aria la famiglia

L’impropria «identità costretta» sarebbe poi la famiglia coi ruoli «già definiti» di padre, madre, figlio, figlia. Non si chiede di riconoscere pari dignità ai transessuali, ma addirittura si chiedono milioni per eliminare dalle teste dei ragazzi l’idea della famiglia con i suoi ruoli definiti e sostituirla col gender. A questa proposta, nata nel partito di maggioranza che fa il paio con la legge Scalfarotto sull’omofobia, chi reagisce? Il movimento Pro-vita che cerca firme per una petizione, Giovanardi, e pochi altri…

Se lo dici rischi di vederti censurato, come è capitato all’avvocato Simone Pillon che aveva denunciato l’osceno materiale didattico in un liceo di Perugia che con l’alibi di fare prevenzione pubblicizzava pratiche per l’eccitazione omosex come l’uso di lubrificanti anali, sex toys e dental dam. Risultato della denuncia: è stato indagato lo stesso Pillon e oscurato il sito del forum famiglia in cui è apparsa la sua denuncia ironica. E qui parliamo di super-canguri…

 

NEL SILENZIO ASSOLUTO DELLA FINTA OPPOSIZIONE E DELLA MASSA …..

PAPA COMPRESO IMPEGNATO FAR FAR VEDERE QUANTO E’ BRAVO A DIALOGARE CON TUTTI….E CRITICO SOLO CON CHI FA TROPPI FIGLI……

IL PARTITO DEMENZIALE HA DISTRUTTO

IL TESSUTO SOCIALE, IL CETO MEDIO, STRATASSATO I LAVORATORI.

IL LAVORO E’ SVANITO MA RESTANO 6.000.000 DISOCCUPATI

HANNO RIDOTTO I POSTI LETTO NEGLI OSPEDALI,  LIBERATI  MIGLIAIA DI DELINQUENTI PER  VUOTARE LE CARCERI ,  

MA…..

200.000.000 DI EURINI PER DISTRUGGERE LA FAMIGLIA LI HA TROVATI !

DEMENZIALI SINO ALLE STELLE…. 

l’itaglia da far saltare in aria:

Irpinia, altri 200 milioni da sprecare

Con trenta miliardi sono stati ricostruiti paesi che oggi sono abbandonati. E nelle casse dei Comuni ci sono ancora 200 milioni

È finita. Ci sono voluti trentacinque anni, ma la ricostruzione dell’Irpinia è finita. Questa è la notizia buona. Quella cattiva è che hanno ricostruito troppo. Ciò che serviva e ciò che non serviva. I soldi della ricostruzione hanno asfissiato una regione. Lo si vede a occhio nudo, addentrandosi sotto il sole terso di gennaio lungo la Statale 7, che da Avellino penetra nei Picentini e sbuca nella valle dove il terremoto seminò la morte.

L’hanno asfissiata così tanto che anche volendo, anche sprecando, anche lastricando ogni viottolo, anche disseminando le campagne di capannoni deserti e i paesi di case senza abitanti, i soldi erano troppi. Il risultato surreale è che oggi oltre duecento milioni di euro stanno lì, abbandonati, sparsi nelle casse dei comuni dello sterminato territorio a cavallo di tre regioni investito dai soldi della ricostruzione: e tra questi ci sono i paesi lungo l’Ofantina dove la sera del 23 novembre 1980 la morte arrivò davvero; ma anche paesi che il terremoto l’hanno visto solo in televisione, e che hanno approfittato della tragedia per dare l’assalto alle casse dello Stato, dando libero corso ad «ataviche aspettative a volte ingenerate con qualche superficialità», come ebbe a dire – con spericolato eufemismo – la commissione che nel 2012 per conto del ministero delle Infrastrutture indagò sullo stato del doposisma. «Ataviche aspettative», ovvero il doposisma vissuto come una sorta di risarcimento al meridione per le ingiustizie della conquista sabauda. E il risarcimento è arrivato. Trenta miliardi di euro, una montagna di soldi che a lungo ha tenuto a galla l’economia di una regione. Al punto che la generazione dei trentenni di oggi, che non hanno vissuto la tragedia del terremoto ma sono cresciuti nell’età dell’oro degli aiuti di Stato, guarda con nostalgia al doposisma. Niente di male, si badi: anche in Friuli, che una tragedia simile l’aveva vissuta nel 1976, quattro anni prima dell’Irpinia, il doposisma fece impennare il prodotto interno lordo. La differenza in Campania sta in questo eccesso di ricostruzione, che emerge con prepotenza dai conteggi del ministero, e che è ancora più palpabile viaggiando lungo il reticolo di strade provinciali, girando per le contrade intorno al cratere, come viene chiamata la zona a ridosso dell’epicentro. Poco prima dello scorso Natale, rispondendo a una interrogazione del deputato Luigi Famiglietti, il viceministro dell’economia Enrico Zanetti ha divulgato l’elenco, comune per comune, euro per euro, dei 631 municipi che hanno in cassa soldi stanziati per il terremoto, e che non li spendono, li tengono parcheggiati. Ci sono comuni che hanno in tasca poche migliaia di euro. Ma altri hanno due, tre, quattro, addirittura otto milioni. Come è possibile? Semplice: per la grande parte, i tesoretti più consistenti stanno nelle casse di comuni che del terremoto del 1980 avevano sentito a stento l’eco, che hanno partecipato all’assalto ai fondi, e che adesso – neanche con tutta la buona volontà – riescono a indicare opere che si potrebbero realizzare con la motivazione del terremoto. I soldi non sono finiti, sono finiti gli alibi, le scuse. Come dice Rodolfo Salzarulo, sindaco di Lioni, dove il sisma imperversò davvero: «Spendere ventimila miliardi di lire per fare le case popolari a Napoli era sacrosanto. Ma cosa c’entrava il terremoto?». Dei trenta miliardi di euro spesi in nome del sisma, quanti sono serviti davvero alla ricostruzione? «Non più di dieci». E così ecco i soldi che fanno muffa nelle casse di Sant’Antonio Abate, di Portici, di Castellammare, inclusi da una legge scellerata e da un patto trasversale nell’elenco dei comuni vittime di un terremoto che li aveva solo sfiorati. E però per capire davvero cosa sia accaduto bisogna frugare l’elenco, e vedere che vi compaiono anche paesi che purtroppo stavano davvero nel cratere del terremoto, e che ne uscirono devastati. Alcuni di loro hanno speso fino all’ultimo euro. Ma altri hanno in cassa milioni che non toccano da anni. «La verità è che la ricostruzione è finita», dice con un po’ di sollievo Rosanna Repole, che è tornata a fare il sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi, il comune simbolo del terremoto: la prima volta venne eletta il 24 novembre 1980 e giurò sotto una tenda della Protezione civile, perché il sindaco era sotto le macerie, insieme al capitano dei carabinieri, al parroco, e ad altre 365 persone. «Le emergenze vere erano risolte già dopo dieci, quindici anni. Poi si è fatto il resto». E i soldi ancora in cassa? Lo staff della Repole spiega che sono soldi già assegnati, ma che aspettano per essere erogati qua un certificato di collaudo, là la fine di una lite tra eredi, qui la firma di un curatore fallimentare. Ma c’è, tra i sindaci del cratere, anche chi ammette di non sapere più come spendere i quattrini: come Pietro Mariani, primo cittadino di Morra de Sanctis, che allarga le braccia, «mi rendo conto che se non spendo i soldi c’è il rischio che il governo se li riprenda, ma cosa posso farci? Potrei distribuire il contante tra i cittadini, ma dubito che la Corte dei conti sarebbe d’accordo». E allora? «In lista d’attesa nelle richieste ci sono in pratica solo cittadini che vogliono la rimessa per l’auto. Ma dove le facciamo tutte queste rimesse? Vuol dire consumare altro territorio. E non posso certo costruire un parcheggio multipiano». Così riemerge il tema di fondo, quello della ricostruzione eccessiva, smisurata, insensata che si coglie ad occhio nudo viaggiando in queste terre, dove i crinali degli uliveti sono oggi costellati da schiere infinite di pannelli solari e pale eoliche. A Nusco, il paese vecchio, appollaiato in cima al cocuzzolo, è di una bellezza da presepe. Ma è un paese fantasma, dove ogni ciottolo trasuda fondi pubblici, e dove alle otto di sera – quando in ogni casa italiana si accendono le luci della cena – dietro le persiane si scorge solo il buio. Via Stigmatine, via Moscatelli, via Forno Vecchio: una preziosa ghost town seicentesca, resa ancora più spettrale dalle luminarie del Natale ancora accese. Una ricostruzione accurata, rispettosa, inquietante. I passi echeggiano nel silenzio più assoluto. E non è la classica impressione del cronista superficiale. Nel suo ultimo rapporto, l’Osservatorio sul doposisma – un gruppo indipendente di studiosi interdisciplinari – scriveva che «migliaia di miliardi di lire sono stati spesi per costruire vani oggi solo per un terzo abitati», e parlava esplicitamente di «ricostruzione urbanistica sovradimensionata dei paesi terremotati». Si è ricostruito troppo. Vale per le case, vale per il tessuto produttivo, che qui quasi non esisteva e si è voluto creare da zero, distribuendo aiuti a chiunque venisse da fuori a investire e a portare mentalità imprenditoriale. Delle venti aree industriali programmate a tavolino dai politici, solo cinque hanno retto davvero la prova degli anni. È rimasta la Ferrero, anche perché qui è il regno delle nocciole che servono per la Nutella; è rimasta la Zuegg, perché siamo in zona di fichi e (prima che arrivasse il flagello del cinipide calligeno) di castagne; fiorisce e dà lavoro la Ema, che è di proprietà della Rolls Royce e fa componenti per gli aerei; e poco altro. Il risultato è che i fondovalle e le fiancate sono costellati dai capannoni vuoti di aziende nate morte. È come se il sogno della ricostruzione fosse stato ucciso dalla sua stessa ipertrofia. Il sogno lascia paesi rifatti per abitanti che non esistono più, per emigrati rimasti in Germania, per giovani che se ne sono andati: come Salvitelle, come Nusco, dove il vecchio sindaco Ciriaco De Mita attraversa la piazza del Municipio brontolando, «un altro articolo sulla ricostruzione? E come vi viene in mente?». Il sogno lascia testimonianze desolate. Ai piedi di Lioni, la nuova stazione per le autocorriere, enorme, mai finita, già cade a pezzi. Doveva servire la linea ferroviaria Avellino-Rocchetta Sant’Antonio che scorre lì accanto, e che poteva essere l’arteria della nuova Irpinia. La ferrovia è stata chiusa dieci anni fa, sui binari ora cresce la gramigna. Ma i lavori per l’autostazione sono andati avanti, come se non fosse successo niente, come se il futuro dovesse davvero arrivare.

meditate gente… meditate:

Il Libano e Oriana mi hanno mostrato l’anima nera araba

Io, ex filoarabo, ho cambiato idea dopo aver lavorato in Medio Oriente e compreso il loro odio. Ma la scrittrice aveva capito tutto con anticipo

Era il 1982 quando partii per seguire la guerra in Libano ed entrare in contatto con il vicino Oriente arabo e musulmano. Ero allora filoarabo e antisraeliano, un po’ come tutta la gente di sinistra. Fu un’immersione totale in una cultura, un mondo che credevo di conoscere, ma di cui mi resi conto di non sapere nulla.

Soltanto cliché, buoni e cattivi, e piatte banalità. Così viaggiai in Siria, in Giordania, in Egitto e in Israele, mentre alternavo i miei viaggi in America Centrale, il Salvador, il Nicaragua, il Belize. Dopo un paio d’anni mi resi conto con stupore che le mie antiche opinioni e persino i sentimenti avevano preso una piega imprevista. Provavo pena, frustrazione, saltuariamente i miei sentimenti e le mie opinioni si andavano modificando in maniera radicale. Il bello dei fatti è che ti sfidano e ti trasformano.

Che cosa mi stava succedendo? Ero gradualmente entrato in contatto con un lato sempre più oscuro della società araba musulmana. Ogni giorno di più Corrado Cantatore, allora giovane capitano della nostra intelligence, mi portava ai suoi sottilissimi meeting a base di tè verde dolcissimo con la foglia di menta per barattare la loro neutralità, la protezione in cambio della nostra sicurezza. Sia sciiti che sunniti erano legati dallo stesso filo di rabbia, di afflizione, di desiderio di castigo nel sangue pieno di una frustrazione inconsolabile.

Mi andavo rendendo conto, come ogni giornalista occidentale costretto a superare posti di blocco col cuore in gola e una canna di kalashnikov in faccia, di essere considerato un infedele, un nemico, un estraneo, un possibile ostaggio, un mercante. Per ben due volte fui sottoposto alla finta fucilazione, una volta da parte dei palestinesi in fuga da Tripolino di Siria e la seconda volta da una pattuglia siriana il cui ufficiale in comando era sicuro che io fossi ebreo per i miei colori «zinzi» da galileo. Vedevo in moltissimi giornalisti intorno a me un’ossessiva variante della sindrome di Stoccolma, l’istinto che spinge l’ostaggio a solidarizzare col persecutore: giornalisti che si flagellavano chiedendo scusa per essere occidentali. Intuii che il futuro sarebbe stato sempre peggiore e lo scrissi.

Una sera mi telefonò a Beirut la mia collega Miriam Mafai, grande giornalista scomparsa da un anno, e mi passò Oriana Fallaci, che ancora non conoscevo. Oriana fu dolorosamente gentile e asciutta. Stava scrivendo Insciallah , e mi disse che conservava i miei articoli perché mostravano i fondali di cartone di una guerra che noi europei cercavamo di evitare, ma che sarebbe invece stata inevitabile. «Andrà sempre peggio, vedrai», mi disse Oriana. «Vogliono impedirci di usare la nostra libertà e ci riusciranno, con la nostra complicità».

Vedevo giorno dopo giorno che quel mondo arabo musulmano marciava a ranghi serrati in un vicolo con un’unica via d’uscita: una guerra corrosiva e senza fine al nostro Occidente, cui apparteniamo con riluttanza, mettendo a ferro e fuoco i nostri principi, affogando nei sensi di colpa. Il mondo arabo islamico mi sembrava ignorare il senso di colpa, o, meglio, il rimorso, così come ignora l’umorismo che sembra provocare in quella cultura una densa angoscia.

L’angoscia cominciai a provarla io quando mi resi conto che moderati ed estremisti, fondamentalisti irosi e placidi commercianti, sembrano avere un conto aperto con la nostra stessa esistenza al mondo. Potremmo salvarci sottomettendoci e convertendoci, meglio ancora suicidandoci. Nessun arabo che io abbia intervistato, conosciuto e con cui abbia fatto amicizia, chiedeva democrazia e libertà, ma solo vittoria, distruzione dei nemici interni e degli occidentali. Volevano tutti una vittoria «sui crociati», cioè su di noi. Era impossibile parlare di storia attraverso i secoli, perché la storia nel mondo arabo è piatta come un disco e non va avanti, ma va in circolo. Rividi Oriana Fallaci, già malata e autoreclusa negli uffici della Rizzoli sulla 57ma a New York, sopra una delle più belle librerie del mondo, oggi scomparsa. Oriana era affettuosamente sgarbata, sentiva la vita sfuggirle ed era sicura che la sua battaglia non sarebbe servita a nulla: la muraglia dell’ipocrisia occidentale avrebbe fatto da schermo a tutte le gesta assassine, gli attentati, le minacce, la conquista del territorio europeo attraverso remunerate trattative ignobili e segrete. Un paio di volte riuscii a convincerla a sedersi davanti a una minestra kosher in un bar. Poi lei se ne andò, frustrata e triste di fronte all’impotenza dell’ipocrisia, di fronte all’«idòla theatri» della politica politicante. Aveva visto e descritto la mattina dell’11 Settembre 2001 ed era sicura che quella dichiarazione di guerra sarebbe stata negletta e che il mondo si sarebbe adattato. Citammo insieme Il Rinoceronte di Jonesco, commedia in cui tutti diventano rinoceronte adeguandosi alla nuova moda biologica e pochi umani muoiono resistendo chiusi a chiave nelle loro case.

Così, oggi siamo più adattati ed adatti a sopportare: se gli islamici uccidono con un colpo alla nuca i bambini che vanno a scuola, o rapiscono duecento ragazzine di un liceo in Nigeria per avviarle al mercato della carne, la maggior parte dei musulmani certamente disapprova, ma l’indignazione cala e cala anche la nostra voglia di reagire, di dire di no.

Gli arabi musulmani detestano che la civiltà occidentale abbia inventato la Storia mostrata come un vettore con la direzione e il verso del progressivo miglioramento della vita e della convivenza. Il tempo storico dei musulmani arabi è invece piatto. Il mondo ideale per loro sarebbe un eterno presente scandito dalla preghiera e dall’obbedienza passiva.

Quando a Roma alcuni anni fa un arabo mi fracassò la macchina fotografica mentre riprendevo il mercato natalizio di piazza Navona urlando che non avevo il permesso di riprendere immagini delle persone, cercai vanamente di spiegargli che mi trovavo nel mio Paese, nella mia città e che parlavo la mia lingua a casa mia. Mi rise in faccia e quando mi rivolsi a una pattuglia dei vigili urbani, risposero che era meglio imparare ad adattarmi, perché il futuro sarebbe stato loro e noi avremmo rischiato la galera, una querela, o peggio.

imparate umani :

A Mosca una gatta selvatica che viveva in un cartone vicino ad una casa ha riscaldato per tutta la notte

( MENTRE LA TEMPERATURA ERA DI PARECCHI GRADI SOTTOZERO ) un neonato abbandonato da delinquenti nella stessa scatola

SALVANDOGLI LA VITA !!!